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S. Weil, Désarroi de notre temps et autres fragments sur la guerre

Présentation, étude, notes et index par P. David, postface de P. Colrat, Peuple Libre, Valence 2018. Recensione a cura di Francesca Simeoni La pubblicazione francese di "Désarroi de notre temps et autre fragments sur la guerre" ha la specificità di riportare l’attenzione su un piccolo gruppo di scritti selezionati, tutti redatti tra la firma degli accordi di Monaco, nel settembre 1938, e la fine del 1939: “testi cerniera” non solo di un’epoca intera, visto che datano l’anno di inizio della seconda guerra mondiale, ma anche dell’evoluzione del pensiero di Weil.


S. Weil,  Désarroi de notre temps et autres fragments sur la guerre, présentation, étude, notes et index par P. David, postface de P. Colrat, Peuple Libre, Valence 2018; ISBN: EAN13: 9782366130577


Recensione a cura di Francesca Simeoni

 

Alla fine del 2018 esce per i tipi di una piccola casa editrice francese, Peuple Libre, una raccolta di articoli e frammenti redatti da Simone Weil nel 1939. Si tratta di una serie di bozze nelle quali l’autrice mette a fuoco un’analisi dello smarrimento (désarroi) del suo tempo e del senso di forte pericolo dovuto alla guerra imminente, unite a un più ampio articolo sulle origini dell’hitlerismo, che viene pubblicato nel 1940 solo in parte, a causa della censura. Il curatore della raccolta, Pascal David, docente dell’Université Catholique de Lyon, è studioso di Weil e collaboratore costante del trimestrale “Cahiers Simone Weil”.

In Italia, parte dei testi della filosofa francese sulla guerra e sulla Germania nazista, ora disponibili nell’edizione delle Œuvres complètes (t. II, vol. 3, Gallimard, Paris 1990), sono stati tradotti e pubblicati a cura di Giancarlo Gaeta all’inizio degli anni Novanta (Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990) e più recentemente a cura di Donatella Zazzi (Sulla guerra, Il Saggiatore, Milano 2017), coprendo l’arco temporale dell’intero decennio 1933-43. Sempre in Italia, lo stesso 2018 ha visto l’uscita di due importanti volumi, a cura di due grandi studiosi e traduttori delle opere weiliane: la raccolta di saggi Leggere Simone Weil, di Giancarlo Gaeta (Quodlibet), e L’arte della matematica, il carteggio del 1940 tra Simone e il fratello matematico André, in carcere a Le Havre, curato da Maria Concetta Sala per Adelphi.

La pubblicazione francese di Désarroi de notre temps et autre fragments sur la guerre ha la specificità di riportare l’attenzione sull’anno immediatamente precedente lo scambio tra i fratelli Weil e di concentrarsi su un piccolo gruppo di scritti selezionati, tutti redatti tra la firma degli accordi di Monaco, nel settembre 1938, e la fine del 1939. Si tratta di “testi cerniera” (p. 20) non solo di un’epoca intera, visto che datano l’anno di inizio della seconda guerra mondiale, ma anche dell’evoluzione del pensiero di Weil. In questi scritti sono infatti rintracciabili le premesse di un’analisi della forza, già avviata negli anni dell’esperienza di fabbrica e nelle Réflexions sur les causes de la liberté et de l’oppression sociale del 1934, che porterà l’autrice dritta verso la delineazione di un contrappeso allo sfacelo della civiltà europea. Quest’alternativa troverà il suo fulcro nell’attesa del bene, centro dell’essere umano sul quale Weil costruirà le linee politiche de L’Enracinement, nel 1943.

La prefazione del curatore, Le diagnostic du présent (pp. 5-24), si sofferma sul valore degli scritti presentati, rintracciandone un programma di diagnosi e terapia per il proprio tempo (p. 15). Già dal viaggio in Germania del 1933, Weil ha chiaro che la malattia in gioco è “l’idolatria della forza”, sintetizzata perfettamente dall’hitlerismo. David, da sempre interessato alla scrittura weiliana come prassi di trasformazione di sé, evidenzia come questi scritti nascano da un’esigenza di “contatto con la realtà” (p. 12) che attraversa tutta l’opera filosofica weiliana e che unisce le esperienze che ne stanno alla base: viaggi, relazioni personali, il lavoro in fabbrica, la partecipazione alla guerra civile spagnola. Quest’esigenza innerva la scrittura, che si traduce in frammenti di riflessione continuamente aggiornata, in articoli destinati a riviste impegnate e nella prassi quotidiana dei Cahiers.

Seguono i sei scritti proposti da quest’edizione. A questi si aggiunge una lettera del maggio 1938 a George Bernanos (pp. 207-222), che cronologicamente li precede e li inaugura. Dopo l’uscita dei Grands cimetières sous la lune, Weil scrive all’autore riflettendo sulla propria esperienza, di due anni precedente, nella guerra civile in Spagna. Emerge qui l’esame critico di quell’“atmosfera” di violenza legittimata (p. 219), sperimentata nelle file degli anarco-sindacalisti spagnoli, nella quale diventa automatico uccidere e umiliare il nemico, senza sentire alcune resistenza interiore, nemmeno nei propri ideali di libertà. La terapia sarà allora quella di individuare le premesse necessarie a sviluppare questa resistenza, a preservare in sé il rispetto dell’umanità nell’altro.

In Désarroi de notre temps (pp. 25-28), scritto appena dopo gli accordi di Monaco, Weil mette a fuoco la paura della guerra imminente, il senso di smarrimento che raggiunge ogni dimensione della vita quotidiana. Questo pericolo generale impedisce di trovare risorse morali indipendenti dalla situazione politica e pone in scacco le speranze ereditate dai secoli precedenti: l’Europa è in crisi profonda. Qualche mese dopo, l’autrice riprende il filo ([Mise au point], pp. 29-34): la guerra è ora un fatto e provoca il senso di umiliazione dei grandi ideali di libertà della Francia. Lo scontro che si delinea in questa guerra diventa, in Réflexions sur la barbarie (pp. 35-41), quello tra barbarie e civiltà. Weil espone però una sottile messa in guardia: la barbarie non è né un’istanza eccezionale, né una condizione marginale rispetto alla civiltà, ma un carattere permanente della natura umana, per il quale si è sempre barbari verso i deboli (p. 38). La barbarie si produce proprio nel momento in cui un gruppo umano si ritiene portatore di civiltà (p. 37) ed è parallela alla messa in gioco di un meccanismo cieco di forza nei rapporti sociali.

Queste considerazioni, nate dall’analisi del marxismo e della rivoluzione, diventano ora illuminanti anche per l’hitlerismo. Tra marzo e settembre del 1939 Weil rielabora questi spunti (Réflexions en vue d’un bilan, pp. 43-74) e comincia a precisare che il cuore del progetto bellico della Germania nazista non è altro che un’istanza di “dominazione universale” (p. 49). Un riferimento alla Guerra del Peloponneso di Tucidide, passo che diverrà ricorrente negli scritti degli anni ’40, introduce un criterio interpretativo cruciale per Weil: naturalmente “ciascuno comanda ovunque ne abbia il potere” (p. 56). Questo principio struttura i rapporti di forza, differenziandoli dalla giustizia, che evidentemente dovrà consistere in un contrappeso alla tendenza naturale al potere incontrollato. Hitler non è dunque un fenomeno di “eccezione”, ma il risultato di una mancata resistenza alla naturale tendenza alla dominazione, insita nel potere. Un capo risoluto, che sappia ispirare un paese così metodico come la Germania con “un’esaltazione mistica della volontà di potenza” (p. 58), avendo a disposizione l’apparato accentratore dello Stato, non ha alcun limite all’espansione del proprio dominio. L’urgenza di contrastare quest’espansione fa rompere ogni indugio a Weil, che abbandona così il pacifismo ereditato dal maestro Alain.

Tutte queste intuizioni trovano posto nel più strutturato Quelque réflexions sur les origines de l’hitlerisme (pp. 75-166), unico testo destinato alla pubblicazione. Qui l’istanza di “dominazione universale” che emerge nell’hitlerismo viene ricondotta a una precisa filiazione, che unisce l’Impero Romano alla Francia di Richelieu, Luigi XIV e Napoleone, in una sorta di “genealogia del totalitarismo”. La Roma imperiale e la sua politica sono l’analogo più prossimo al sistema che Hitler sta mettendo in atto (p. 99): presunzione di superiorità, sottomissione, crudeltà e mancanza di pietà verso il nemico, perfidia, uso di una propaganda incentrata sull’idea di prestigio. Weil, che cita direttamente Cesare, Tito Livio e le fonti latine, è particolarmente attenta agli aspetti concreti, visibili nella letteratura e nella cultura romana. È interessante che i concetti chiave con i quali analizza il sistema totalitario siano i meccanismi taciti di autorità e obbedienza, l’idea di grandezza che viene promossa e la concezione dell’amore che vi viene prodotta (p. 124, 131). Questi elementi, trasformati da una generale cultura della forza, sono all’origine di una profonda “sterilità spirituale” (p. 148), che condusse all’eliminazione di ogni varietà culturale nel bacino del Mediterraneo.

La posta in gioco, nelle conclusioni dell’articolo, si mostra proprio sul piano del recupero di una spiritualità alternativa all’idolatria del prestigio. È così che Weil evoca Il libro dei morti egiziano, la figura di Antigone e l’Agamennone di Eschilo: Egitto e Grecia diventano il simbolo di una filiazione alternativa dov’è presente una concezione “pura” della virtù e del bene (p. 150), non macchiata dalla forza. Nell’ultimo frammento, [Programme pour temps de guerre] (pp. 167-169), la questione diventa proprio quella di attivare una resistenza all’hitlerismo, creando un’atmosfera nella quale non è sufficiente la lotta alla tirannia, ma diventa cruciale lo sviluppo di una “fonte interiore di energia” che nasca dalla pratica di virtù alternative alla forza, da realtà evidenti, attrattive, irradianti (p. 168). Si tratta dell’abbozzo di una nuova contro-cultura, che Weil metterà a fuoco nel suo Projet d’une formation d’infirmières de première ligne e, più tardi, nel suo testamento, il Prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain, dove attenzione, rispetto e giustizia diventeranno centrali. Ma si tratta anche delle premesse di un affondo preziosissimo nella civiltà greca e nel cristianesimo, fonti di ispirazione che riempiranno le pagine dei Cahiers negli anni di Marsiglia e di Londra e che segnano il ritorno weiliano a Platone.

Questi scritti del ‘39 si collocano dunque al centro del percorso intellettuale di Weil, come mostra David nella sua postfazione (pp. 171-192). Il curatore individua quattro opere e altrettanti momenti chiave di questo percorso: La condition ouvrière, l’esperienza in fabbrica a contattato col malheur e l’oppressione; i Cahiers e lo sviluppo di una ricerca che si traduce in trasformazione di sé; Attente de Dieu e la scoperta del ruolo dell’attenzione al centro della vita spirituale; L’Enracinement e la delineazione di un’ispirazione per la civiltà del dopo la guerra. Dalla forza all’attenzione, questo percorso può essere visto come esito maturo dell’analisi di ciò che ha reso possibile l’hitlerismo, con toni molto vicini agli sviluppi di un’altra analisi dei totalitarismi, quella di H. Arendt.

La postfazione di P. Colrat (pp. 193-206) approfondisce invece la mutazione del pacifismo di Weil, che nel ‘39 vede l’abbandono del rifiuto categorico della guerra per trasformarsi in un pacifisme pour temps de guerre. Se l’uso della forza si mostra necessario per contrastare le tendenze barbare insite nei totalitarismi, ciò cha va evitato è la barbarie di quest’uso, ossia la “glorificazione della forza” stessa (p. 204), grazie a un’ispirazione diversa, nutrita da una spiritualità alternativa.  

Conclude la raccolta un ampio e ulteriore PostScriptum di David, che prova a fornire alcuni spunti di attualizzazione nel contesto della Francia e dell’Europa degli ultimi due anni, tra terrorismo, questione “rifugiati”, crisi ecologica e del lavoro, sviluppo delle tecnologie del vivente (p. 231). Il cuore della proposta di Weil risiede, secondo David, nel rispetto dell’aspirazione al bene che abita ciascun uomo e che fonda il suo libero consenso. Il rispetto del consenso va tutelato dalle pressioni collettive e dalle logiche dei partiti nello spazio politico, ma più ancora vanno garantite le condizioni che ne consentono il libero sviluppo. Il consenso e il desiderio di bene maturano solo attraverso delle radici. Non si tratta di un “radicamento” identitario in confini definiti, come alcuni hanno inteso, ma del nutrimento sviluppato in “milieux” vivi all’interno del contesto sociale, in luoghi dove vi siano le condizioni per “lo sviluppo dell’anima umana” (p. 243) e per “l’apertura di ciascuno ad un’assenza - al bene nella sua assenza” (p. 247). Ciò che è decisivo, secondo David, è che sia tutelato il legame con un bene situato fuori dalla collettività stessa e dal mondo, un bene non appropriabile né imponibile. Solo questa aspirazione rende possibile la costruzione di un mondo comune che sia abitabile per tutti (p. 239), nel rispetto della terra, delle alterità culturali e dei deboli. Clima e immigrazione sono oggi infatti, come ricorda l’evocato B. Latour, due aspetti dello stesso problema: decidere se siamo o meno terrestri (p. 276), stabilire come vogliamo abitare la terra.

David conclude mostrando l’urgenza politica di queste riflessioni. Weil fu molto diffidente verso la politica del suo tempo, ridotta a mera gestione del potere, ma proprio per questo passò tutta la sua vita a impegnarsi politicamente (p. 276). L’aspirazione a quel bene che è sempre assente, costituisce infatti un’ispirazione che va immessa nella collettività e l’arte di questa traduzione è precisamente quella della politica (p. 277), la quale gestisce il potere in vista di un fine che è estraneo a lei stessa. La diagnostica del presente delucidata in Désarroi de notre temps apre dunque all’importanza di una resistenza alla barbarie, che non può che incarnarsi in uno “sforzo di invenzione”, cioè nell’impegno politico a ispirare la propria civiltà.

Nel panorama delle pubblicazioni degli scritti weiliani, questa raccolta costituisce sicuramente un tassello importante e solo apparentemente minore. La natura frammentaria dei contributi mostra l’evolvere del pensiero dell’autrice in una fase cruciale della Storia e della sua storia e rivela, come il curatore ha ben evidenziato, un luminoso sforzo di lucidità al fine di comprendere in profondità il proprio tempo. Questa scrittura a intento diagnostico struttura le riflessioni dell’autrice ponendole sotto la luce di quella che Foucault definisce la “questione filosofica del presente” (p. 11), il compito lasciato al pensiero di “rendere visibile il visibile”, di guardare e vedere ciò che accade sotto agli occhi. Seppure ogni presente sia sempre enigmatico e carico di dèsarroi, sebbene la percezione della crisi tenda a paralizzare le intelligenze, ieri come oggi, agli occhi di Weil questi deterrenti devono invece spingere a una disamina attenta e cosciente della situazione (p. 44), al fine non solo di mostrare le linee di frattura della crisi, ma anche di cercare un’ispirazione da altrove, fuori dal perimetro della “sterilità spirituale” di ogni meccanismo tacito.

La forza, elemento costante della natura umana e sociale, va analizzata e conosciuta nella sua meccanica, poiché solo il pensiero lucido ne permette un’alternativa. In questi articoli del ’39 si trovano le basi di quest’analisi, che inizia con il totalitarismo nazista e si allargherà ad ampio raggio in quella visione della storia umana espressa ne L’Iliade o il poema della forza. La raccolta di saggi weiliani uscita nel 2016 per Chiarelettere, con il titolo di Il libro del potere e la prefazione di Mauro Bonazzi, ha riportato all’attenzione il famoso scritto sul poema omerico, che trova in questo volume le sue premesse teoriche.

Le intuizioni che l’autrice sviluppa sulla barbarie come cuore dell’hitlerismo e come costante dell’umano mostrano così la loro stupefacente attualità. La tendenza all’affermazione escludente, meccanicamente inscritta in ciascun individuo, in ogni gruppo politico-sociale e latente in ogni civiltà, trova attrito e resistenza solo se viene custodita un’“atmosfera”, un’“ispirazione” e una spiritualità non barbare. Unico contrappeso alla seduzione dell’idolatria della forza è la coltivazione di un’aspirazione surnaturelle, rivolta a un bene assente nel mondo e per questo irriducibile a ogni logica di consumo e di affermazione. Weil abbozza a questo proposito una terapia del desiderio e dell’attenzione tutt’altro che disincarnata. Essa mostra qui tutta la sua valenza politica e la sua capacità di risuonare in un contesto, come quello attuale, di “organizzazione sociale della difficoltà di amare e di intrattenere delle fedeltà”, così ben descritto nei romanzi di M. Houellebeq citato da David (p. 248).

L’apparato critico garantito dai saggi pubblicati a margine di questa raccolta, fornisce non solo una preziosa contestualizzazione nel corpus weiliano, un’analisi delle traiettorie di sviluppo di questi scritti nelle riflessioni precedenti e successive al 1939, una buona attenzione alle variazioni del vocabolario concettuale, ma anche un insieme di importanti spunti per un’ermeneutica del presente odierno a partire dalle intuizioni dell’autrice. Il volume si presta dunque all’utilizzo sia da parte degli specialisti interessati al pensiero weiliano, sia all’interesse più generale del lettore critico e impegnato.



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