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Tu sei qui: Portale Seminari online - On-line Seminars Leggere Canetti. "Massa e potere" cinquant'anni dopo - Urbino, 15 marzo 2010 La morte felice. Osservazioni sulla dinamica della massa aperta

La morte felice. Osservazioni sulla dinamica della massa aperta

Luigi Alfieri - 15 marzo 2010 Comincerò dal principio, come Alice nel paese delle meraviglie. E, come Aristotele nella Metafisica – e come Elias Canetti – comincerò appunto dalla meraviglia. La meraviglia che Canetti esprime, nel folgorante inizio di Massa e potere, verso un fenomeno assolutamente banale, talmente scontato che nessuno prima aveva mai pensato che meritasse una riflessione seria, che addirittura l’intera problematica della massa potesse esservi fondata [...]

Luigi Alfieri - 15 marzo 2010


 

1. Comincerò dal principio, come Alice nel paese delle meraviglie. E, come Aristotele nella Metafisica – e come Elias Canetti – comincerò appunto dalla meraviglia. La meraviglia che Canetti esprime, nel folgorante inizio di Massa e potere, verso un fenomeno assolutamente banale, talmente scontato che nessuno prima aveva mai pensato che meritasse una riflessione seria, che addirittura l’intera problematica della massa potesse esservi fondata.

Di solito, la presenza di altri a noi sconosciuti rappresenta per noi un disagio, se non proprio un problema. Non ci piace se uno sconosciuto ci guarda, meno ancora ci piace se siamo stretti, premuti da corpi di sconosciuti in una qualsiasi situazione di affollamento. Ma – e nessuno che io sappia aveva prima avuto l’audacia di meravigliarsene – ci sono momenti, frequenti, a tutti ben noti, che nulla hanno di insolito o straordinario, in cui accade il contrario. Cerchiamo avidamente il contatto, visivo, corporale, emotivo, con sconosciuti. Sconosciuti che non sentiamo alcun bisogno di conoscere, ma anzi vogliamo lasciare così come sono: anonimi, spersonalizzati, solo corpi caldi e cuori battenti che si stringono a noi, fino alla totale mescolanza, fin quasi ad una sorta di stretta condivisione di fisicità che solo l’eros consente, ma in questo caso non è propriamente eros, è piuttosto una sorta di fagocitazione, di inghiottimento. In questi casi non abbiamo più disagio, né paura. E se l’abbiamo, l’abbiamo tutti insieme, non gli uni degli altri. E questo in qualche modo ci piace e ci consola. È l’essenza della massa, il capovolgimento del timore di essere toccati.

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente  può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro. La paura dello scassinatore non si riferisce soltanto alle sue intenzioni di rapinarci, ma è anche timore di qualcosa che dal buio, all’improvviso e inaspettatamente, si protende per agguantarci. La mano configurata ad artiglio è usata continuamente come simbolo di quel timore. […]

Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore d’essere toccato. Essa è l’unica situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto. È necessaria per questo la massa densa, in cui corpo si addossa a corpo, una massa densa anche nella sua costituzione psichica, proprio perché non si bada a chi “ci sta addosso”. Dal momento in cui ci abbandoniamo alla massa, non temiamo d’esserne toccati. Nel caso migliore, si è tutti uguali. Le differenze non contano più, neppure quelle di sesso. Chiunque ci venga addosso è uguale a noi. Lo sentiamo come ci sentiamo noi stessi. D’improvviso, poi, sembra che tutto accada all’interno di un unico corpo. […] Quanto più gli uomini si serrano disperatamente gli uni agli altri, tanto più sono certi di non avere paura l’uno dell’altro. Questo capovolgimento del timore di essere toccati è peculiare della massa.

 

   Ma perché abbiamo timore di essere toccati? Di cosa esattamente abbiamo paura? È evidente che non si tratta di una paura realistica, razionalmente giustificata. Il più delle volte, non ci aspettiamo affatto di essere aggrediti quando ci troviamo tra la folla. Al massimo, stiamo un po’ attenti al portafoglio, ma di solito non pensiamo neanche a questo. E certo non ci aspettiamo nessuna reale minaccia se ci troviamo a casa nostra al buio: eppure, se non abbiamo intenzione di dormire, ci affrettiamo ad accendere subito la luce. Quasi nessun bambino sopporta facilmente il buio, anche nei luoghi che gli sono più familiari, come se i bambini sapessero meglio di noi adulti di cosa si tratta, perché il buio è sempre minaccioso. Ma anche un adulto molto coraggioso e molto razionale non si sentirebbe tranquillo se gli capitasse di dover attraversare un cimitero di notte, sebbene, specie se è un po’ illuminato e non c’è neanche il rischio di inciampare, sia evidentemente il luogo più sicuro al mondo.

Se uno sguardo estraneo si posa insistentemente su di noi, se un corpo estraneo ci preme addosso, se l’ambiente in cui siamo non è perfettamente controllabile dai nostri sensi, se delle persone che ci stanno attorno non possiamo con piena certezza prevedere le intenzioni, proviamo un irresistibile senso di minaccia, nonostante le ovvie considerazioni rassicuranti che quasi sempre ci offrirebbero la ragione e la nostra stessa esperienza. Non ci sono validi argomenti in contrario. Se qualcuno gi guarda in maniera troppo diretta e troppo fissa, gli chiediamo infastiditi cosa vuole da noi, se qualcuno ci tocca o ci urta inavvertitamente pretendiamo che si scusi anche se non ci ha fatto nessun male. Se siamo al buio in un luogo non familiare, per quanto possa essere caldo, confortevole e tranquillo, abbiamo uno spasmodico bisogno di fare luce, almeno finché non abbiamo esplorato bene il luogo. Perché?

In un senso generico e un po’ astratto, è facile comprendere di cosa abbiamo paura in ultima istanza. Se non fossimo fragili, vulnerabili, continuamente esposti a casi avversi di ogni genere, sempre sul punto di ammalarci, di ferirci, di perdere la salute e la vita, se non dovessimo guardarci a ogni passo da eventi anche banali che una minima disattenzione nostra o altrui potrebbe rendere nefasti, se non fossimo, in definitiva, mortali, allora questo timore non ci sarebbe, e potremmo vivere con indifferenza, o con curiosità, o persino con gioia, ogni contatto con sconosciuti, ogni irruzione di novità piccole o grandi nella nostra vita, e forse cercheremmo con avidità ogni tipo di manifestazioni dell’ignoto (anche perché dev’essere molto noiosa, la vita di un immortale…). Ma siamo mortali, siamo in ogni istante a rischio, e soltanto la familiarità con luoghi e persone può darci un debole e temporaneo senso di sicurezza che subito perdiamo quando ci avventuriamo all’aperto, fuori della tana, sempre guardinghi nel mare di minaccioso anonimato che ci circonda.

Questo è sicuramente vero, è sin troppo ovvio che lo è, eppure non credo che possiamo ritenerci soddisfatti. È un riferimento troppo ampio e generico rispetto alla stretta, fisica specificità del timore di essere toccati. Altre situazioni conterrebbero una minaccia di pericoli mortali molto più immediati rispetto ad una passeggiata in strade affollate. Dovremmo avere molto più disagio a salire in macchina, anche in perfetta ma non per questo sicura solitudine; dovremmo avere molta più paura proprio delle persone a noi familiari, quelle che per molte ore al giorno ci hanno in loro completa mercé e che, come insegnano la cronaca nera e le statistiche, sono di gran lunga i più probabili autori di aggressioni. E perché la paura del buio, anche in luoghi deserti, che solo in maniera molto indiretta e metaforica possono evocare immagini di morte? E perché la paura dei morti stessi, che non temiamo evidentemente in quanto immagine del nostro futuro destino, ma da cui, assurdamente ma con una plurimillenaria e documentabilissima costanza nel nostro immaginario, temiamo esattamente di essere aggrediti e portati con loro nel loro mondo buio? Sono tutti scenari che evocano qualcosa di molto più preciso e circoscritto che la nostra generica mortalità. Uno sguardo estraneo troppo attento e fisso su di noi ci isola dalla folla anonima e ci identifica come bersagli, un improvviso contatto corporeo ci dà la sensazione di poter di colpo essere afferrati, sottratti a noi stessi prima che possiamo riprendere il controllo del nostro corpo e usarlo per fuggire o aggredire, il buio è la condizione in cui noi non vediamo, ma occhi infallibili e ben nascosti ci potrebbero vedere. E i morti sono abitatori di ciò che è buio più di ogni altro luogo e più di qualunque altra cosa è ignoto: chi meglio di loro potrebbe vederci sempre senza essere visto mai, e tenderci agguati da cui non abbiamo difesa?

Sono tutti scenari che evocano qualcosa di più preciso e specifico della morte. O meglio, che evocano una morte molto più precisa e specifica. Sono scenari di predazione.

Canetti lo dice: lo abbiamo già citato. Il nostro timore è “timore di qualcosa che dal buio, all’improvviso e inaspettatamente, si protende per agguantarci. La mano configurata ad artiglio è usata continuamente come simbolo di quel timore”. E precisa con acribia filologica: “Molto di questo concetto è entrato nel duplice significato della parola angreifen (protendersi per prendere, per toccare). Vi si trovano insieme sia il contatto innocuo sia l’aggressione pericolosa, e qualcosa di quest’ultima è sempre presente anche nel primo. Nel sostantivo Angriff (aggressione) è però rimasto solo il significato negativo”. Il linguaggio stesso, in qualche lingua almeno, unifica l’atto del toccare con quello del prendere. Il nostro timore di essere toccati è timore di essere presi: è un atavismo che evoca centinaia di migliaia di anni trascorsi a tremare nel buio, in attesa del prossimo artiglio. È come se i bambini, esseri molto più antichi di noi, ne avessero conservato con precisione il ricordo, che per noi è più vago e nebbioso. È come se davvero si ricordassero di essere già stati ghermiti, come se avessero già sperimentato le zanne, come se qualcosa in loro sapesse bene cosa si prova ad essere divorati nel buio. Del resto, per molte culture “primitive” a cui noi guardiamo con distacco quasi divertito, come a esotiche curiosità, i bambini sono assai prossimi alla morte, sono venuti da poco da lì. E per moltissimi millenni, non è esistito altro modo di morire.

Ma allora, cos’è esattamente la massa? Perché in essa il timore di essere toccati non solo sparisce, ma addirittura si capovolge? È proprio questo il punto interessante, e certo tale da meravigliare. Il punto non è affatto che nella massa noi viviamo una sensazione di sicurezza che ci fa sentire al riparo dalla predazione. Il punto è invece che nella massa noi desideriamo quelle stesse esperienze che in altre circostanze ci evocano intollerabili timori. Nella massa, insomma, vogliamo essere predati. Ma neanche questo è sufficientemente preciso. Piuttosto, nella massa non abbiamo più nessuna paura di essere predati, perché siamo stati predati già. È come se ci godessimo la beata esperienza di una felice e sazia digestione. Solo che siamo noi ad essere digeriti: e ne godiamo profondamente.

 

2. C’è un altro fenomeno, antico quanto la massa e ad essa legato, nella cui analisi Canetti inizia ugualmente dalla predazione. Si tratta del comando.

Anche qui si parte dalla più assoluta, più stupida banalità, per farne emergere, con un elegante e geniale atto di svelamento, la meraviglia nascosta e terribile.

Cos’è un comando?

“Un ordine è un ordine”: il carattere definitivo e indiscutibile che è peculiare dell’ordine può anche aver contribuito a far sì che gli uomini vi riflettessero ben poco. Dell’ordine si pensa: è sempre stato così, è naturale e necessario.

 

E in effetti è vero: è sempre stato così, è naturale e necessario. Ma in un senso estremamente forte e pregnante. Il comando è più antico di noi: se no i cani non lo capirebbero, osserva Canetti con disarmante e geniale semplicità. Appartiene pienamente, alla sua origine, al mondo animale, dunque è profondamente radicato nella natura. Solo che nel mondo animale si manifesta originariamente in un altro modo. Canetti è altrettanto convinto del più accanito sociobiologo che tutti i comportamenti umani traggono origine dalla dimensione animale, ma non cade mai nel tipico errore dei sociobiologi, e dei riduzionisti in generale: l’antropomorfismo. Il comando nasce nel mondo animale, ma non nasce in legame con fenomeni esclusivamente umani e che solo con una risibile trasposizione mitologica possono essere attribuiti anche agli animali, come la “gerarchia sociale” o il “potere individuale”. Nasce in rapporto ad un fenomeno assolutamente e biologicamente originario come la paura di morire. Nasce come reazione di fuga di fronte a una minaccia. La figura originaria del comando è il più elementare e costitutivo sussulto della vita che non vuole morire di fronte all’improvviso manifestarsi della morte. Quando la morte appare sulla scena, lei per prima comanda. E comanda il suo contrario, comanda di vivere. Il manifestarsi della morte produce paura, e la paura produce la reazione irresistibile della fuga. È il comando di fuga, implicazione necessaria della minaccia di morte.

 

Il comando deriva dunque dal comando di fuga: nella sua forma originaria, esso ha luogo fra due animali di diversa specie, l’uno dei quali minaccia l’altro. La differenza di potere tra i due, il fatto che l’uno sia abituato – per così dire – a fungere da preda per l’altro, l’inalterabilità di tale rapporto che sembra stabilito per sempre, - tutto ciò conferisce al processo il suo carattere assoluto e irrevocabile. La fuga è l’ultima e l’unica istanza cui ci si può appellare contro quella sentenza di morte. Il ruggito di un leone in caccia è effettivamente una sentenza di morte: è l’unico suono della lingua del leone che tutte le sue vittime comprendano, e tale minaccia può esser l’unica cosa comune ad animali diversissimi gli uni dagli altri. Il più antico ordine – impartito già in epoca estremamente remota, se si tratta di uomini – è una sentenza di morte, la quale costringe la vittima a fuggire 

 

Certo, nella forma originaria del comando non c’è alcun atto di obbedienza. C’è una minaccia, c’è una fuga, e c’è un legame necessario tra le due, la paura di morire. Ma non c’è l’intenzione di chi minaccia di provocare la fuga – se c’è, è solo perché la caccia è organizzata in modo che sia più facile catturare la preda se la si fa fuggire verso una certa direzione, ad esempio verso un compagno di predazione, e dunque manca in ogni caso la volontà che la preda si sottragga alla minaccia – e non c’è affatto l’intenzione da parte di chi fugge di compiacere la volontà di chi minaccia. La grande innovazione tutta umana del comando – che peraltro ha fissato un legame fortissimo dell’uomo con gli animali stessi – è l’introduzione di questo nesso. Cioè l’inversione di direzione della fuga: non la fuga dal, ma la fuga verso il predatore, la fuga che non consiste nel sottrarsi, ma nel darsi illimitatamente a chi minaccia, il rifugio non dalla, ma nella sua volontà: se non scappo da te, tu non mi mangerai – almeno non subito – , se io mi offro, tu mi darai la vita - almeno ancora un po’ -, se io accetto di essere cibo per te, tu mi darai cibo. È la domesticazione del comando, che ne crea la forma specificamente umana.

Inizialmente però si tratta ancora di un rapporto tra due specie. Si tratta di una variante della predazione, quella che si realizza nel passaggio dalla caccia all’allevamento. L’uomo cattura la preda e ne assume il pieno controllo, ma ne differisce la morte. In attesa di ucciderla, nutre la preda, la difende da altri predatori, la fa riprodurre. La preda gli si abbandona: forse ignara della sua futura morte, forse in qualche strano modo nascostamente complice di essa, spesso non ha bisogno neppure di una costrizione fisica per restare presso di lui. Accorre ai suoi richiami, prende il cibo dalle sue mani, si lascia guidare. È nata l’obbedienza come legame complice tra la preda e il cacciatore. E in questo modo è nato anche il potere. Che è, nel suo lato passivo, sottomissione alla morte, “volontà” – poco o per nulla cosciente, certo, almeno all’inizio -, di essere uccisi. Purché non subito. O purché non da soli.

 

Su tutti gli animali che l’uomo tiene prigionieri, pende la sua sentenza di morte. Essa è propriamente sospesa – spesso per lungo tempo -; ma nessuno verrà graziato. Così l’uomo trasferisce impunemente sugli animali la propria morte, di cui è pienamente cosciente. Il margine di vita che egli concede loro, ha qualcosa della sua propria vita; solo che nel loro caso egli assiste all’istante in cui hanno raggiunto la loro fine. La loro morte gli giunge più lieve se possiede molti animali e ne sceglie uno della mandria per macellarlo. I due obiettivi che egli persegue, l’accrescimento della sua mandria e l’uccisione del singolo animale, possono pienamente congiungersi. In questo modo, egli come allevatore è più potente di ogni cacciatore. Le sue bestie sono tutte radunate insieme e non gli sfuggono. La durata della loro vita sta nelle sue mani. Egli non è subordinato alle occasioni che gli animali gli offrono, e non è costretto a ucciderli sul posto. Alla capacità del cacciatore si contrappone la potenza dell’allevatore.        

Qui il potere si manifesta già nella sua pienezza, con le sue due caratteristiche principali: decidere della vita e della morte di altri, costruendo uno spazio di indeterminazione tra l’una e l’altra dominato dal proprio arbitrio, e alleviare il peso della propria mortalità provocando la morte di altri e assistendovi, che è il fenomeno della “sopravvivenza”. Ma è ancora soltanto una variante della caccia: rimane molto prossimo alla sua forma originaria e direttamente dipendente dall’esigenza dell’alimentazione. Per passare a forme più sofisticate del comando e avvicinarsi al meccanismo propriamente politico del potere, bisogna fare un passo ulteriore: passare cioè dal rapporto tra predatore e preda all’alleanza gerarchizzata tra predatori. Resta la differenza di specie: un uomo e una bestia, questa volta un uomo e un cane. Oppure, e la variante è molto meno significativa di quel che sembrerebbe, un uomo libero e uno schiavo. Dove quest’ultimo non viene affatto considerato un oggetto, come comunemente si dice, osserva Canetti: viene considerato precisamente un animale, ma un animale che non è preda, o non lo è in senso alimentare. E la ragione per cui lo schiavo non può essere considerato un oggetto, uno strumento, è precisamente che solo gli esseri viventi possono obbedire.

 

La vera e propria caratteristica dell’oggetto è la sua impenetrabilità. Un oggetto può essere colpito e spostato, ma non può immagazzinare alcun comando. La definizione giuridica dello schiavo quale oggetto e possesso è dunque ingannevole. Lo schiavo è animale e possesso. Un singolo schiavo può essere innanzitutto paragonato a un cane. Un cane prigioniero è stato sottratto ai legami del suo branco: è stato isolato. È agli ordini del suo padrone: rinuncia alle iniziative che contrastano con i comandi del padrone, e perciò viene da lui alimentato.

Nutrimento e comando hanno dunque, sia per il cane sia per lo schiavo, una sola fonte: il padrone; da questo punto di vista la loro condizione può essere giustamente paragonata a quella del bambino.

Possiamo dunque distinguere quattro tappe (quattro tappe iniziali: il processo è lungo; le tappe non vanno inoltre intese in ordine rigidamente cronologico, anzi almeno alcune vanno necessariamente pensate come contemporanee) nel processo di domesticazione del comando. La prima tappa è il bestiame, la preda docile che non fugge. La seconda è il cane, il predatore subordinato che non caccia più per sé ma per il padrone (o custodisce il suo bestiame) in cambio di cibo, protezione e, bisogna certo aggiungere, riconoscimento affettivo. La terza tappa è lo schiavo, la bestia umana che è contemporaneamente un po’ cane e un po’ bestiame. La quarta tappa è il bambino, e qui per la prima volta il comando si colloca all’interno della stessa specie, ma in una situazione di fortissimo ed evidente squilibrio di forze che determina da parte del più debole una dipendenza assoluta. La prima è ancora una chiara e netta figura di preda. Il cane e lo schiavo presentano invece un’ambiguità, la stessa per entrambi. Per un verso sono preda: i primi cani addomesticati sono stati evidentemente catturati mentre vivevano in libertà nella natura, gli schiavi sono normalmente fatti prigionieri in guerre, scorrerie o atti di pirateria. Però sono preda senza essere cibo: la loro morte, che rimane sempre incontestabile diritto del padrone, non è semplicemente differita, ma vi si rinuncia definitivamente o quasi: forse verranno uccisi o lasciati morire quando saranno troppo vecchi per servire a qualcosa, ma, almeno in certi contesti socio-culturali, si riterrà doveroso mantenerli in vita sino alla loro fine naturale, e comunque non è in vista della loro morte che vengono catturati e tenuti in perenne prigionia. Per un altro verso ancora, sono predatori, in senso proprio o traslato. Il cane è originariamente un ausilio per la caccia, e lo resta in molti casi ancora adesso; lo schiavo è utilizzato dal padrone per aiutarlo a procurarsi le sue risorse vitali, è anzitutto, come ogni predatore, un produttore di cibo. Dunque il comando li attraversa in maniera particolare. Non ne sono solo destinatari, vittime: ne sono anche strumenti, veicoli; in moltissimi casi è la loro attività a dare compimento, concretezza, esito al comando del padrone, in qualche misura lo possono addirittura esercitare essi stessi. Il cane “comanda” al gregge, senza dubbio, ma “comanda” già alla preda di caccia, che minaccia di morte per conto del padrone; allo schiavo possono essere attribuite posizioni di autorità a volte anche elevate, può essere custode, confidente, portavoce, amministratore, guardiano armato, cacciatore, guerriero, sicario, boia. Al cane come allo schiavo, il padrone può ordinare di uccidere. Il bambino, infine, non è mai preda – se escludiamo situazioni patologiche o criminali –: non è oggetto di alcun differimento di morte. La morte normalmente non gli viene neppure minacciata, neanche in forma indiretta o lontana. È il prosecutore della vita dell’adulto da cui dipende, è colui che ne prolungherà nel tempo il potere al di là dei limiti della sua stessa vita, è, se così vogliamo dire, il predatore futuro, attraverso cui l’adulto continuerà in qualche modo a predare. Però è soggetto al comando, e in forma estrema, addirittura più intensa e continua rispetto al cane e allo schiavo, perché non può avere una sua volontà, e neppure una sua identità: deve crescere, deve imparare tutto, solo obbedendo impara, e solo così addirittura impara ad essere se stesso, la sua stessa identità personale è generata dal comando. Ma in questo la minaccia è intrinseca, si identifica senza residui con la stessa dipendenza. È una minaccia di abbandono: se l’adulto si stacca da lui, lo lascia – anche involontariamente – il bambino muore quasi subito, e se non muore non ha comunque nessuno che lo costruisca, che lo dia a se stesso: senza il comando non avrà una vita sua.

Ora si può comprendere bene la fondamentale variante che la domesticazione del comando apporta all’originaria minaccia di morte (ed anzi solo questa variante, propriamente, trasforma la minaccia in comando). Si tratta della complicità, di cui assume la forma l’originaria paura. La paura è onesta: spontanea, disinteressata, immediata, naturale. È un meccanismo elementare, puro. La complicità è impura, è un composto. C’è il calcolo, c’è l’interesse, c’è l’inganno esercitato e subito, c’è la seduzione esercitata e subita, c’è la rinuncia, c’è la fedeltà che non riesce mai ad essere totalmente distinta dalla viltà. C’è anche l’affettività, sicuramente. Se il cane lecca, e lo schiavo (o il bambino) bacia la mano del padrone (o del padre) è anche perché gli vuole sinceramente bene indipendentemente da ogni beneficio dato o promesso. Ma proprio in questo, naturalmente, raggiungono il culmine la dipendenza e la paura della perdita. Proprio la più intensa affettività riesce a dare la massima forza alla minaccia di morte: “non posso vivere senza di te”. Suona bello, ma se ci riflettiamo bene comprendiamo che è abbastanza terribile.

Questo può farci comprendere meglio la spietatezza con cui Canetti lega la domesticazione del comando (cioè la forma specificamente umana del comando) alla corruzione.

 

Come si è giunti a questa domesticazione del comando? Cosa ha reso innocua la minaccia di morte? La spiegazione sta nel fatto che in ciascuno di quei casi è stata usata una sorta di corruzione. Il signore dà da mangiare al cane o allo schiavo, La madre nutre il suo bambino. La creatura che si trova in stato di sudditanza viene quindi abituata a ricevere il nutrimento solo da una determinata mano. Lo schiavo o il cane prendono il cibo soltanto dal padrone: nessun altro è impegnato a dargliene, anzi nessun altro può dargliene. Il rapporto di proprietà consiste in parte nel fatto che essi prendono tutto il loro cibo unicamente dalla mano del padrone. […]

[…] La domesticazione del comando si vale di una promessa di nutrimento. Invece di minacciare la morte e di spingere in fuga, si promette ciò che ogni creatura desidera soprattutto, e si mantiene rigorosamente la promessa. Invece di servire come nutrimento al padrone, invece di essere divorata, la creatura cui viene impartito un comando di tal genere riceve essa stessa del cibo.

 

Potremmo tranquillamente dire, dunque, che la domesticazione del comando è il capovolgimento della minaccia di morte. Anzi, siccome è abbastanza raro che nel mondo umano la minaccia di morte possa tornare alla sua purezza originaria, si potrebbe abbreviare la formula e dire: il comando stesso è di per sé capovolgimento della minaccia di morte. È una predazione invertita: la “preda” fugge verso il “cacciatore”, cerca rifugio in lui. Non il “cacciatore”, ma tutto il mondo circostante è minaccioso, avaro com’è di cibo, di cure, di carezze, avaro com’è di ordini che guidano e rassicurano. La “preda” vuole mangiare dalle mani del “cacciatore”. Vuole essere “catturata”: si consegna. In un certo senso, potremmo dire che la “preda” vuole essere “mangiata”: è questa la sua felicità più grande.

 

3. Quella appena descritta è una situazione analoga, anzi sostanzialmente sovrapponibile a ciò che abbiamo ritenuto di poter affermare all’inizio di questo percorso: che nella massa vogliamo essere predati, anzi in qualche modo siamo stati predati già.

Naturalmente molto dipende da come abbiamo tagliato il discorso, abbastanza diversamente, almeno in alcuni punti, da come Canetti stesso fa. E certo per la plausibilità di questa analogia mancano ancora dei passaggi fondamentali.

Non possiamo ignorare intanto un non piccolo elemento di complicazione. Il meccanismo di seduzione del comando è efficace ma fragile. Se il padrone non è più in grado di dare cibo e sicurezza, la corruzione non funziona più. Inoltre, anche quando funziona al meglio essa non è comunque mai innocua. Ogni atto di obbedienza implica una sempre rinnovata consapevolezza di essere dipendenti, di essere deboli, di essere vili, di essersi lasciati invadere e usare. Non c’è obbedienza senza umiliazione, senza angoscia profonda, senza un fondo indimenticabile di rancore. È il tema, tra i più acuti e originali contributi di Canetti alla decifrazione dei comportamenti umani elementari, della spina del comando.

 

La spina permane in chi esegue il comando. Quando i comandi funzionano normalmente, come ci si aspetta da essi, la spina resta invisibile. Segreta e insospettata, essa si manifesta – appena avvertita – nella lieve resistenza che precede l’obbedienza al comando.

La spina però penetra profondamente nell’intimo dell’uomo che ha eseguito un comando e vi dura inalterabile. Non vi è nulla di più inalterabile fra gli elementi dell’animo. Il contenuto del comando resta contenuto nella spina: la sua forza, la sua portata, la sua delimitazione, si definiscono per sempre nell’istante in cui il comando viene impartito.

 

La spina è molte cose. È memoria inalterabile del comando ricevuto, perché è un’alterazione di sé prodotta dall’esterno. Obbedendo, si è accolta in sé una volontà estranea, dunque si reca l’impronta di un altro, che non potrà più essere cancellata. È un cristallo di paura: senza la paura di subire punizioni o di perdere benefici – anche di perdere la dipendenza stessa dall’altro, che può essere un grande anche se amaro beneficio – non ci sarebbe stato motivo di obbedire. Dunque si è stati afferrati, si è stati ghermiti, si è vissuto nuovamente il brivido della preda sotto l’artiglio: però si è rimasti vivi, dunque quel brivido non lo si dimentica, non c’è stata la morte a portare l’oblio. Ed anzi quel brivido si ripete in atti di predazione ripetuta. La spina è vergogna della propria debolezza, dipendenza, viltà, complicità. La spina è rancore per aver subito quella che comunque è una prevaricazione, una violenza, una sottrazione di libertà. La spina è angoscia per la paura e la vergogna futura, per la previsione delle volte in cui ancora si obbedirà dopo quelle in cui si è obbedito. Ma è anche, e proprio questa è la pietra d’inciampo del comando, un piccolo fremito di libertà. Essa comunque dà la consapevolezza di un confine: chi obbedisce non è colui che comanda, è un’altra persona, quel piccolo dolore continuamente ripetuto è il segno di un’estraneità che invade, e questo costituisce un limite, per quanto spesso impotente, alla complicità. E quella lieve, impercettibile esitazione che segnala il conficcarsi della spina, quell’attimo di indeterminazione in cui ancora si oscilla tra la volontà propria e quella altrui, è comunque, anche quando la volontà propria si spegne subito e quella altrui occupa tutto lo spazio, coscienza che una volontà propria è possibile, che c’è stata anche solo per un attimo, e dunque nel fondo comunque c’è sempre, e nessuna rinuncia e dedizione può definitivamente cancellarla. La spina è il ricordo della possibilità della fuga, la momentanea presa di coscienza che il predatore non dà cibo ma divora, è il potenziale smascheramento del comando. Per questo chi comanda rischia, alla spina corrisponde il contraccolpo. La spina è, per chi comanda, una vera spada di Damocle: alla lunga, se non intervengono meccanismi di allentamento della tensione che possono stabilizzare la struttura alleviando la condizione di chi obbedisce, questi non avrebbe altra scelta che tra la disobbedienza o la follia. Per questo la spina, insieme a tutte le altre cose, è anche in qualche modo speranza; è una sorta di atomo inalterabile di libertà:

 

l’uomo si oppone entro di sé al comando, che gli è stato imposto dall’esterno e al quale ha dovuto obbedire: ognuno avverte la pressione cui è sottoposto e si riserba un diritto di sovvertimento o di ribellione.

 

Se il comando fosse solo un rapporto a due, dunque, sarebbe quasi sempre destinato alla sconfitta. Non si riuscirebbe forse mai a farne a meno: potrebbero non esserci schiavi, ma è necessario che vi siano bambini; almeno questa situazione di dipendenza non è solo un dato storico-sociale e rende difficilmente pensabile che l’umanità possa fare a meno un giorno di questa struttura originaria. Però, nella dialettica insopprimibile tra comando e libertà, sarebbe garantita un’eccedenza di quest’ultima, e sarebbe dunque essa l’elemento fondamentale della struttura. Ma il comando diretto ad uno, nonostante l’estrema frequenza del suo ricorrere, non è che una variante del comando, e non la più importante. Come fenomeno sociale, il comando appare soprattutto nella forma del comando a molti. E qui il meccanismo diventa completamente diverso.

Bisogna ritornare alla situazione originaria della predazione, alla purezza senza infingimenti della minaccia di morte che suscita paura. Già in questa sua forma originaria il meccanismo si biforca. Tutti vengono minacciati di predazione, ma uno solo viene predato; o pochi, nel peggiore dei casi. La minaccia generalizzata si concreta in morte in un punto soltanto; altrove la minaccia si esaurisce senza conseguenze. La morte di uno rassicura gli altri, la fuga ha subito termine. La vittima viene divorata e scompare, gli altri hanno vissuto l’esperienza protettiva e rassicurante dell’essere massa: massa in fuga, una delle due forme arcaiche, pre-umane della massa, quelle in cui si può dire in  senso proprio che la massa aperta è massa naturale. Dunque la spina questa volta non c’è. Dunque non c’è neanche memoria, non c’è neanche accumulo di tensione. La struttura è potenzialmente eterna.

Nella massa […] il comando si diffonde orizzontalmente tra tutti i vari componenti della massa stessa. Da principio esso può colpire un singolo dall’alto. Ma poiché il singolo si trova di fronte ad altri suoi simili, egli trasmetterà subito quel comando agli altri. Nella sua angoscia, egli si preme agli altri. In un attimo, anche gli altri sono contagiati. Dapprima, solo alcuni incominciano a muoversi, poi un numero maggiore, infine tutti. Grazie alla diffusione immediata del medesimo comando, essi sono divenuti massa. Ora fuggono tutti insieme.

Quando il comando si disperde fulmineamente, non si crea alcuna spina. Non ce n’è il tempo: ciò che sarebbe potuto divenire un elemento durevole si dissolve in un attimo. Il comando alla massa non lascia dietro di sé alcuna spina. La minaccia che spinge alla fuga di massa si dissolve proprio in tale fuga.

 

È un brano densissimo, su cui ci si potrebbe fermare molto a lungo senza districarne tutte le implicazioni. Tra l’altro, esso contiene, del tutto esplicitamente, una teoria del sacrificio: la morte dell’unica preda pone termine alla fuga degli altri, quindi la preda muore per gli altri. Se le gazzelle avessero una religione, sacrificherebbero periodicamente una di loro al leone, loro dio, e in definitiva le religioni umane non fanno niente di diverso. Proprio il sacrificio sembrerebbe essere la cerniera che consente di ribaltare la fuga spingendola verso il predatore anziché via da lui, è qui che potremmo avere il capovolgimento della minaccia di morte in comando domesticato. Ma non è questa la linea di sviluppo che voglio seguire, anche se la terrò implicita in tutto quello che segue.

Quello che per ora mi interessa, è soffermarmi in questa massa senza spina, che ha vissuto la paura e la fuga, ma ne ha ricavato un’intensissima unione e sente di aver conquistato in essa la salvezza. Quando la massa torna a disperdersi, lo fa, momentaneamente, nella sicurezza, non nell’angoscia. Il leone tornerà a predare, ma per ora ha già predato, è sazio, dunque è innocuo. La sua stessa presenza adesso è rassicurante: non si ha più bisogno di scappare da lui. Anzi, è come se quest’innocuità si riverberasse su quello che è accaduto prima. Chi è stato predato non c’è più e non lascia dietro di sé neppure il ricordo; gli altri che sono fuggiti sono vivi e nulla di male gli è accaduto. Facendoli fuggire, il leone li ha salvati. La sua minaccia è buona, è stato un avvertimento benefico. Può esserci il minimo dubbio? Le gazzelle in questo momento amano moltissimo il leone.

Le gazzelle forse no. Le stiamo antropomorfizzando. Non sono così complicate e contorte, non ne hanno bisogno. Per loro è sufficiente che il leone per un po’ non faccia più paura, e che per un po’ non ne abbiano paura non c’è il minimo dubbio, visto che smettono di fuggire. Ma noi non siamo gazzelle e non ci fermiamo qui. Noi il leone – il suo equivalente umano – lo amiamo proprio, e tantissimo.

 

Un comando a molti presenta dunque un carattere del tutto particolare. Esso mira a fare di molti una massa, e nella misura in cui vi riesce non suscita alcuna angoscia. La parola d’ordine dell’oratore che impartisce una direzione agli uomini riuniti ha precisamente questa funzione e può essere considerata come un comando a molti. Dal punto di vista della massa, che vorrebbe formarsi rapidamente e mantenersi salda come unità, tali parole d’ordine sono utili, indispensabili. L’arte dell’oratore consiste nella capacità di condensare e manifestare con energia tutto ciò cui egli mira in parole d’ordine tali da far sorgere e durare la massa. Egli fa nascere la massa e la mantiene in vita mediante un comando superiore. Se solo riesce a ottenerlo, non ha più molta importanza cosa egli effettivamente esiga dalla massa. L’oratore può insultare e minacciare nel modo più terribile un assembramento di singoli individui: essi lo ameranno se così riusciranno a costituirsi in una massa     

 

“Voi morirete per la patria!”. “Il vostro sacrificio sarà ricordato con onore da tutte le generazioni future!” “Vi prometto solo lacrime, sudore e sangue!”. Come ruggisce bene, il leone. Quanto è buono, quanto è grande, quanto ci vuole bene. Quanto è bello essere mangiati da lui.

 

4. L’uomo, unico tra tutti gli esseri viventi (almeno, unico tra i mammiferi superiori, se vogliamo essere prudenti) ha subito un singolare destino evolutivo. Nessun altro animale ha, nel corso dell’evoluzione della stessa specie, scambiato il ruolo di preda con quello di predatore. Senza dubbio i primi ominidi venivano predati: ne abbiamo importanti testimoniante paleontologiche. I resti fossili di ominidi predati abbondano, mentre in quest’epoca certamente non eravamo predatori, se non nei confronti di prede molto piccole e molto indifese. Non eravamo certo veri e propri cacciatori. Poi, attraverso molti passaggi di cui avremo sempre un’idea irrimediabilmente lacunosa, abbiamo conquistato il fuoco, abbiamo fabbricato le armi, ci siamo organizzati in società complesse, e la situazione è completamente cambiata. Abbiamo smesso praticamente del tutto di essere prede (lo siamo ancora soltanto in luoghi rimasti a forme di vita preurbana, e anche qui solo in casi molto disgraziati), e nessun altro animale c’è mai riuscito. Siamo diventati predatori sostanzialmente onnipotenti, dal momento che il mondo intero è diventato un’immensa riserva di cibo a nostra disposizione, come una docile mandria in paziente attesa del coltello. Solo gli uomini sanno sia cosa si prova ad essere gazzella, sia cosa si prova ad essere leone. Ma non perché sono stati entrambe le cose (i loro equivalenti, cioè) in un passato remoto. Ma perché hanno introiettato entrambi i ruoli, li hanno antropomorfizzati e li hanno resi permanenti. E li hanno resi coincidenti tra loro. Quale potremmo dire che sia la dimensione specifica dell’uomo? In termini canettiani, potremmo dire che si tratta della piena coincidenza della massa in fuga con la massa aizzata.           

Qui bisogna tornare al meccanismo costitutivo della massa aperta. Potrebbe sembrare che un simile meccanismo costitutivo neppure vi sia: più volte Canetti insiste sulla spontaneità e imprevedibilità come contrassegni di questa dimensione della massa. Ma questo dipende dal fatto che l’atto costitutivo della massa resta invisibile alla quasi totalità della massa, ed incide sul suo inizio ma non sul suo sviluppo. Però qualcosa all’inizio accade, la massa non è effetto senza causa. C’è sempre qualcuno che inizia, c’è una scintilla che provoca l’incendio. Canetti stesso non manca di notarlo: è ben difficile trovare qualcosa che gli sia sfuggita.

 

Ci saranno parecchie cose da dire sulla forma estrema della massa spontanea. Ove nasce, nel suo nucleo essenziale, essa non è così genuinamente spontanea come appare; ma per tutto il resto, se si prescinde dalle cinque o dieci o dodici persone da cui ha avuto origine, è spontanea davvero.

 

Se pensiamo alla massa aperta come massa in fuga, nella forma originaria ed elementare di questa, l’atto inaugurale che la fa nascere è evidentemente la minaccia di morte. Non tutti gli animali in fuga, verosimilmente, l’avranno distintamente percepita. Molti non hanno visto o udito il predatore: è la fuga di quelli che l’hanno percepito a coinvolgere gli altri, è il diffondersi a cerchi concentrici della paura a determinare la fuga dei più. Per molti dunque il comportamento è stato in effetti “spontaneo”: sono fuggiti senza sapere perché, non sanno di cosa hanno avuto paura. Ma una precisa causa scatenante c’è stata. E analizzandola ci accorgeremo che, nella sua forma minima possibile, si tratta di un meccanismo che coinvolge necessariamente due attori: il predatore che ha minacciato e la prima potenziale preda che è fuggita. E questo è il meccanismo originario del comando. Si potrebbe dunque proporre la tesi interpretativa che la massa aperta è originata dal comando, ed ha come prototipo la massa in fuga.

S’intende che la generalizzazione di questa tesi richiede alcune inevitabili precisazioni. Il “comando” potrebbe benissimo avere un autore impersonale: potrebbe trattarsi di una minaccia che deriva dall’ambiente, come un incendio o un’inondazione. Se poi consideriamo la “fuga” unicamente come rapido spostamento di una massa verso una precisa direzione, allora possiamo attribuirle benissimo dimensioni affettive diverse dalla paura. Il “comando” potrebbe provenire dal primo che si è accorto di un qualche elemento attrattore che spinge a muoversi verso di esso: un qualche oggetto straordinario che suscita curiosità, meraviglia o desiderio. E questo implica una possibilità estremamente importante, e cioè che il “comando” non 

sia necessariamente un atto che suscita la massa provenendo dall’esterno: potrebbe essere un atto interno, cioè potrebbe essere appunto la sua prima scaturigine, la scintilla che suscita l’incendio. Possiamo chiarire con un’immagine: l’autore del comando potrebbe essere non chi aggredisce ma il primo che è fuggito, o, più genericamente, colui che ha iniziato il veloce movimento verso una precisa direzione. Con un’altra immagine, potremmo dire che il comando non è necessariamente il “Via da me!” che sarebbe il ruggito del leone, ma potrebbe essere un “Venite con me! A me, miei prodi!”. Che è un altro ruggito, ma un ruggito che non è più minaccia, ma richiamo, il richiamo che innesca la fuga verso il predatore, o, ma è esattamente lo stesso, la fuga dietro il predatore. E così siamo già alla massa aizzata.

Qui bisogna fare lo sforzo di comprendere che non si tratta di uno sviluppo cronologico. Non è questione che la massa in fuga possa in un secondo momento trasformarsi in massa aizzata, o che l’istinto basilare che innesca la fuga, la paura, possa in diverse circostanze alimentare l’aggressività. Bisogna comprendere che si tratta di un’unica struttura di base che contiene sempre e necessariamente entrambe le possibilità, ed anzi, anche se non allo stesso modo e con la stessa intensità, le manifesta necessariamente entrambe. Chiunque non appartenga ancora alla massa è un obiettivo della sua azione: anche la massa in fuga vera e propria vuole “afferrare” qualcuno.  

 

Da quando esiste, [la massa aperta] vuol essere di più. La spinta a crescere è la prima e suprema caratteristica della massa. Essa vuole afferrare chiunque le sia raggiungibile. Chiunque si configuri come un essere umano può unirsi a lei. La massa naturale è massa aperta: non c’è limite alla sua crescita.

 

La massa vuole afferrare [angreifen] chiunque le sia raggiungibile. Questo vale per tutte le masse aperte. In questo senso, anche la massa in fuga è contemporaneamente massa aizzata. Chiunque fugga, vuole “afferrare” altri per farli fuggire con lui. E c’è un preciso motivo: l’incremento del numero dei fuggitivi riduce proporzionalmente il rischio che ciascuno di loro sia ucciso. La fuga rafforza, incrementa le possibilità vitali. È nutrimento della massa. Anche se certamente il coinvolgimento di un numero sempre maggiore non è di per sé violenza. È un afferramento senza vera e propria predazione. In un certo senso, un’antipredazione, un capovolgimento della predazione. Una predazione “buona”, in qualche modo. L’inghiottimento da parte della massa in fuga riduce il rischio dell’inghiottimento da parte del predatore. Sempre che non ci sia un altro predatore ad attendere nella direzione verso cui si fugge, naturalmente.

D’altra parte, vale pure l’inverso: la massa aizzata è contemporaneamente massa in fuga. E questo Canetti lo dice ancora più chiaramente e con maggiori dettagli:

 

la minaccia della morte, cui sottostanno tutti gli uomini e che è sempre viva sotto molteplici maschere, sebbene non stia continuamente dinanzi agli occhi, crea il bisogno di deviare la morte su altri. La formazione di masse aizzate viene incontro a quel bisogno.

L’impresa è così facile e si svolge così rapidamente che occorre affrettarsi per parteciparvi in tempo. La fretta, lo slancio e la sicurezza della massa aizzata hanno qualcosa di terrificante. È l’eccitazione di ciechi, che sono più ciechi nell’istante in cui credono di vedere. La massa si spinge sulla vittima e sull’esecuzione per liberarsi subitaneamente e per sempre dalla morte di tutti coloro che la compongono. Ciò che poi veramente le accade, è l’opposto. A causa dell’esecuzione, ma solo dopo di essa, la massa si sente più che mai minacciata dalla morte, si scioglie e si disperde in una sorta di fuga.

 

È una situazione complessa, molto più di quel che sembrerebbe a prima vista. Ci sono aspetti di predazione, ci sono aspetti di sacrificio. C’è caccia e c’è anche fuga. Da una parte, si tratta ovviamente di una caccia all’uomo, che trae origine precisamente dai comportamenti di caccia animali. La muta di caccia è il prototipo della massa aizzata, come dice Canetti. C’è chiaramente un leader della caccia, un individuo o un gruppo che individua una preda, la indica agli altri, li chiama a raccolta, li guida nell’inseguimento o nell’assalto, colpisce per primo. La massa ubbidisce a un predatore predando insieme a lui: ed è il comando a cui è più facile ubbidire perché non lascia spina. Il comando di uccidere dà il senso della deresponsabilizzazione, ma non della sottomissione, della dipendenza. Uccidere per comando fa sì che l’uccidere non sia omicidio: si è agito per dovere, la responsabilità è di un altro. Nello stesso tempo, però, uccidere è atto di forza, in questo caso anzi anche atto onorevole, atto signorile. Il guerriero o il boia sono schiavi come gli altri, forse anzi i più infami tra gli schiavi, ma non si percepiscono affatto come tali. Sono cani che si sentono leoni, ed amano profondamente chi li ha fatti sentire così.

Però questo è solo l’aspetto più superficiale, forse anzi una vera e propria apparenza. C’ è qualcosa dietro. Se una vittima, individuo o gruppo, inerme e innocua (infatti si tratta di caccia all’uomo, non di guerra, la violenza è unilaterale) è stata additata da qualcuno come vittima lecita e doverosa di un’aggressione di massa, è perché viene identificata come un pericolo, come un aggressore. La violenza di massa si autointerpreta come difensiva: il branco si ribella al predatore. E può darsi infatti che la vittima originariamente lo sia stata: Canetti non ha proprio per niente l’ossessione di René Girard per l’innocenza della vittima. Qui la figura del predatore si sdoppia, ed è un’articolazione decisiva. C’è un predatore cattivo: forse qualcuno che in passato ha davvero esercitato violenza, forse davvero un innocente a cui viene falsamente imputato di essere una minaccia per gli altri. In ogni caso, evidentemente, qualcuno di cui si ha paura, o su cui la paura che per altro verso si ha viene proiettata. Poi c’è il predatore buono: il leader della massa che identifica e smaschera il presunto nemico è dà vita alla massa scatenandola contro di lui, e la massa stessa che esercita una predazione vissuta come atto difensivo e di giustizia.

Ma questo è ancora uno strato piuttosto superficiale. Andando più a fondo, si trova precisamente l’originario, atavico timore di essere toccati: l’universale, consapevole esposizione dell’umanità alla morte, l’ansia di tutte le ansie, la debolezza di tutte le debolezze, la viltà di tutte le viltà. Nello scatenarsi della massa aizzata, la paura naturale di fronte all’idea assoluta di predazione che è la Morte stessa in quanto tale si capovolge nella finta sicurezza di essere predatori vicari, uccisori legittimi, liberi da morte perché si è la morte, ed anzi la morte della morte, perché la vittima da uccidere sta al posto della morte, la paura di morire le viene proiettata addosso, nella morte dell’altro si uccide la propria morte, si realizza quell’atto costitutivo del potere che è la sopravvivenza nel preciso senso canettiano del termine. Qualcun altro è morto per noi, dispensandoci in questo modo dal morire. La gazzella ha sacrificato ancora una volta al leone.

Funziona poco, evidentemente. Alla fine, la sola cosa che si ottiene è che un’altra gazzella è stata mangiata. La morte ha colpito di nuovo, ha fatto un’altra vittima, siamo sempre di fronte all’evidenza irriducibile della nostra mortalità. Uccidendo non abbiamo fatto altro che alimentare la morte. Il predatore ha vinto, il leone ruggisce ancora. Torniamo, come sempre, a scappare.

Nel frattempo però abbiamo compiuto un atto irreversibile. Abbiamo accettato il comando. Lo abbiamo riconosciuto come l’unico gesto che ci può donare sicurezza. Abbiamo supplicato il padrone di proteggerci dalla morte. Abbiamo accettato il suo cibo e la sua frusta. Ci siamo strusciati ai piedi della morte, le abbiamo leccato la mano. Abbiamo scelto di essere il suo bestiame. Ci siamo consegnati supplichevoli a lei: che ci faccia pure morire, ma non subito e non da soli. Abbiamo fatto del suo stomaco insaziabile la nostra calda tana, vivendo il tempo che ancora ci è dato come una lunga, confortevole digestione. Abbiamo creato lo spazio del potere, dove la gazzella si fa leone per poter governare altre gazzelle, col loro giulivo consenso, promettendo di far sentire un po’ leone chi accetterà col doveroso entusiasmo di farsi mangiare. È il capovolgimento del timore di essere toccati, ma, appunto, come un essere-già-morti che dispensa dal dover-ancora-morire.

Una morte felice, sembrerebbe, visto che l’amiamo tanto. Ma non funziona, non può funzionare. Il comando ci porta sempre alla fuga, e la fuga ci riporta sempre a noi stessi, alla nostra infinita nudità di esseri spaventati. Come in quella visione di uno sciamano esquimese che Canetti sente il bisogno di citare due volte:

 

Lo spazio celeste è colmo di esseri nudi che giungono attraverso l’aria. Creature umane, uomini nudi, donne nude, che vagano e suscitano la tempesta e la tormenta. Sentite come sibila? Sibila come il battito delle ali di grandi uccelli su nell’aria. È la paura di uomini nudi, è la fuga di uomini nudi!.

 

 

5. Questa naturalmente è solo una piccola parte dell’immenso problema che Canetti indaga. Un frammento irrelato che esplora solo pochi nessi e dovrebbe essere confrontato con mille altri aspetti. Anzitutto con la dimensione della massa chiusa, che è il vero e proprio salto (per molti versi del tutto hobbesiano) dalla natura nell’artificio, con nuove immense possibilità di violenza che si aprono, ma forse anche qualche genuina speranza di trovare, se non pace e riposo, almeno limite.

Ma giacché bisogna in qualche modo concludere, sarebbe forse bene rivolgere rispettosa attenzione alla saggezza della libera gazzella, che dopo la fuga non si concede al predatore, ma lo ignora, godendosi ancora per un po’ la beatitudine dell’erba fresca, nell’attesa inconsapevole del prossimo artiglio.     

 

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