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S. Mattarelli (a cura di), Il senso della repubblica. Doveri

Franco Angeli, Milano, 2007. Recensione a cura di Marco Goldoni

S. Mattarelli (a cura di), Il senso della repubblica. Doveri, Franco Angeli, Milano, 2007


Recensione a cura di Marco Goldoni


Ripensare i doveri:
tra repubblicanesimo e diritti



L’idea di dovere è stata spesso pensata come espressione di un’etica della virtù o come imposizione autoritaria dall’alto. Per tale ragione, un’opera come quella curata da Sauro Mattarelli (1) può essere considerata non tanto attuale, quanto opportuna. Il secondo volume della collana Il senso della repubblica (2) invita ad una riflessione che non vuole solo contribuire all’approfondimento di un dibattito come quello sui diritti soggettivi, ma punta a dare vita ad una discussione che possa “complicarne” i confini introducendo la questione dei doveri. In particolare, la prima sezione monografica del libro si presenta come contributo originale per la ripresa, con una sensibilità attenta alle teorie repubblicane, di un concetto come quello di dovere quasi sempre negletto in ambiti fra loro diversi, ma spesso collegati, come la filosofia politica, la teoria del diritto e il costituzionalismo. Per questo motivo, il curatore dell’opera ricorda, fin dalla prima pagina, e in maniera opportuna dare l’idea dell’urgenza di ritornare a trattare il tema, la volontà di Norberto Bobbio di scrivere (qualora ne avesse avuto il tempo) un libro sull’età dei doveri (3). Nelle intenzioni del curatore, come in quelle degli autori dei contributi, la rivalutazione dei doveri non implica l’abbandono del discorso sui diritti; piuttosto, si tratta di ripensare, in maniera più equilibrata e corretta, il rapporto fra i due concetti, stabilendo che i doveri sono la condizione necessaria affinché «i diritti restino tali e non si trasformino nell’arbitrio di pochi» (p. 11). L’impianto generale dell’opera conferma questa impostazione di fondo: alla sezione sui doveri se ne affianca una seconda, curata da Pier Cesare Bori e Gianmaria Zamagni, dedicata ai diritti umani in alcuni ordinamenti non occidentali.
I saggi di apertura hanno la funzione di fissare i punti principali attorno a cui organizzare un possibile discorso sui doveri. Il primo intervento, di Tommaso Greco (Prima il dovere. Una critica della filosofia dei diritti, pp. 15-30), introduce il tema attraverso una critica basata principalmente su due elementi: la riduttiva concezione antropologica soggiacente ai diritti soggettivi (almeno al modo in cui questi sono stati pensati, perlopiù, nella tradizione del pensiero giuridico occidentale fin dalla prima modernità) e la conseguente incapacità di tale linguaggio di rendere conto, nei suoi stessi termini, di alcune pretese meritevoli di tutela giuridica. Rispetto alla prima questione, Greco argomenta a sostegno del primato del dovere per ragioni, in un certo senso, pre-giuridiche. La logica del diritto soggettivo incentiva, premiandola, una forma di individualismo tendenzialmente egoista e finisce per deresponsabilizzare i soggetti. Nascondendo, o costringendo all’oblio, l’aspetto relazionale che muove la vita sociale (e giuridica) dei cittadini, il linguaggio dei diritti soggettivi inganna l’individuo, celando il fatto che essi rimangono legati, storicamente e concettualmente, alla logica della sovranità statale (4). Con riferimento al secondo aspetto, Greco mette in luce – indicando alcuni chiari esempi, come l’etica della cura di Joan Tronto (5) – l’incapacità dei diritti di rendere conto di alcune figure centrali per i problemi dell’epoca contemporanea: «come è possibile pensare seriamente che esistano diritti che non possono essere esatti da nessuno, quali il diritto all’ambiente, il diritto alla sicurezza, il diritto alla pace, il diritto delle generazioni future?» (p. 28). D’altronde, come l’autore rimarca a più riprese, non sarebbe realmente immaginabile una società (con il suo ordinamento giuridico) interamente fondata sulla dialettica fra pretese individuali garantite da diritti e coercizione statale (o dell’agenzia che detiene il monopolio della forza) per ottenere l’adempimento degli obblighi derivanti dai diritti soggettivi. Alla luce di queste considerazioni, Greco suggerisce di insistere soprattutto su un’educazione ai doveri che sia in grado di orientare la razionalità pratica e insista sulla centralità e il valore delle relazioni concrete (6).
Al saggio di Greco, posto in apertura per il suo carattere “programmatico”, segue l’intervento di Lorenzo Milazzo (Diritto, dovere, potere o dei “fantasmi giuridici”, pp. 31-54), volto a chiarire, con un’analisi storico-concettuale, alcuni dei nodi principali che riguardano il “vocabolario” dei diritti e degli obblighi ad essi legati. Fra i molteplici punti toccati nel suo denso contributo, vanno segnalate le critiche destinate ad una retorica, in un certo senso ingenua, dei diritti su due aspetti specifici. Da un lato, le due classiche teorie esplicative della volontà e dell’interesse che servono a giustificare i diritti soggettivi vengono sottoposte ad una forte pressione critica (7). La will theory, ricorda Milazzo, non rende conto di quei diritti fondamentali che generalmente non dipendono dalla scelta del soggetto. A tali diritti «non si può rinunciare ed il loro enforcement non dipende dalla volontà di alcuno […]. In secondo luogo, perché un potere sia davvero tale, esso deve essere conferito dalla legge ad una persona effettivamente capace di esercitarlo» (pp. 40-41). Contro il senso comune, la teoria della volontà esclude dal novero dei soggetti di diritto figure come i bambini e coloro che non sono in grado di intendere e di volere. Anche la teoria dell’interesse non è in grado di giustificare i diritti fondamentali senza ricorrere alla figura dei doveri. Da sola, infatti, la teoria dell’interesse può al massimo fornire ragioni a sostegno di un diritto soggettivo, ma non specifica mai il “chi” e il “come” dell’obbligo correlativo. Dall’altro lato, Milazzo sottopone a dura critica l’idea di un rapporto simmetrico fra diritti ed obblighi, proponendo di rileggere il significato dei due concetti attraverso la mediazione del concetto di potere. La tesi di Milazzo è chiara: qualsiasi argomentazione che si limiti solamente al vocabolario dei diritti o a quello dei doveri è destinata ad occultare i rapporti di potere soggiacenti alle posizioni giuridiche rivendicate dai soggetti di un ordinamento.
Gli altri tre saggi che compongono la sezione sui doveri portano il ragionamento al livello di alcune figure che rappresentano, prima facie, dei casi-limite per gli ordinamenti liberaldemocratici. Si tratta di scritti che affrontano, rispettivamente, il tema dell’obiezione di coscienza, del dovere di resistenza e del dovere al lavoro. Tutti e tre i contributi hanno il merito di proporre posizioni contrarie a quanto affermato dalla communis opinio. Da tale prospettiva, gli autori dei saggi traggono interessanti indicazioni sul valore e la validità degli obblighi in una comunità. Gladio Gemma (Obiezione di coscienza ed osservanza dei doveri, pp. 55-74) analizza, con un ragionamento serrato, gli argomenti a sostegno dell’idea che l’obiezione di coscienza debba essere interpretata come una posizione soggettiva il cui riconoscimento giuridico sia in continua e legittima espansione. Una tendenza di questo genere può andare incontro a due possibili contraddizioni. Da un lato, qualora si riconoscesse un diritto generalizzato all’obiezione di coscienza, si potrebbe verificare una situazione paradossale per cui l’obbedienza alla legge verrebbe sempre subordinata all’etica. Dall’altro lato, se si adottasse una strategia di compromesso per circoscrivere le aree dell’obiezione legittima, si violerebbe la pretesa stessa dell’imperativo della coscienza di operare in maniera universale e senza eccezione. Inoltre, l’obiezione di coscienza rischia di minare le basi della funzionalità sociale degli ordinamenti liberaldemocratici, ossia quell’assetto dell’obbligo politico che forma il tessuto principale degli scambi fra cittadini e garantisce la tenuta e l’efficacia del sistema giuridico. Per questi motivi, sostiene Gemma, occorre respingere l’idea di rendere regola l’obiezione di coscienza: «più esattamente, se detta soluzione viene condotta alle estreme ed irrazionali conseguenze è confutabile in virtù dell’argomento apagogico, in base al quale una tesi è contestabile per le conseguenze inaccettabili cui conduce; se invece la predetta opinione non viene condotta alle sue necessarie ed irrazionali conseguenze, essa è vulnerabile per l’incongruenza dovuta allo hiatus logico che presenta» (p. 62).
Nel suo Dovere di resistenza e comunità democratica: la disobbedienza civile secondo M. Walzer (pp. 75-98), Thomas Casadei affronta un tema estremamente delicato per il costituzionalismo contemporaneo attraverso l’analisi della proposta (la più influente, almeno in ambito statunitense) di Michael Walzer. L’originalità dell’intervento di Casadei risiede nel rovesciamento dei termini del classico ragionamento sul diritto di resistenza (8). Attraverso Walzer, Casadei evidenzia le lacune del modello che imposta la resistenza come a) diritto soggettivo, b) espresso nei termini del rapporto fra individuo e governo. Casadei, invece, adotta una strategia argomentativa differente, complicando il quadro generale (di matrice contrattualista) con l’introduzione di un radicale pluralismo sia dei valori sia degli obblighi (9). Se si prende sul serio l’articolazione della società più ampia in diversi gruppi ed associazioni che vivono al suo interno, e delle quali l’individuo può essere contemporaneamente membro, allora emerge chiaramente la reale possibilità che un soggetto si trovi spesso di fronte ad un conflitto fra obbligazioni. Queste possono essere, a loro volta, anche di diversa natura, ossia legali, politiche o morali. Ciò che conta, tuttavia, è quanto una prospettiva genuinamente pluralista sia in grado di mettere in luce una gamma di problemi che investono tanto la filosofia dell’azione quanto il costituzionalismo democratico. Tuttavia, l’intento di Walzer non è certo quello di presentare gli aspetti potenzialmente conflittuali come se si trattasse semplicemente di un problema. I modi di formazione degli obblighi mostrano invece come la molteplicità delle appartenenze fra loro diverse possa rappresentare un arricchimento per la vita sociale: «I processi attraverso cui gli uomini contraggono obblighi sono inevitabilmente plurali e dunque, a meno che uno Stato non riesca ad inibire del tutto i normali processi di formazione e costituzione di gruppi secondari al suo interno […] dovrà sempre confrontarsi con individui, appartenenti a gruppi, che si ritengono – in alcune specifiche circostanze – obbligati a disobbedire. In tal senso, assumendo il pluralismo come valore […] il conflitto appare come qualcosa di fisiologico e non di patologico» (p. 86). Per il cittadino di una società liberale e democratica si configura, pertanto, un obbligo prima facie a disobbedire quando vi sia un conflitto fra la fedeltà dovuta al gruppo di appartenenza e quella dovuta alla comunità più ampia nella quale si trova a vivere (10). La produzione di argomenti e il confronto generato da un ordinamento che ammette posizioni diverse rappresenta un’opportunità di re-interpretazione (ma non di totale rigetto) delle norme costituzionali e non necessariamente un pericolo per la solidità della comunità più ampia.
Infine, nel saggio di Simone Scagliarini (Il dovere costituzionale al lavoro, pp. 99-117) viene trattato un argomento solitamente negletto dalla letteratura giuspubblicistica, ossia il dovere (e non solo il diritto) costituzionale al lavoro (11). In effetti, la dottrina ha dato per acquisita la connotazione esclusivamente morale del dovere al lavoro di cui all’articolo 4 comma 2 della costituzione italiana, basata, generalmente, sulla mancata coercibilità dell’obbligo ivi previsto. L’autore, invece, propone di prendere sul serio il dettato costituente in base a due precisi argomenti: in primo luogo, il dovere al lavoro va interpretato piuttosto come onere, ossia come figura il cui adempimento porta vantaggi diretti per la posizione dell’obbligato; in secondo luogo, se si ritiene che tutte le norme costituzionali siano vincolanti, allora non si può sottovalutare la presenza di una previsione specifica del legislatore costituente che sancisce il dovere al lavoro.
I quattro saggi che compongono la sezione dedicata ai diritti umani e alle culture, sono stati originati dal corso I diritti umani nella globalizzazione, tenuto presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna. Essi affrontano la questione dei diritti umani in diverse aree geografiche condividendo il medesimo rifiuto dell’essenzialismo nella rappresentazione delle culture e il confronto di ciascuna di queste tradizioni con la modernità politica e il suo vocabolario. In Islam e universalità dei diritti dell’uomo (pp. 163-172), Slaheddine Ben Abid illustra l’importanza dei contesti politici e sociali per l’interpretazione dei testi religiosi rispetto al tema dei diritti. Nelle pagine di questo scritto vengono così spiegate le differenze fra i diversi percorsi compiuti, ad esempio, dalla Turchia e dalla Tunisia, da un lato, e dall’Arabia Saudita e dall’Afghanistan, dall’altro. In nuce, il testo religioso viene sempre sottoposto ad una pressione determinata dalle circostanze in cui viene letto; questa notazione metodologica impedisce di raffigurare l’Islam politico come un monolite immutabile e, in alcune versioni, impermeabile ai diritti umani.
Nel saggio di Amina Crisma su Il problema dei diritti umani in Cina in un orizzonte di universalismo contestuale (pp. 179-190), in cui viene affrontata la questione delle violazioni dei diritti a livello della riflessione teorica generale. Crisma cerca di rinvenire delle potenzialità per un discorso sui diritti all’interno della stessa tradizione giuridica cinese (12). In particolare, l’autrice propone di distinguere fra il confucianesimo pre-imperiale e quello divenuto propriamente imperiale, contaminato, per così dire, dalla dottrina realista dei legisti. Recuperando, con un’analisi testuale, brani di Confucio e Mencio, Crisma mostra quante e quali risorse siano presenti nella storia cinese per lasciare spazio al riconoscimento di alcuni diritti dell’uomo. Seguendo questa strada, il ragionamento di Crisma si sottrae alla classica ed infruttuosa dicotomia che oppone una concezione occidentale dei diritti umani alla teoria dei “valori asiatici” (Asian values).
I contributi di Saverio Marchignoli (I diritti umani nel subcontinente indiano, pp. 173-178) e di Stefano Pratesi (Il lavoro di Amnesty International e il problema dei diritti in America Latina, pp. 191-195) propongono un quadro complesso e a tinte variabili della situazione in due vaste aree geografiche. Marchignoli invita a complicare la normale rappresentazione dell’Induismo come religione della tolleranza, mostrandone il potenziale (a volte messo in atto) di violazione dei diritti umani. Pratesi indaga, in particolare, il problema argentino delle sparizioni durante il periodo della dittatura al fine di mettere in luce i danni prodotti da questa terribile esperienza sul tessuto sociale.
A chiusura del volume, sono posti, a ulteriore complemento delle due sezioni, due altri saggi che ben si ricollegano al percorso fino a questo punto illustrato (13). L’intervento di Katia Poneti (La crisi ecologica e lo Stato di diritto, pp. 199-222) presenta un’analisi sull’impatto che le devastazioni ambientali hanno avuto e avranno sul rapporto fra diritti e doveri. L’autrice insiste, opportunamente, sul carattere globale soggiacente a questa sfida, ma rimarca, allo stesso tempo, la centralità della nozione di stato di diritto e della protezione giurisdizionale nella tutela del diritto soggettivo all’ambiente. Simone Morgagni (Nuove forme di [auto]organizzazione della protesta politica, pp. 223-242), infine, analizza la protesta studentesca francese della primavera del 2006 proponendo una griglia di lettura della formazione dei movimenti sociali attenta agli spazi creati dalle nuove tecnologie d’informazione e alle nuove forme di impegno politico. Morgagni sottolinea il nuovo ruolo delle alleanze sociali “deboli” generate dalle forme di comunicazione digitale. Esse svolgono la funzione importante di avviare la fase della protesta sociale, ma non sembrano ancora in grado, almeno ad oggi, di sostenere l’intero processo di opposizione o resistenza ad una particolare policy. Trattandosi di aggregazioni e soggetti ancora in via di definizione, Morgagni invita a pensare a questi come ad un’espressione della partecipazione politica, in particolare per la tutela attiva dei propri diritti, con un vocabolario di matrice fondamentalmente repubblicana. Per la sua importanza, è questa una sfida alla quale difficilmente ogni intenzione o prospettiva neo-repubblicana potrà sottrarsi.

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  1) S. Mattarelli (a cura di), Il senso della repubblica. Doveri, Franco Angeli, Milano, 2007. D’ora in poi le citazioni dal volume verranno indicate con i rispettivi numeri di pagina all’interno del corpo del testo.
  2) Il primo volume è dedicato ad alcuni percorsi del repubblicanesimo e in particolare alle sue diverse intersezioni con altre culture politiche: S. Mattarelli (a cura di), Il senso della repubblica. Frontiere del repubblicanesimo, Franco Angeli, Milano, 2006.
  3) N. Bobbio, M. Viroli, Dialogo intorno alla repubblica, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 40.
  4) Cfr., sul punto, C. Galli, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Il Mulino, Bologna, 2001, p. 80.
  5) J. Tronto, Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura, tr. it. a cura di A. Facchi, Diabasis, Reggio Emilia, 2006.
  6) Greco si ispira, in particolare, a Simone Weil: cfr., più ampiamente, T. Greco, La bilancia e la croce. Diritto e giustizia in Simone Weil, Giappichelli, Torino, 2007.
  7) I riferimenti classici vanno, rispettivamente, a H.H.L. Hart, Are There Any Natural Rights?, in «Philosophical Review», 64, 1955, pp. 175-191; e a J. Raz, The Morality of Freedom, Clarendon, Oxford, 1986, pp. 165-192.
  8) Per una trattazione classica si veda A. Passerin D’Entreves, Potere e libertà in una società aperta, Il Mulino, Bologna, 2006 (nuova edizione).
  9) M. Walzer, Obligations. Essays on Disobedience, War and Citizenship, Harvard University Press, Harvard, 1970; si veda, più in generale, Th. Casadei, Il «sovversivismo dell’immanenza». Diritto, morale, politica in Michael Walzer, Polistampa, Firenze, 2008.
  10) Sulla fedeltà dovuta alla membership in un gruppo ha scritto pagine importanti J. Raz, Ethics in the Public Domain, Clarendon, Oxford, 1995, pp. 170-191.
  11) Sui doveri costituzionali si rinvia all’ampio volume a cura di R. Balduzzi, M. Cavino, E. Grosso, J. Luther, I doveri costituzionali: la prospettiva del giudice delle leggi, Giappichelli, Torino, 2007; cfr., inoltre, G. Lombardi, Contributo allo studio dei doveri costituzionali, Giuffrè, Milano, 1967.
  12) Per una ricostruzione storica di questa tradizione si veda R. Cavalieri, La legge e il rito. Lineamenti di storia del diritto cinese, Franco Angeli, Milano, 1999.
  13) Va segnalata, inoltre, la presenza all’interno dell’opera di due contributi di carattere storico-ricostruttivo: S. Audier, Il repubblicanesimo francese e la figura di Tocqueville (pp. 121-140) e G. Bernardini, Giuseppe Rensi tra teoria politica e diritti: appunti per una nuova disamina (pp. 141-154).


Marco Goldoni

 

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