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Tu sei qui: Portale Seminari online - On-line Seminars L'emergenza COVID-19 - 23 aprile 2020 Cinque Domande sullo Scenario Futuro. Intervista a Elena Pulcini

Cinque Domande sullo Scenario Futuro. Intervista a Elena Pulcini

Pubblichiamo l'intervista a Elena Pulcini, professoressa di Filosofia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell'Università di Firenze.


Cinque Domande sullo Scenario Futuro. Intervista a Elena Pulcini

 

Intervista comparsa su Doppiozero (https://www.doppiozero.com/materiali/cinque-domande-sullo-scenario-futuro-4) che ringraziamo per il permesso alla ripubblicazione.

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

Abbiamo subìto uno shock che ci ha destituiti dalle nostre certezze e dai nostri privilegi consegnandoci a una condizione di vulnerabilità radicale: radicale perché il vulnus, la ferita inflitta sulla parte di noi più esposta e fragile, cioè il nostro corpo, si è allargata al nostro intero stile di vita costringendoci a un momento di arresto, a disfarci rapidamente di tutti gli “ornamenti”, come direbbe Georg Simmel, di tutto il superfluo con cui da consumisti seriali abbiamo agghindato le nostre vite, per concentrarci sullo stretto necessario. Lo shock allora, con tutto il suo inevitabile carico di paura, è stato salutare: perché la paura, se reagisce a un vero pericolo, funziona come la passione del limite, quella che risveglia la memoria della nostra vulnerabilità umana troppo umana, e rompe il mito prometeico di una libertà e di un potere senza limiti. Abbiamo imparato, sembra, ad apprezzare il silenzio e la solitudine dopo una lunga sbornia di esteriorità, ci siamo addentrati nelle nostre regioni interiori per lo più sacrificate al nostro edonismo e a una coattiva passione dell’apparire, abbiamo riscoperto l’esistenza dell’altro con uno stupore e perfino un’euforia non priva di retorica, come sempre accade con il ritorno del rimosso. Ma ora la domanda è: quanto durerà questo risveglio? Quanto resisterà ai colpi della dura necessità dell’economico e all’imperativo della crescita che ha quasi subito ricominciato a esercitare la sua ineffabile tirannia su ogni nostro timido tentativo di provare a dar vita a un arendtiano “nuovo inizio”? E soprattutto, fino a che punto saremo capaci di interrogarci sulle vere cause di questa beffarda pandemia che ha reso schiavi soggetti abituati a pensarsi come sovrani? Perché è questa la posta in gioco: capire che il covid-19 è figlio del nostro (di noi umani) distorto rapporto cartesiano con la natura, l’effetto eloquente dell’inquinamento e delle polveri sottili che asfissiano le nostre città, la conseguenza delle deforestazioni e violazioni dei polmoni verdi del nostro pianeta esposti a quel misterioso spillover, quel salto di specie che ha reso il virus libero di vagare a piacimento per il mondo, rendendoci vittime globali di un pipistrello. Siamo infatti nell’era paradossale dell’Antropocene: nella quale l’umanità è il potente fattore prioritario che condiziona la natura e la vita sul globo terrestre e allo stesso tempo è la vittima potenziale del suo stesso agire.

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se difficile fare previsioni, come cambieranno le cose?

La parola globalizzazione è entrata nel nostro lessico da molto tempo, diventando anche una parola quasi quotidiana, mediatica, familiare. Eppure non credo che la maggior parte delle persone abbia davvero capito, finora, di che si tratta. Globalizzazione è un concetto che allude in primo luogo a due aspetti essenziali: l’interdipendenza delle vite e degli eventi e l’erosione dei confini territoriali, di cui siamo solo vagamente consapevoli. È indubbio infatti che attraverso eventi simbolici come l’attacco terroristico alle Twin Towers del 2001, o la crisi economico-finanziaria del 2008, abbiamo avuto la percezione di una interconnessione globale e fatto esperienza di una inattesa vulnerabilità; ma è vero anche che non ne abbiamo tratto un vero insegnamento, come auspicava tra gli altri Judith Butler nel suo Vite precarie. La risposta all’insicurezza globale è stata piuttosto la regressione endogamica e aggressiva della politica (dei singoli Stati e della stessa Europa al suo interno) sostenuta dal revival immunitario di cittadini sempre più motivati da passioni negative come la paura persecutoria proiettata sull’altro, e il risentimento vendicativo che sfocia nella violenza. Passioni ulteriormente alimentate dalla crisi migratoria, quale facile pretesto per la costruzione di capri espiatori su cui legittimare la chiusura identitaria. Purtroppo la comunicazione globale consentita dalla rete, che pure ha rivelato potenzialità preziose – dalla immediatezza delle informazioni al sostegno sia pure “virtuale” delle relazioni affettive – ha mostrato anche il suo volto oscuro, non solo alimentando la costruzione del nemico attraverso le famigerate fake news, ma rivelando la sua doppia e ambivalente struttura di dominio e anarchia: da un lato il controllo verticale delle informazioni pilotate ad hoc dai grandi poteri, dall’altro la dinamica anarchica del mercato delle opinioni che rimbalzano attraverso i social offuscando pericolosamente la verità dei fatti. Eppure in questa forbice tra dominio e anarchico disordine, abbiamo visto riaffacciarsi momenti corali e solidarietà artigianali, come i canti collettivi dai balconi, gli applausi a chi ci cura, la spesa portata dai più giovani agli anziani del condominio. Un’àncora a cui è bene restare saldamente legati.

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato di ampiamento della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

Se per umanesimo intendiamo genericamente, attingendo alle sue origini, un risveglio della cultura e delle arti fondata sulla capacità dell’“uomo” di dare libero corso alle proprie qualità e alla propria creatività, non si può non auspicarne un ritorno, soprattutto in un’epoca come la nostra in cui rischiamo di essere risucchiati dalla tirannia di un potere tecnologico pervasivo, dai suoi algoritmi omologanti, dalla sua vocazione al controllo totalizzante che, da affamato divoratore di big data, ci sottrae sempre più la libertà di decidere cosa leggere, dove andare in vacanza, quale vestito comprare, prevenendo ogni nostro desiderio e orientando ogni nostra scelta. Bisogna tuttavia fare attenzione perché in quanto illimitata fiducia nelle capacità e nelle possibilità del soggetto umano, l’umanesimo rischia di cadere in quella che è forse la trappola più insidiosa della nostra storia e della nostra cultura: vale a dire l’antropocentrismo, qualcosa che si afferma appunto ancora prima della modernità, se già Montaigne nei suoi bellissimi Saggi ne denunciava la pretesa e l’arroganza. Pretesa dell’uomo di essere il signore dell’universo, di poter sfruttare la natura ai suoi propri fini e bisogni, dando per scontata una relazione gerarchica con il mondo vivente. C’è infatti l’antropocentrismo alla radice del saccheggio delle risorse naturali e animali, dell’individualismo illimitato e dell’imperativo della tecnica in virtù del quale ciò che si può fare si deve fare; una visione tanto più pericolosa quanto più rivendica le virtù dell’umanesimo e di queste si fa velo. Bisogna allora tenerli accuratamente distinti per accedere a un umanesimo, se vogliamo ancora chiamarlo così, che valorizzi le dimensioni rimosse dell’umano – la vulnerabilità e l’empatia, la reciprocità e la cura – attraverso le quali è possibile ricostruire la profonda alleanza con la natura e il mondo vivente.

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

La coazione alla crescita, all’espansione e all’innovazione, sempre più necessaria alla sopravvivenza stessa del capitalismo, ha da tempo imposto una logica predatoria “neoliberista”, rispetto alla quale l’ottimismo di Adam Smith e perfino il disincanto critico di Max Weber appaiono il lontano e utopico ricordo di una stagione ancora fiduciosa in una possibile alleanza tra economia ed etica. Si ha la netta sensazione che mai come ora sia in atto invece una scissione irreversibile; e che un manipolo di poche élites eserciti un dominio senza ammortizzatori dietro le quinte di un set teatrale apparentemente democratico, tessendo i fili del nostro futuro. Solo che si tratta di un dominio senza progetto e senza futuro, il cui unico scopo è appunto quello di acquisire per non morire, di primeggiare per non fallire, di restare a galla per non affogare. Un dominio cieco e irresponsabile che non riesce a farsi carico neppure delle prossime generazioni di figli e nipoti, e si serve di politiche immunitarie o sovraniste (da America first a Prima gli italiani…), preoccupate solo di garantire la coesione endogamica del proprio Stato territoriale con la quale sperano (o si illudono? o fingono?) di gestire i rischi sempre più ingestibili di un modello di sviluppo che non riesce più a risolvere i problemi che esso stesso crea. Il capitalismo, come ci ha spiegato di recente Jason Moore nel suo Antropocene o Capitalocene?, non ha un regime ecologico, ma è un regime ecologico, cioè un modo specifico di organizzare la natura, fondato sulla incessante subordinazione di quest’ultima alle necessità della produzione e all’accumulazione di ricchezza. Ma il fatto è che questo bisogno illimitato di risorse e di crescita si infrange nella realtà di un mondo con risorse limitate. Ancora una volta, dunque, la questione ecologica è cruciale se è vero, come ipotizza Bruno Latour, che nell’accordo di Parigi del 2015 le élites che partecipano al vertice sul clima si siano rese conto che il pianeta non sarebbe più stato in grado di sostenere le loro aspettative di sviluppo e di vita, che non c’era più per tutti un luogo dove “atterrare”: e dunque l’unica possibilità era quella di mettersi singolarmente al riparo, ponendo così fine ad ogni idea di un mondo condiviso e ad ogni sforzo collettivo di responsabilità per il futuro

 

5. La diseguaglianza sociale che è emersa anche in questo frangente critico è destinata a perpetuarsi una volta terminata la crisi sanitaria o invece vedremo emergere dei cambiamenti sul piano economico e sulla distribuzione della ricchezza?

Il capitalismo, come ci ha mostrato Thomas Piketty qualche anno fa (Il capitale nel XXI secolo), confermando di fatto la denuncia prima rousseauiana e poi marxiana delle promesse non mantenute della modernità, produce disuguaglianza: anzi, una molteplicità di forme di disuguaglianza che proliferano sempre di più nello spazio globale. Era dunque inevitabile, come sempre accade quando esplode una crisi sociale, che a pagare siano in primo luogo i soggetti svantaggiati: che si tratti dei paesi del Sud del mondo o dei poveri di un paese ricco. Basti pensare agli effetti della quarantena: alcuni potevano permettersela, altri (i senza casa, i precari, i disoccupati) no. Ma non solo. La pandemia ha infatti fatto emergere un’altra terribile disuguaglianza: quella tra i (più) giovani e gli anziani, che sono diventati gli scarti, i déchets, per usare un termine di Georges Bataille; quelli che, di fronte all’alternativa di una vita giovane da salvare vengono necessariamente sacrificati. D’altra parte perché dovremmo stupirci? Il nostro mondo funziona attraverso la produzione costante e sempre più massiccia di scarti, attraverso i quali definiamo ciò che all’opposto è utile, funzionale, produttivo. Salvo poi, per una sorta di sarcastico contrappasso, essere invasi da una proliferazione di scarti (le isole di plastica, l’immondizia che invade le città, i rifiuti tossici) che cerchiamo affannosamente di ignorare o di spostare altrove ottenendo per lo più la loro moltiplicazione: perché gli scarti sono il risvolto oscuro e putrido della benjaminiana fantasmagoria della merce, la verità nascosta e ormai endemica di un mondo edificato sull’imperativo tirannico e abbagliante della produzione e del profitto. A questo imperativo abbiamo sacrificato i nostri anziani, morti silenziosamente senza affetti e senza degna sepoltura, ormai ridotti ad una categoria, inutile e superflua. Ma con loro abbiamo perso un pezzo della nostra storia, della nostra identità, e soprattutto la memoria di un modo diverso di vivere da cui avremmo ancora molto da imparare: come il fatto che gli scarti hanno un loro specifico e potenziale valore, che non è quello dell’utile e del guadagno.

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