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Gabriella Cotta - 14 marzo 2005 Nel corso degli ultimi anni è ritornato con forza alla ribalta, attraverso una riproposizione diretta del problema, un argomento che ha rappresentato, per il mondo classico e per il pensiero cristiano, un topos ineludibile: la quaestio de malo. E' evidente che questo tema, con la propria drammatica ed inesauribile capacità di interrogarci, non ha in realtà mai abbandonato la scena della riflessione filosofica; si può piuttosto dire, che, in questa specifica sede, esso è rimasto per lungo tempo in secondo piano, certamente, però, influenzandone indirettamente i diversi percorsi.[...]

Gabriella Cotta - 14 marzo 2005



Nel corso degli ultimi anni è ritornato con forza alla ribalta, attraverso una riproposizione diretta del problema, un argomento che ha rappresentato, per il mondo classico e per il pensiero cristiano, un topos ineludibile: la quaestio de malo. E' evidente che questo tema, con la propria drammatica ed inesauribile capacità di interrogarci, non ha in realtà mai abbandonato la scena della riflessione filosofica; si può piuttosto dire, che, in questa specifica sede, esso è rimasto per lungo tempo in secondo piano, certamente, però, influenzandone indirettamente i diversi percorsi.

Mi pare perciò significativo il fatto che oggi il problema del male susciti in modo diffuso e diretto l'attenzione della comunità scientifica, e non solo, ma anche di quella, più vasta, della comunità sociale. Con Hegel potremmo notare, ancora una volta, che è destino del pensiero di sorgere, al pari della nottola di Minerva, al calar del sole, per trarre le proprie conclusioni; ed in questo caso lo smascheramento dei totalitarismi e del male radicale da essi realizzato - Arendt insegna - non può non rappresentare la spiegazione della riproposizione frontale dell'argomento.

Il male catalizza, dunque, negli ultimi tempi, l'interesse non solo di filosofi e, tra questi, soprattutto filosofi politici, di formazione e provenienze diverse, ma anche di letterati, sociologi, artisti, operatori dei mezzi di comunicazione. Il versante più platealmente indicativo - quanto alla molteplicità e diffusività dei prodotti elaborati - è quello mediatico, che vede il moltiplicarsi degli esempi finalizzati alla resa, più drammatica possibile, di situazioni estreme di violenza e/o sopraffazione. A tali prodotti viene spesso riconosciuto un valore direttamente proporzionale alla radicale crudezza delle denuncie compiute. Evidente è la fascinazione, veramente difficile da spiegare, che queste opere suscitano nei confronti delle infinitamente molteplici, ma anche infinitamente banali, manifestazioni del male che gli uomini compiono. Sembra che occorra sempre qualche immagine in più, qualche racconto in più per svelare il vero volto del male, che tuttavia rimane plastico e sfuggente se osservato nella molteplicità delle sue opere concrete. E' come se i nostri giorni rivelassero prepotente il bisogno di misurarsi continuamente con un tema dal fascino distruttivo ma ambiguamente irresistibile. L'intervento di Sergio Caruso evidenzia la necessità di non subire passivamente una simile fascinazione, che dissolva l'idea del male con l'infinita serie delle sue concrete manifestazioni, facendo perdere ogni consapevolezza della sua innegabile realtà. La sua analisi, articolata con gli argomenti della psicoanalisi, mira a riproporre la questione del Male con la lettera capitale, per comprenderne l'essenza, individuarne i possibili risvolti ambivalenti, profondamente radicati nella nostra psiche, e ricostruirne infine le dinamiche fondamentali, non solo individuali, ma, anche, pubbliche e politiche.

Tanto urgente appare la questione del male, che, secondo altre ipotesi, il confronto con la molteplicità delle sue manifestazioni - al cui interno cogliere le emergenze più significative, unanimemente riconosciute come tali - diverrebbe la via maestra per stabilire un accordo in negativo, a partire dal quale rifondare un rinnovato e condiviso giudizio etico, ispiratore delle modalità della pubblica convivenza. Questa linea di indagine circa il problema del male ripropone, perciò, da una diversa prospettiva, la questione, antica come l'uomo, della necessità dell'individuazione e dell'accordo intorno a criteri etico-morali. Come è stato notato da più parti, certamente questa urgenza è stata sollecitata dalla diffusa consapevolezza dell'abisso del male radicale che il secolo trascorso ha realizzato. Alessandro Ferrara ha sottolineato in un recente intervento, che questo sembra essere l'unico luogo possibile rimasto, che consenta di superare il comune relativismo, vigente, invece, intorno ai giudizi sul bene. Il relativismo cede nei confronti del male radicale, le cui concrete manifestazioni suscitano un generale riconoscimento della loro natura paradigmatica, al punto che Ferrara si chiede se la questione - sollevando, come necessariamente fa, il problema di un ripensamento intorno al carattere generale del tema e ispirando una domanda di rifondazione teoretica - possa essere affrontata in termini completamente post-metafisici. Questa domanda trova un'eco innegabile negli stessi titoli dei lavori usciti negli ultimi anni: La politica e il male, Ripensare il male, L'enigma del male, Il male, La banalità del male, I concetti del male, Il male politico, Sul male. Ciò rende evidente il fatto che, all'interno della riflessione filosofica, il problema della ridefinizione della natura del male è avvertito come un elemento di imprescindibile importanza.

Penso che, a questo punto, si possa concordare su di una cosa almeno, e cioè che il dichiarato esaurimento della metafisica dell'essere ha ribaltato per intero sull'uomo, e sulle sue azioni, sia il peso morale delle azioni malvagie commesse, che, soprattutto, l'onere della spiegazione circa le motivazioni che a questi comportamenti lo inducono. Come riconosce Odo Marquard, un male riconducibile esclusivamente ai nostri comportamenti, e non più dotato di una sua collocazione/spiegazione ontologica od ontoteologica, ricade esclusivamente nell'ambito della nostra responsabilità, rischiando però di trasformarsi in un peso insopportabile per l'uomo. Infatti, sia che si interpreti il negativo - e l'azione che ne può derivare - come difformità nei confronti dell'ordine dell'essere, fondativo della realtà contingente - cioè, platonicamente, come principio della molteplicità/diversità rispetto all'Uno/Bene-; sia che, in ambito cristiano, si attribuisca all'individuo, a causa della sua contemporanea partecipazione alla dimensione della pienezza dell'essere, che a quella del non-essere, la possibilità dell'azione moralmente malvagia, l'esercizio del male appare correlato allo status ontologico dell'uomo come una eventualità sempre aperta. Tale condizione, pur rivelando la carenza dell'uomo nella dimensione dell'essere, è però contemporaneamente - in conformità con l'insegnamento platonico della predicazione del non-essere nella forma della diversità - manifestazione dell'appartenenza necessaria dell'uomo alla diversità ontologica. Certamente, quest'ultima dimensione dischiude la possibilità dell'esercizio del male ma è, anche, come Leibniz ha affermato, condizione indispensabile che consente ad ogni ente di essere - appunto nella forma della diversità ontologica da Dio. La stessa condizione rende ragione, nel caso dell'individuo umano, delle azioni, non necessariamente malvagie, nelle quali, appunto, essa si rende manifesta.

L'abbandono di questo quadro teoretico prospetta, dinnanzi allo sguardo dell'uomo moderno, la novità radicale di una quantità e qualità di male realizzato, divenuto ancor più sconcertante, nella misura in cui più sfuggente diventa la sua origine. Il rinnovamento di uno sforzo ermeneutico atto a ricollocare teoreticamente il male appare perciò urgente, per sfuggire ad un affastellarsi senza senso di eventi negativi, e per scongiurare un destino puramente entropico delle vicende umane.

Dopo la fine delle teodicee – e Giuseppe Tognon, per svolgere la sua analisi, parte proprio dall'ultimo grande tentativo compiuto in questo senso, ad opera di Leibniz - e l'esaurimento dichiarato da Voltaire della quaestio de malo - ricordata da Roberto Gatti nel suo libro Il chiaroscuro del mondo - il problema è stato, soprattutto, di misurarsi con quanto di male concretamente gli uomini fanno, o subiscono. In seguito, a ciò, dunque, il pensiero politico si è rivolto alla riflessione sui mezzi, necessari per operarne una definitiva neutralizzazione.

Prima di arrivare a questo, tuttavia, la modernità ha operato - al suo sorgere, al punto che questo può essere indicato come uno dei momenti della sua novità strutturale - una drastica rifondazione del tema del male. Caduta, infatti, la dimensione dell'essere – perciò, evidentemente, del non-essere -, dissolto in questo modo il fondamento del possibile, e certamente condannabile, esercizio, da parte dell'uomo, della propria differenza carente, è evidente che il male reclama un altro terreno di fondazione. Unde malum? Il problema risorge con forza proprio in questi termini. In questo senso, il passo teoretico compiuto da Lutero di radicale contrapposizione tra il bene che è Dio, ed il male che è l'uomo, fonda un'alterità incomponibile - se non nel canale della grazia - tale da rendere la natura dell'uomo l'unico luogo possibile di fondazione/radicamento del male. La differenza non è più il luogo dove il non-essere si dà nella duplice possibilità di essere-altro-da e di non-essere-l'Altro, piuttosto, diventa espressione esclusiva di radicale, negativa alterità, coincidente con la natura dell'uomo. Questa svolta, con le sue molteplici ricadute, appare imprescindibile per comprendere la modernità. La successiva e fondamentale trasformazione di tale assunto si ha quando la ricezione di tale antropologia negativa e conflittuale trova spiegazione, conforme all'avvenuto mutamento culturale, non più nel motivo teologico dell'alterità di Dio, ma nel fondamento della prospettiva scientifica, che, con Hobbes, rende ragione della natura desiderante dell'uomo con il movimento atomistico. Il male si muta perciò in pulsione, perde il carattere di possibilità -pur inscritta in modo costitutivo nel dato ontologico dell'uomo- diventando piuttosto la modalità necessaria della sua natura, e, mentre vede attenuarsi enormemente la propria coloritura morale, diventa però elemento radicalmente condizionante dei rapporti umani.

Tale reinterpretazione del tema del male, a sua volta, non può essere compresa se non all'interno del prevalere dell'opzione individualistica, che muta profondamente l'intera prospettiva antropologica, condizionandone il progressivo scivolamento verso il radicamento nel male/pulsionalità, e rendendo necessaria la teorizzazione della conflittualità spontanea tra uomini, scaturita dall'insopprimibilità delle passioni. Queste ultime, sia che siano delineate, come già abbiamo visto, come pura espressione di pulsionalità, sia che vengano presentate come frutto oscuro dell'insuperabile malvagità del cuore umano, sono divenute, per un'ampia linea della modernità, l'elemento caratterizzante l'individuo, e Pascal - di cui Benedetta Papasogli e Roberto Gatti, pur da versanti diversi, sono fini studiosi - è maestro nell'osservazione di questi dati dell'animo umano. Ma una simile conflittualità individualistica si è appunto potuta pensare soltanto a partire dalla precedente - lontana ma teoreticamente potente - negazione della realtà autonoma della relazione teorizzata dai nominalisti. Su questo tema praticamente l'intero pensiero classico-cristiano si era esercitato, facendone il cuore del proprio sforzo teoretico ed il fondamento della strutturale relazionalità dell'uomo. Con il rifiuto della relazione, infatti, si era eliminato, una volta per tutte, il luogo della sua ontologica partecipazione all'essere/bene, all'interno del quale elaborare il riconoscimento della differente uguaglianza - nella connessione di bene e di senso - dell'altro. La comune e costitutiva relazione all'essere, è, infatti, il luogo dove il pensiero metafisico pensa come ontologicamente possibili il riconoscimento e l'accettazione dell'altro, nella costruzione di una dinamica interindividuale orientata appunto da tale relazionalità strutturale.

Dopo l'eliminazione di questo luogo, il nuovo modello teoretico si confronta, invece, con il giustapporsi di individualità, ormai del tutto separate, che manifestano concretamente, nelle azioni compiute, la propria essenza, dichiarata costitutivamente desiderante, e, perciò, oppositiva. E' da qui che scaturisce quello che sarà a lungo il tema dominante del pensiero politico moderno: il problema della conciliazione delle uguali differenze rappresentate dalle singole individualità -colte di volta in volta nell'aspetto costitutivo delle pulsioni, nel centrale diritto alla sopravvivenza, alla libertà d'espressione, alla libertà e proprietà di sé, alla realizzazione di una libertà finalmente razionale- nella dimensione ulteriore, artificiale dello stato. A quest'ultimo, ed alla sua acquisita realtà fondativa di ordine, viene demandato, perciò, il compito di rendere possibili e stabili le relazioni interindividuali, nello stato di natura poste sotto lo scacco dell'inevitabilità del conflitto e della sopraffazione, diventando così il luogo della loro armonizzazione. Il successivo abbandono del modello contrattualista non muta però il fatto che il tema del negativo continui ad essere rinviato, per essere assorbito e neutralizzato, in modo affatto prevalente all'interno della dimensione politica.

Ciò che si può notare oggi è che la filosofia politica, dopo aver abbandonato la riflessione intorno all'ottimo stato e l'interrogativo intorno ad un'idea di bene comune finalisticamente inteso, si è successivamente lasciata alle spalle i diversi modelli di stato artificiale teorizzati dal primo contrattualismo, ha vissuto la disillusione dello stato etico ed ha visto dissolversi le speranze di un superamento definitivo dello stato. Ha perseguito - e persegue - il fine della realizzazione della libertà - privata e pubblica - in tutte le sue possibili declinazioni, ha riflettuto e combattuto per la realizzazione dell'uguaglianza in ogni accezione, ha rielaborato, rinnovandole profondamente, proposte contrattualiste e comunitariste, e tuttavia stenta a trovare - e più spesso teorizza di rifiutare - un fondamento durevole che rappresenti il perno condiviso della propria indagine, consentendole di assolvere al gravoso compito che la modernità le ha attribuito. Anche il riferimento ad una tavola di diritti umani, costante criterio ispiratore dello stato liberale, è da più parti contestato, nonostante la continua dilatazione dei principi individuati, come espressione di una precisa area culturale, e perciò non universalmente accettabile e sostanzialmente rifiutata dalle culture non occidentali. D'altra parte, la stessa linea filosofica della post-modernità, nel suo assumere la differenza a criterio centrale della propria prospettiva teoretica, ed il concreto trasferirsi di questo tema nell'insieme dei comportamenti privati e pubblici, ha contribuito a rendere difficile l'effettiva garanzia dei diritti a causa della proliferazione parcellizzata ed inevitabilmente contrastante di quanto ci si propone di proteggere. In ogni caso, il tema del riconoscimento e della protezione delle differenze si scontra oggi, in modo particolarmente stridente, con la tendenza, del tutto opposta ed apparentemente inarrestabile, alla globalizzazione non solo tecnica, economica, politica, ma anche culturale e comportamentale, nella quale, in modo sempre più evidente, siamo proiettati. Lo stato che si ispira al modello liberal-democratico, in tutte le sue molteplici varianti, che è apparso, all'indomani del riconosciuto fallimento dei sistemi ideologici, il modello migliore della composizione ed armonizzazione dei conflitti, accusa invece una grave crisi. Esso appare sfondato nella sua dimensione nazionale, i parametri ideali della protezione delle libertà individuali, che ne costituiscono il referente culturale imprescindibile, vengono posti in discussione, mentre da una parte l'interno sovrapporsi di modelli culturali fortemente alternativi, e dall'altra da tendenze sempre più universalisticamente omologanti, ne scuotono le fondamenta.

Ripensare una definizione di quel male che nessuna prospettiva politico-filosofica moderna è riuscita a neutralizzare, nonostante il suo nascere sia profondamente caratterizzato proprio da questo compito, può allora rappresentare il punto di partenza per rifondare una convivenza politica che concordi almeno sull'analisi di alcuni episodi paradigmatici, dai quali ricavare principi minimi irrinunciabili. Potremmo forse dire che se è vero che ripensare il male significa in realtà prendere contatto con il fondamento stesso della nostra opzione filosofica, il riaffacciarsi urgente di questa questione sta ad indicare l'emergere della consapevolezza che la parabola della modernità deve arrivare ad un ripensamento di alcuni dei dati da cui si è originata. La distruttività scientifica di Auschwitz e quella, oscura ed inglobante, del gulag richiedono, indubbiamente, la riformulazione di un quadro coerente dei profili del male e del suo alfabeto ormai drammaticamente radicalizzato, così come il violento manifestarsi della differenza culturale, religiosa, politica invita urgentemente ad interrogarsi sulla necessità improrogabile di individuare un fondamento al cui interno ripensare la relazione al di là delle opposizioni più drammatiche e sanguinose.

In questa linea, Nicoletti si è proposto, nella sua indagine su questo tema, di sottoporre la questione del male ad un'analisi fenomenologica, che tenga conto della dimensione storico dinamica del fenomeno politico, e grazie alla quale individuare il manifestarsi del male. In ogni caso, qualsiasi sia l'itinerario che si intende seguire per portare avanti un'indagine di questo tipo, mi sembra innegabile che l'odierna frequente riproposizione del tema del male come problema evidenzi il risorgere della consapevolezza dell'insufficienza di un confronto, puramente empirico, con l'analisi dei molti mali compiuti, rivelando, invece, la necessità di una sua rilettura teorica. Né è un caso che un problema, affrontato dal pensiero filosofico e politico odierno con altrettanta frequenza rispetto a quello del male, sia quello della elaborazione di un luogo filosofico all'interno del quale poter ripensare la relazione compositiva delle differenze conflittuali.

Le questioni che prendono forma in questo forum e le interpretazioni che vengono elaborate - e quelle che auspicabilmente si aggiungeranno - di fronte ad una questione inesauribile come quella del male, si pongono tutte, ciascuna per la sua via particolare, nell'ottica di contribuire ad alleggerire il peso della responsabilità intorno al male che l'uomo moderno si è assunta. Scopo che si raggiunge, prima di tutto, chiarificando il senso delle vie teoriche percorse, e aiutando, perciò, a metabolizzare le ragioni che hanno permesso la realizzazione del male totalitario, radicale, senza per questo incorrere in un troppo facile disconoscimento delle colpe che lo hanno generato. Una interrogazione filosofica vera ed onesta penso che escluda il rischio, indicato da Marquard, della tribunalizzazione permanente della storia e della conseguente deresponsabilizzazione della piccolezza dell'uomo di fronte all'enormità del male compiuto. Ciò che mi pare evidente - e che proprio il numero crescente di lavori sul male stanno a mio avviso ad indicare - è che oggi il vero problema, come sempre più spesso è riconosciuto, è quello di affrontare il ripensamento della natura e delle modalità di quella relazionalità drasticamente e concretamente negata dai modelli totalitari. Ma questo problema - per essere correttamente affrontato - non può prescindere dalla considerazione che la negazione del luogo ontologico del suo formarsi - della relazionalità, intendo - ha aperto un orizzonte teoretico i cui estremi sono rappresentati da una parte dalle pretese totalizzanti di redenzione dal male e, dall'altra, dalla proposta dell'assunzione della differenza come unica cifra ermeneutica della realtà e di fondazione dei rapporti interindividuali. Entrambi questi estremi, a mio avviso, sono destinati a produrre, direttamente o indirettamente, sempre nuovi modelli di male radicale.

Probabilmente occorre ripensare la via proposta da Kant, volta ad individuare, come unica via percorribile per sfuggire al male radicale presente nell'uomo, quella della comprensione e della tensione da parte dell'individuo verso l'unica cosa veramente buona esistente: la volontà buona e la sua dimensione universalizzante. In questo modo, egli ci indica la necessità di abbandonare l'idea di una neutralizzazione del male esclusivamente politica. Con questa affermazione, Kant chiarisce al di là di ogni dubbio la necessità del riscatto della grande malata della modernità: quella volontà umana che Lutero aveva drasticamente condannata e Rousseau aveva tentato di assolvere, riscattandola e contemporaneamente dissolvendola nella razionalità della volontà generale, sfuggendo peraltro al problema dell'ardua, ma necessaria, realizzazione della volontà buona capace di costruire relazioni universali.

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