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Tu sei qui: Portale Seminari online - On-line Seminars L'emergenza COVID-19 - 23 aprile 2020 Salvo Vaccaro, Una vocale di meno

Salvo Vaccaro, Una vocale di meno

Pubblichiamo l'intervento di Salvo Vaccaro, professore di filosofia politica all'Università di Palermo

UNA VOCALE DI MENO

di Salvo Vaccaro

Intendo proporre una riflessione un po’ più approfondita sul tema del distanziamento sociale. Mi sono chiesto perché si è adoperato questo aggettivo sociale e non, ad esempio, distanziamento “fisico”, distanziamento “corporeo”. Peraltro, se si leggono le prime righe del decreto del presidente Conte del 26 aprile, c’è scritto chiaramente “distanziamento interpersonale”: quindi l’intento è chiaro: dobbiamo stare a un metro, un metro e mezzo, a distanza tra due individui, tra due o più persone. La società, la socialità, il sociale non c’entra nulla da un punto di vista del rimedio riconosciuto per evitare il contagio. Però dai primi provvedimenti, dal marzo in poi, il distanziamento è stato etichettato, e nei media viene riproposto e ne parliamo tutti, come un “distanziamento sociale”. È scattata allora la molla per capire se il nulla sarà come prima allude, e significa in senso forte, all’accelerazione, utilizzando l’emergenza pandemica, di ritagliare un’idea, e quindi poi anche un modello, di società che sia completamente diverso da quello che ci ha rivestito come una seconda pelle. Una società che sia social e non sociale.

Sembrerebbe un gioco di parole – una semplice vocale in meno - e probabilmente lo è, ma la “e” finale di differenza tra sociale e social spalanca a mio avviso un mondo completamente diverso, perché l’idea di sociale per come l’abbiamo sempre non solo concepita, ma praticata, rinvia a una relazionalità collettiva, banalmente socialità vuol dire stare insieme. Non, come si direbbe in latino, uti singuli, ma stare insieme, come segmenti sociali, appunto, come ceti, come classi (ognuno può utilizzare il sostantivo che ritiene più calzante), però la socialità è in ultima analisi una dimensione collettiva. Socialità a livello dell’io e del me, della mia psiche, del mio subconscio, addirittura di un inconscio collettivo, come invita a riflettere Freud. Sociale vuol dire relazione, attivare relazioni, attivare conflitti, attivare scontri, significa attivare pratiche collettive. Addirittura significa umanità, essendo la cifra dell’umano, senza necessità di scomodare Aristotele e il suo zoon politikon (essere socievole dotato di logos, di linguaggio/ragione, ma anche calcolo computazionale...).

Ora, se abbiamo imparato qualche cosa dal neoliberalismo in questi ultimi decenni è proprio il tentativo di demolire le pratiche collettive, di ridurre il conflitto a un’idea vis a vis, singolo vs. sistema. Quello che è possibile tipicizzare con la nota battuta della Premier Lady di Ferro, Margareth Thatcher, secondo la quale non esiste la società, solo uomini e donne (e famiglie, aggiungeva tradendosi....), e quindi a cascata con l’esempio “se sei disoccupato è colpa tua che non ti sai adeguare, non è colpa del sistema”, esonera il sistema politico della produzione e della redistribuzione di ricchezza dalle proprie responsabilità, grazie anche al pensionamento concettuale e immaginario di un termine considerato demodé, superato, tipico di reduci nostalgici di movimenti risalenti al famigerato ’68. Oggi è il singolo individuo al centro della scena sulla cui misura è obbligato ad adeguarsi, alimentando ricorsivamente un iper-individualismo di una società che è esattamente a immagine della dimensione social, questa volta senza la “e” finale.

Peraltro, il rischio di atrofizzare la sensibilità empatica è reale, in quanto la concentrazione egoica comporta lo smarrimento di ogni esperienza di condivisione collettiva se non direttamente in prima persona; una mediazione di prossimità o di solidarietà tra estranei viene ad annullarsi, con l’ulteriore effetto di allentare i legami sociali a favore di un rispecchiamento egoistico mediato, al limite, tra sé e social media utilizzato.

Inoltre, in queste settimane siamo ridotti a mimare un evento collettivo, un incontro, una conversazione, un dialogo, una conferenza, una lezione, un lavoro “agile” e “simpatico” (smart), e via dicendo. Ma facendo ciò, in effetti, il nostro interlocutore è la nostra immagine sullo schermo,

qualche viso più o meno dinamico in dimensione “francobollo”, e quando siamo in tanti leggiamo un po’ di iniziali di nomi con cui stiamo simulando una esperienza social, poco sociale.

Stiamo quindi mimando una nuova idea di socialità, che non ha nulla a che vedere con l’incontro tra corpi, con l’interruzione di chi taglia la parola, con uno sguardo che fa capire come forse non tutto sia chiaro e comprensibile, vale a dire tutto quello che siamo abituati a esperire come elemento di una socializzazione corporea.

Nei social, invece, la dimensione è una dimensione completamente avulsa. Innanzitutto ognuno col proprio smartphone, ognuno tra sé e sé. Il dialogo o la socialità avviene tra l’io e il proprio device, smartphone, tablet o computer che sia, non con l’interlocutore. Con l’interlocutore abbiamo innumerevoli modi per interloquire, ma essi vengono tutti surrogati: il pollice alzato del like, l’emoticon più o meno espressivo e, soprattutto, le tracce che noi lasciamo quando navighiamo sui nostri social. Tracce che vengono capitalizzate per tutta una serie di attività: le più banali sono quelle di marketing commerciale, ma ci sono quelle un po’ più serie quali la formazione della volontà politica, la formazione dell’opinione pubblica, che viene artatamente orientata da chi possiede i dati della nostra socialità via social, la cui identità digitale profilata via cookies non coincide con la nostra idea di identità personale o individuale. Per di più, non siamo noi singoli i detentori dei dati. Perché quando navighiamo sui social, qualunque siano, pensiamo di farlo gratis, perché magari riusciamo a navigare senza sborsare un euro, ma in effetti stiamo regalando tutti i nostri dati alle famose Big Tech (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft...) che riescono a orientare non solo il nostro consumo, le nostre forme di consumismo, ma anche la produzione del consumo.

Ecco un neologismo nella sociologia della comunicazione: prosumer. Sta ad indicare che oggi noi siamo produttori e consumatori nel medesimo istante, non come nella vecchia logica fordista in cui lo stesso individuo o era produttore o era consumatore, in momenti ben distinti, separati e scissi. Oggi noi produciamo e consumiamo nel medesimo istante in cui operiamo su uno smartphone a qualsiasi titolo e finalità. E ciò che produciamo e consumiamo sono dati. Di fatto noi siamo abituati a svendere se non a regalare i nostri dati che servono non solo, ripeto, per l’accumulazione dei profitti. Ogni like che facciamo su una qualunque battuta su Facebook è un innalzamento dei profitti da parte di Mr Zuckerberg, ma non solo lui. I like disseminati a destra e sinistra, su un libro, su un film, su una dimensione amicale, su quello che ho visto ieri, su quello che ho fatto, sull’apericena dell’altro giorno, costituiscono dati che servono alle Big Tech per costruire la nostra identità digitale. La nostra identità digitale non coincide con quello che noi percepiamo essere la nostra identità normale, che peraltro è già una cosa complicata. Ormai, da Freud in poi, sappiamo che c’è un buco nero in ciascuno di noi, per cui non possiamo pretendere, come voleva Cartesio - cogito ergo sum - di avere la nostra identità immediatamente a disposizione in modo trasparente perché siamo esseri intelligenti, pensanti e senzienti. Freud ha dimostrato l’illusione dell’Io sovrano, perché c’è un buco nero che certe volte ci governa senza che noi ce ne rendiamo conto.

Adesso, sulla dimensione social, l’identità digitale prevarica la nostra identità corporea. Perché l’identità corporea sta diventando un residuo nella vita cosiddetta reale, che è sempre più rarefatta, e non solo nelle settimane in cui siamo stati ai “domiciliari di massa”. In qualunque dimensione social la dimensione corporea diventa sempre più residuale, perché prevale l’identità digitale insieme e grazie alle pratiche social.

Lo scandalo di Cambridge Analytica – quella società di consulenza che ha influenzato elezioni politiche gestendo i dati di cittadini-elettori confezionando un messaggio propagandistico ad personam, cogliendo il lato suscettibile di persuasione vincente - è la punta dell’iceberg, non limitato alle elezioni di Trump del novembre 2016, perché sono emerse prove anche in occasione del referendum Renzi del dicembre 2016, quello perso clamorosamente. Anche in quella occasione, sotto traccia, ci sono evidenze di interferenze, di intrusioni non solo di potenze straniere, ma di raccolta dati da parte di soggetti privati, perché le Big Tech sono società private, imprese che

nemmeno multinazionali potremmo chiamare, perché ormai sono imprese globali. Infatti, il continente più popoloso del pianeta terra, oramai, è Facebook, non è l’Asia. Facebook è utilizzato da metà della popolazione mondiale, cambiando anche la geografia con cui noi individuiamo le singole nazioni e i singoli individui appartenenti a una nazione, quindi cittadini sì, ma digitali. E si comprende appieno il peso di una potenza come Facebook, che non a caso entra nel parlamento americano, si fa ricevere da Trump, o addirittura negozia con l’Unione Europea, al pari delle altre Big Tech, sconti di tasse, benefici fiscali, ammorbidimenti di pressioni, ovviamente economiche, in una ottica strategica di dare e avere favori, da pari a pari, con una capitalizzazione in borsa e una ricchezza personale superiore economicamente alle ricchezze misurate in PIL di tanti paesi della terra (ovviamente misurando in cifre incommensurabili).

La mia esperienza di docente universitario va in questo senso. Non solo stiamo facendo didattica, esami, lauree, programmazioni, tutto on line, con piattaforme proprietarie, non delle università, non pubbliche quindi, ma già si comincia a mormorare “oh!, che bello fare lezione a distanza! Giustamente i pendolari non sono più pendolari, giustamente tutti possono essere connessi e seguire le lezioni. Se le possono registrare, se le possono studiare dopo, la sera.... C’è ampia flessibilità”. Peccato che ci sia un digital divide, specialmente nel meridione d’Italia. Peccato che le famiglie non abbiano tutte un computer a testa o possano permettersi il costo di una massa di giga da adoperare ogni mese. Però questo sta diventando un obiettivo non solo consumistico: il governo finanzierà Apple, Samsung, Toshiba e altre imprese di questo genere, perché comprerà o darà dei bonus affinché le famiglie, per superare il digital divide, si dotino di un computer a testa - affrontando altresì i costi di una connessione a testa!... Assistiamo così all’ennesimo spostamento di somme dal pubblico al privato. Non al privato cittadino, bensì al privato multinazionale.

Ma c’è un altro aspetto. Già oggi nel mondo universitario, che è quello che sto sperimentando e su cui baso queste riflessioni, si parla del dopo lockdown, della fase 3. Ossia di una compresenza di didattica di presenza e a distanza, con degli effetti di regolazione curiosi. È circolata la voce su una università statale che ha varato alcune linee guida secondo le quali i docenti devono adottare, ossia predisporre delle lezioni sempre più semplificate, sempre più schematizzate, quindi slides, powerpoint, formule, senza intitolarle alla cattedra, senza firmarle, perché possano essere replicate alle generazioni seguenti, con le matricole future. Può diventare uno standard di cui si appropria l’università e non il singolo docente, ovviamente anche con l’effetto curioso che si potrà evitare di fare un turn over: perché un giorno, quando andrà in pensione tutta una schiera di docenti, non ci sarà bisogno di sostituirli con colleghi più giovani, perché tanto ci sarà la macchina a surrogare il docente. La macchina avrà accumulato tante di quelle lezioni in tanti insegnamenti e discipline, che tutto avverrà a distanza. Beninteso, schemi, formule, slides e powerpoint impoveriscono la conoscenza dei saperi e l’acquisizione di facoltà critiche, appiattendo e banalizzando tutto come infiniti bignamini!

Questa dimensione social, questa “e” che viene elisa dalle pratiche che ci vengono suggerite come best practice, come buone pratiche in sintonia coi tempi, dove si va verso la digitalizzazione e quindi siamo sempre up to grade e dobbiamo colmare il digital divide, questa impostazione nasconde surrettiziamente un disegno, abbozzato, ancora claudicante, ma pur sempre un disegno di ritaglio, di revisione, di riformulazione delle nostre dimensioni sociali, associative, collettive, con una riscrizione della conflittualità sociale che verrebbe dislocata su altre dimensioni. Certo, anche on line si può fare uno sciopero, basta sconnettersi durante l’orario di lavoro. Però si capirà bene che la conflittualità, la massa, la corporeità fisica, tutto ciò che ha fatto conflitto nel XX secolo, fa fatica a ridisegnarsi e riproporsi su un piano social.

È evidente che, su un piano social, il primo conflitto che ci viene in mente adotterà le pratiche di hackeraggio, disponibili per addetti ai lavori, perché non tutti siamo alfabetizzati per poterlo fare. Tuttavia, la possibilità di orientamento digitale delle opinioni pubbliche in un senso o in un altro, è

già quello che fanno i poteri e le autorità forti. Le fake news non sono altro che dei bot, cioè delle macchine intelligenti che sfornano notizie false e tendenziose. Persino la “bestia” di Salvini, che dialoga molto via Twitter esattamente come Trump, cioè il suo ufficio stampa, non costituisce solo un insieme di nomi, è un insieme di computer che elaborano a velocità vorticosa tutta una serie di posizioni e poi sarà il capo ufficio stampa, più paragonabile a un web planner, a un decision maker della comunicazione digitale, a selezionare quel messaggio ritenuto più pregnante in una data contingenza oraria. Vale per Salvini, per Renzi, per gli hacker a servizio di Putin, per Trump (più scheggia impazzita perché spesso disubbidisce alle elaborazioni digitali per fabbricarsi da sé il proprio tweet al vetriolo).

Abbiamo allora a che fare con una nuova ri-articolazione dei poteri e delle forme di consenso. In questo modo il consenso non viene meno, non si abolisce la repubblica, non si abolisce la democrazia, non si aboliranno nemmeno le elezioni. Anzi, ne avremo sempre più a iosa perché saranno orientate e canalizzate. In fin dei conti, nelle elezioni presidenziali del 2016, Trump, pur avendo meno voti popolari di Hilary Clinton, ha avuto più grandi elettori, grazie alla differenza in tre stati per qualcosa come 10.000 voti. È in questi tre stati, cruciali per aver rappresentato la differenza vincente, che si sono appuntati soprattutto i “bombardamenti” individualizzati e personalizzati tramite ai dati regalati dagli utenti, per convincere gli elettori indecisi, con le buone ovviamente, non con le cattive, in un porta a porta virtuale, a recarsi al voto e a votare per quel dato candidato. Ma questa volta la porta è la porta d’accesso del computer o dello smartphone, non la porta di casa (ma talvolta persino quella). “Bombardamenti” estremamente profilati per convincere a votare Trump diretti verso quell’elettore indeciso, di cui si era a conoscenza della indecisione in base a tutte le tracce lasciate sul proprio device. E questo ha funzionato perfettamente e nulla esclude che possa avere già avuto degli effetti in passato prima dello scandalo di Cambridge Analytica, e non si sa se non saranno revisionati in futuro in ulteriori occasioni, con tecnologie sempre più avanzate, sofisticate e invisibili all’occhio dei comuni mortali. Non da oggi la propaganda politica istituzionale non si risolve più né si esprime nell’andare in strada, fare il volantinaggio, mettere lo striscione, rendersi visibili con una sede in piazza, ma è tutta digitalizzata. Ragion per cui i vecchi partiti di massa sono spariti e oggi assumono le forme di comitati elettorali per campagne permanenti, anche in assenza di elezioni a breve termine.

Ecco, questo è quello che più mi premeva portare come contributo alla discussione e mi piacerebbe capire se il “nulla sarà come prima” è un mio timore di natura analitica, al di qua di ogni pessimismo o ottimismo, oppure è una prospettiva che altri, da punti di vista diversi, da osservatori diversi, da sensibilità diverse, potranno aver già notato e rilevato come esperienza non solo intellettuale, ma anche di pratica quotidiana.



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