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R. Giannetti, Alla ricerca di una «scienza politica nuova». Liberalismo e democrazia nel pensiero di Alexis de Tocqueville

Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2018, pp. 394. Recensione a cura di Chiara Mosti Il punto di partenza dell’autore nella sua lettura di Tocqueville è la distinzione tra due concetti di democrazia alla base della Democrazia in America, già individuata da J. S. Mill. In un primo senso, con democrazia si intende democrazia politica, basata sul suffragio universale, rappresentanza e regola della maggioranza. In un secondo senso, democrazia significa assetto sociale caratterizzato da «eguaglianza delle condizioni»

R. Giannetti, Alla ricerca di una «scienza politica nuova». Liberalismo e democrazia nel pensiero di Alexis de Tocqueville, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2018, pp. 394

Recensione a cura di Chiara Mosti


Qual è il senso politico del rileggere Tocqueville? Quando scrisse La democrazia in America un mondo nuovo gli si stava schiudendo davanti, un mondo ‘rivoluzionato’, in cui alla struttura sociale aristocratica andava sostituendosi una struttura sociale democratica. Tocqueville aveva osservato la democrazia muovere i primi passi e, con il vantaggio di chi vive al confine tra due mondi, aveva potuto intravederne le virtù e analizzarne i problemi. Convinto di non poter tornare indietro al vecchio mondo aristocratico, cui pure apparteneva per nascita e formazione, si trovava però di fronte a un bivio «tra una società democratica, la quale progredisce senza grandezza ma con ordine e moralità, e una democrazia disordinata e depravata» (p. 57). Siamo davvero in grado di intravedere questo bivio nelle nostre società democratiche? O forse pensiamo che troppo sia il tempo che ci separa da Tocqueville, che troppa sia la nostra esperienza democratica, e che la democrazia si mantenga da sé come le cose eterne? Se così fosse, la lettura di questo libro, e di Tocqueville, sarebbe perfettamente inutile. Ma se invece consideriamo reale il bivio di Tocqueville, possiamo chiederci: è possibile attualizzare il suo pensiero, restandogli fedele e pur facendone una risorsa utile per risolvere le difficoltà che attraversano le nostre liberal democrazie? Giannetti ritiene di sì, e anzi, ricostruisce il pensiero di Tocqueville e i temi della Democrazia in America riprendendo «quella tradizione di studi che ha individuato in quest’opera un testo fondamentale del pensiero liberaldemocratico moderno, in cui per la prima volta viene messo a fuoco il trade-off tra libertà ed eguaglianza con l’intento di ricercare le soluzioni al problema della loro difficile coesistenza» (p. 38).

Il punto di partenza dell’autore nella sua lettura di Tocqueville è la distinzione tra due concetti di democrazia alla base della Democrazia in America, già individuata da J. S. Mill. In un primo senso, con democrazia si intende democrazia politica, basata sul suffragio universale, rappresentanza e regola della maggioranza. In un secondo senso, democrazia significa assetto sociale caratterizzato da «eguaglianza delle condizioni»: in democrazia non vi sono infatti aristocrazie cui venga riconosciuta una superiorità di status. Viceversa, ognuno possiede gli stessi diritti e la medesima importanza sociale; e la mobilità sociale rende le differenze di reddito e di potere, che pure continuano a esistere, modificabili e pertanto non discriminanti ai fini dell’eguaglianza. Stabilire una distinzione tra i due concetti di democrazia consente anche di stabilire delle relazioni tra di loro. La democrazia come assetto sociale, scrive l’autore, si sarebbe portata dietro la democrazia come sistema di governo, poiché istituzioni basate sull’ineguaglianza politica in un mondo in cui ognuno ha la medesima importanza non sarebbero state più giustificabili.

L’«eguaglianza delle condizioni» era, per Tocqueville, un punto dal quale non si sarebbe potuto tornare indietro e che aveva piuttosto i caratteri del «fatto provvidenziale» (p. 40): il futuro sarebbe stato democratico, restava da capire in che modo. Tocqueville aveva di fronte a sé due diversi esempi di democrazia: da un lato, nella sua Francia post-rivoluzionaria, il rischio era di restare fermi a «una democrazia disordinata e depravata»; dall’altro, l’America assurgeva a esempio di come la democrazia potesse essere un buon sistema di governo, di come i problemi che l’assetto sociale democratico pure creava si potessero gestire attraverso un insieme di costumi e istituzioni che lì aveva visto interagire armoniosamente e virtuosamente.

 

Ma quali sono i problemi creati dall’«eguaglianza delle condizioni»? Una larga parte di essi sono riassumibili per l’autore nei concetti di individualismo e di «tirannia della maggioranza». L’individualismo, al contrario dell’egoismo che costituisce un tratto antropologico, è un fenomeno tipico dell’età democratica e consiste nella chiusura delle persone nella propria dimensione privata, ovvero nella tendenza a isolarsi dalla società. L’individualismo non è soltanto un sottoprodotto dell’assetto sociale democratico, ma – come viene accennato nel libro – viene rinforzato dal progresso economico, e si combina con il materialismo e le passioni economiche. Del resto, al tempo di Tocqueville, già Benjamin Constant aveva ricordato come il ritiro nei propri interessi privati costituisse un’ampia parte dell’orizzonte dei moderni.

Il concetto di «tirannia della maggioranza» viene affrontato più ampiamente: l’autore vi dedica il capitolo terzo. La «tirannia della maggioranza» non è solamente la concentrazione dei poteri nel legislativo e quindi nella maggioranza parlamentare che si afferma di volta in volta, la quale potrà «uscire dai limiti della giustizia e della ragione» (p. 226), minacciando direttamente la libertà degli individui. Nella sua accezione più originale, «tirannia della maggioranza» significa «tirannia dell’opinione». Infatti, in democrazia, il principio di autorità non risiede più nelle aristocrazie intellettuali, di nascita, religiose, ma in ogni individuo allo stesso modo. Di conseguenza, il vuoto lasciato dal principio di autorità viene riempito dall’opinione comune, che consiste in «una specie di gigantesca pressione dello spirito di tutti sull’intelligenza di ciascuno» (p. 244). L’autore descrive tale fenomeno psicologico attraverso un confronto tra Tocqueville e James Bryce, il quale in The American Commonwealth aveva anch’egli fornito un ampio affresco della democrazia americana: con il senso della propria eguaglianza si sviluppa il senso della propria insignificanza e diviene difficile rivendicare autorità per la propria opinione. L’apatia politica – o meglio, il senso di impotenza che vediamo così diffuso nelle nostre società democratiche – ha qui le sue radici. Ma non solo. Anche la «tirannia della maggioranza» intesa come strapotere della maggioranza ha le sue radici nella «tirannia dell’opinione». Come scrive Tocqueville, «non è verosimile che, godendo tutti delle medesime conoscenze, la verità non stia dalla parte del numero maggiore» (p. 243). La «tirannia dell’opinione» legittima quindi la «tirannia della maggioranza»: se l’autorità è in ognuno allo stesso modo, risiede tanto più nel numero maggiore.

Il culmine di tali fenomeni, che si rafforzano tra di loro, è il ritiro dei cittadini dallo spazio pubblico. Nel momento in cui essi si ritirano, rendono però probabile l’avvento di un dispotismo – il «potere immenso e tutelare» e nondimeno «minuzioso, sistematico, previdente e mite» (p. 60) – che si occupa di pensare per loro la libertà politica. Il pericolo del dispotismo è un argomento classico dei pensatori liberali, non per ultimo di Kant, il quale al governo pensato «per esseri umani capaci di diritti» aveva opposto il governo paternalistico, che decide al posto dei cittadini la maniera in cui essi devono essere felici e costituisce «il più grande dispotismo pensabile».

 

Di fronte a questi problemi posti da un «mondo completamente rinnovato» e da cui era impossibile tornare indietro non si poteva che tentare la strada di «una scienza politica nuova» (p. 30): è questa qualità del pensiero di Tocqueville su cui Giannetti mette l’accento, ovvero la sua originalità, il suo combinare varie tradizioni di pensiero in una sintesi coerente per riuscire a essere all’altezza delle sfide che l’assetto democratico poneva.

Esemplare è in questo senso la posizione di Tocqueville verso la democrazia. Come i liberali aristocratici, egli non considerava la democrazia politica il miglior sistema decisionale, né ne era entusiasta. Diversamente da essi, tuttavia, non vedeva con sfavore l’estensione del suffragio: Tocqueville accettava la democrazia “in blocco”, «razionalmente», scrive l’autore. La democrazia politica era, infatti, per Tocqueville l’unico rimedio che avrebbe potuto risolvere i problemi posti dall’assetto sociale democratico. Solamente l’esercizio democratico avrebbe potuto ostacolare l’individualismo, la «tirannia della maggioranza» e tutte le passioni che caratterizzavano l’uomo democratico. In definitiva – e in ciò consiste la tesi principale del libro – «per combattere i mali che l’eguaglianza può produrre, c’è un solo rimedio efficace: la libertà politica» (p. 41). Tanto più se l’assetto sociale è democratico, non è possibile limitarsi a godere della libertà, ma è necessario esercitarla e realizzarla.

Come scrive l’autore, nella democrazia americana Tocqueville aveva visto proprio una particolare concezione di libertà politica, che ne caratterizzava costumi e istituzioni e gli impediva di slittare verso il dispotismo. Non era solo merito della costituzione americana, caratterizzata da una struttura federale, separazione ed equilibrio dei poteri e un forte potere giudiziario (a quest’ultimo, data la sua importanza, Giannetti dedica l’ampio e dettagliato capitolo secondo). La costituzione americana, per quanto congegnata magistralmente in maniera da favorire il pluralismo e contrastare le tendenze accentratrici del potere politico, non era sufficiente. Secondo Tocqueville, scrive Giannetti, «in epoca democratica il vero argine nei confronti del dispotismo è costituito dall’esistenza e dalla vitalità di uno spazio pubblico che si interpone tra la sfera privata e la sfera del governo» (p. 62). Con l’espressione “spazio pubblico” l’autore intende la sfera intermedia tra «gli istituti della democrazia rappresentativa a livello dello Stato centrale» e «la sfera privata che riguarda l’attività dell’individuo singolo, la cerchia degli affari e degli affetti domestici» (p. 65). Da un lato, la società americana era caratterizzata da un alto livello di associazionismo volontario, che nessun potere politico sarebbe stato capace di sostituire. Gli americani si associavano volontariamente non solamente per interessi politici, ma anche per interessi economici, religiosi e per i più svariati scopi. Dall’altro, gli americani partecipavano nelle giurie popolari e nelle istituzioni decentrate. Qui, a differenza della partecipazione richiesta al livello federale, potevano apprendere una cultura politica pratica, occuparsi direttamente di ciò che li riguardava da vicino, scorgere il legame che sussisteva tra interesse particolare e interesse generale. Ogni governo dispotico ha bisogno che i cittadini si ritirino nei propri interessi privati, di modo che possa sostituirsi a essi, ottenere da loro una delega incontrollata. Partecipando nelle istituzioni municipali, nelle giurie popolari, e associandosi liberamente – l’associazionismo era per Tocqueville, nei paesi democratici, «la scienza madre» – i cittadini potevano contrastare l’individualismo, occuparsi dell’interesse generale e così impedire l’avvento del dispotismo. Lo “spazio pubblico” così inteso – come un luogo che non è quello della nostra libertà privata né quello della partecipazione richiesta a un livello federale – caratterizzava la libertà degli americani.

Differentemente da quei teorici liberali che subordinano la libertà politica a quella privata, nel caso di Tocqueville le “due libertà” si tengono assieme in una concezione di libertà unitaria e complessa che si compone di sfera privata, libertà politica a livello federale e “spazio pubblico”. Dunque Giannetti ci restituisce l’immagine di un Tocqueville liberale, e tuttavia, per sua stessa definizione «un liberale di una specie nuova» (p. 30). Questa interpretazione di Giannetti lo avvicina di fatto alla sensibilità repubblicana – che insiste sulla libertà politica, sulla necessità di «salvare il cittadino» per «rispettare l’individuo» (p. 74) – e, senza cadere in sterili esercizi di riduzione, all’umanesimo civico, che considera l’esercizio democratico come una «condizione necessaria non solo per la conservazione delle altre libertà, ma anche per l’elevazione morale e civile dell’individuo» (p. 99).

 

Un altro tema rilevante che Giannetti affronta nel volume, e in particolare nel capitolo quarto, dedicato al ruolo della religione nelle società democratiche, è il rapporto tra l’assetto sociale democratico e il legame sociale. L’assenza di legame sociale rende infatti difficile concepire la stessa comunità politica e quale esso debba essere costituisce un nodo irrisolto delle nostre società democratiche. Quale legame sociale delinea Tocqueville? Egli partiva dalla condizione democratica e riteneva che, dati i problemi che poneva – in primo luogo, la chiusura delle persone nei propri interessi privati – un «interesse bene inteso» fosse l’unico legame in grado di imporsi. Lungi dal concepire l’ordine politico come somma di interessi, la dottrina dell’«interesse bene inteso» esige che, pur partendo dal proprio utile individuale, lo si sacrifichi spesso. Gli individui, perché si realizzi ciò, devono essere capaci di intendere il proprio interesse in maniera non immediata, bensì ampiamente, allargato sino a comprendere il benessere comune o una soddisfazione maggiore differita nel futuro.

Come argomenta l’autore, secondo Tocqueville tale legame sociale non può fare a meno del legame religioso: la democrazia ha bisogno della religione. Al contrario di J. S. Mill, il quale riteneva possibile una «religione dell’umanità», Tocqueville era convinto che l’ordine cognitivo e morale non potessero basarsi sulla ragione e avessero bisogno di una conoscenza dogmatica, come la religione storica. La specificità delle istituzioni americane era quella di essere congegnate in maniera tale da mettere costantemente sotto gli occhi dei cittadini la loro reciproca dipendenza, in modo da far loro contrarre l’abitudine a connettere interessi privati e interesse generale, ma solo la religione, veicolando doveri per gli uomini, poteva tirarli fuori dal proprio individualismo e garantire quindi l’esistenza dello stesso legame sociale che Tocqueville aveva visto in America.

Ancora più centrale è il rapporto che esiste tra la democrazia e la progettualità politica. Con la mobilità sociale, complemento necessario dell’eguaglianza sociale, l’orizzonte di appagamento dei desideri diviene il medesimo per tutti. Il problema è che «in mezzo a questo continuo fluttuare della sorte, il presente prende corpo, ingigantisce: copre il futuro che si annulla, e gli uomini non vogliono pensare che al giorno dopo» (p. 340). Nell’età democratica gli individui hanno un rapporto problematico con il tempo. Il tempo del cittadino democratico è il presente, ovvero il tempo della realizzazione immediata dei suoi molteplici – mutevoli, finalmente appagabili – desideri. In democrazia, il futuro, il tempo di cui ha bisogno la politica, scompare drammaticamente. Giannetti sottolinea questo aspetto come il motivo irriducibile per cui, nell’opera di Tocqueville, la religione è necessaria alla democrazia. Per comprendere una tale posizione basti pensare alle difficoltà che incontriamo come cittadini di stati liberal democratici nel percepire l'urgenza del cambiamento climatico – al di là del nostro senso di impotenza. La religione ci permetterebbe di allargare la prospettiva dal “qui e ora” e di vedere quali costi insostenibili stiamo scaricando sulle generazioni future e le regioni più esposte. Come scrive Giannetti, essa ha la capacità «in virtù della sua dimensione metafisica, di ispirare negli individui il senso del futuro» (p. 364), di unire la comunità in un destino comune nelle generazioni, tirare fuori le persone dall’individualismo in cui esse sono chiuse.

Differentemente da Rousseau, il quale aveva escogitato una «religione civile» per rafforzare il legame tra l’individuo e la comunità, l’autore della Democrazia in America riteneva che la religione dovesse restare separata dall’ordine politico, esercitare su di esso un’influenza indiretta, perché i due ambiti potessero rafforzarsi a vicenda e non avvilirsi. Tuttavia, come sottolinea bene Giannetti, se una religione vuole essere utile alla democrazia deve curarsi di autoimporsi limiti «per riuscire a sopravvivere nelle epoche democratiche» (p. 384). Essa non può sradicare dalle società democratiche l’amore per il benessere materiale, né contrastare veementemente le opinioni della maggioranza, senza uscirne indebolita. Diviene difficile tenere assieme tali limiti e l’alterità della religione, che pure è il motivo per cui essa sarebbe utile nel contrastare le passioni democratiche. Per questo, sostiene l’autore, con Tocqueville non possiamo risolvere il problema di quale posto debba avere la religione nelle società democratiche (né quindi risolvere i nodi che Tocqueville sperava di risolvere con la religione), ma possiamo certamente iniziare a porlo da una prospettiva realistica – più realistica rispetto a quanto abbiano fatto Rousseau o Mill.

Questo è anche il merito principale del libro, che non è solo un’interpretazione del pensiero di Tocqueville né una presentazione della “soluzione” americana, ma soprattutto una risorsa utile per chi vuole affrontare i problemi che sussistono nelle società democratiche in una maniera realistica, per chi non vuole continuare a considerare il modello liberaldemocratico come modello autosufficiente, senza vederne le dinamiche sociali sottostanti e le condizioni che lo rendono realmente funzionante.



Chiara Mosti



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