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R. Badii, Il rischio del politico. Opposizione e neutralizzazione in Carl Schmitt

con un saggio inedito di Carl Schmitt, AlboVersorio, Milano 2009, pp. 116. Recensione a cura di Sante Maletta Il recente volume di Renata Badii [...] presenta una lettura interpretativa del saggio schmittiano del 1960 dedicato a L’opposizione tra comunità e società come esempio di distinzione binaria, il quale viene proposto per la prima volta in traduzione italiana. La Badii legge questo scritto alla luce dell’intero cammino di ricerca dell’autore tedesco [...]

Renata Badii, Il rischio del politico. Opposizione e neutralizzazione in Carl Schmitt, con un saggio inedito di Carl Schmitt, AlboVersorio, Milano 2009, pp. 116.

Recensione a cura di Sante Maletta

 

Il recente volume di Renata Badii – giovane studiosa che lavora presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze – presenta una lettura interpretativa del saggio schmittiano del 1960 dedicato a L’opposizione tra comunità e società come esempio di distinzione binaria, il quale viene proposto per la prima volta in traduzione italiana. La Badii legge questo scritto alla luce dell’intero cammino di ricerca dell’autore tedesco, con particolare riferimento al tema della neutralizzazione, facendo emergere questioni teoriche che sono al centro del dibattito attuale.

La studiosa focalizza la propria attenzione sul termine ‘opposizione’ (Gegensatz) che compare nel titolo e che è «onnipresente nella produzione schmittiana». L’intento di Schmitt, infatti, è quello di considerare la coppia tönniesiana comunità/società evitando di pensarla in termini di antitesi; questo perché, da un punto di vista schmittiano, «quando una teoria politica comincia a interpretare le opposizioni come semplici antitesi o distinzioni binarie […] si trasforma in una teoria impolitica, vale a dire in una teoria incapace di pensare il suo specifico oggetto» (p. 13), quella «conflittualità concreta e radicale che fa emergere la distinzione amico-nemico e ci pone di fronte al politico» (p. 14). Ciò che si propone quindi è di leggere il saggio schmittiano non solo alla luce de Il concetto di ‘politico’ ma anche del coevo La tirannia dei valori. La trasformazione dell’opposizione comunità/società in antitesi dotata di una connotazione assiologica è infatti esito della tendenza da parte del pensiero politico e giuridico contemporaneo a impiegare la categoria di valore nel tentativo di rendere commensurabili interessi apparentemente non componibili.

Com’è noto, per Schmitt, la causa essendi et cognoscendi del politico è la distinzione amico/nemico come estremo grado di associazione o di dissociazione. L’estremo grado di dissociazione che separa l’amico dal nemico prevede la possibilità di un conflitto anche cruento che – nota la Badii – non è riconducibile né a un mero conflitto di interessi né a un conflitto per ragioni ideali e normative: si accetta di mettere in gioco la propria vita nel momento in cui c’è la «minaccia della perdita di un “qualcosa” a cui non si è assolutamente disposti a rinunciare, perché senza questo elemento la propria vita, in quanto membri di un gruppo, non avrebbe più senso» (p. 19). Lo stato – quale istanza in cui si concentra la decisione politica – non può quindi muoversi esclusivamente secondo una logica meramente coercitiva, proprio a causa della peculiare natura dell’agire politico, il quale è dispensatore di senso. Da questo punto di vista la comunità politica è comunità in senso non banale, indicando un insieme di «individui accomunati da opinioni condivise su quelle che ritengono essere le questioni “non negoziabili” che definiscono la loro esistenza politica» (n. 7, p. 13).

Da quel che s’è detto, si comprende che quella della neutralizzazione è una categoria ambigua. Affermando che lo stato deve offrire risorse di senso, Schmitt intende dire che esso deve conservare il monopolio della definizione dell’identità della comunità politica (vale a dire la decisione intorno all’amico e al nemico) in quanto unica istanza autorizzata a definire l’insieme delle questioni non negoziabili, estroflettendo così l’ostilità radicale. La neutralizzazione statale (sempre instabile e precaria) dei conflitti interni al corpo politico e inerente al suddetto monopolio coincide in tal modo con una donazione di senso. Si tratta di una neutralizzazione “buona”, attiva, in quanto basata su una decisione che genera comunità. Il problema è che, con la trasformazione dei «centri di riferimento» (Zentralgebieten), di cui tratta il saggio del 1933 sull’epoca delle neutralizzazione e delle spoliticizzazioni, la neutralizzazione statale da attiva si fa passiva. Ciò significa che si opera come se il conflitto sia superabile non più attraverso una decisione che “mette in forma”, ma bensì attraverso degli automatismi di cui la tecnica, per sua essenza incapace di offrire risorse di senso a causa della sua mera strumentalità, rappresenta la versione più recente ed eclatante.

Ora, in tale processo di neutralizzazione passiva generale, la categoria di valore gioca un ruolo fondamentale. Come Schmitt sostiene nel saggio sulla tirannia dei valori, la logica che sta dietro la trasformazione del bonum in valore è quella di rendere commensurabili interessi che in una società sempre più pluralistica appaiono incommensurabili. Il problema è che non solo non si danno valori oggettivi, ma che la validità dei valori si basa su «atti di posizione» (Wert-setzungen) soggettivi. Ogni valore è quindi «valore di posizione»: scompare ben presto l’illusione di neutralità ed emerge l’«aggressività» connaturata alla natura del valore stesso. Pour se poser, il faut s’opposer. Ecco in che senso si può parlare di «tirannia dei valori»: il valore superiore ha il diritto e il dovere di sottomettere il valore inferiore. Lungi dal neutralizzare attivamente il conflitto, la logica del valore inasprisce la lotta delle convinzioni e degli interessi, facendo scomparire ogni riguardo nei confronti del nemico.

Ciò detto, cosa succede quando la logica dei valori si sposa con la tecnica generando ciò che Schmitt chiama tecnicismo. Va tenuto presente, infatti, che questo, lungi dall’essere qualcosa di tecnico o di meccanicistico, è un fenomeno spirituale, una sorta di fede in un «attivismo antireligioso dell’aldiquà», di cui l’autore tedesco parla alla fine del già citato saggio sull’epoca delle neutralizzazioni. Se questo è vero, si può allora veramente sostenere che con la tecnica siamo di fronte a un Zentralgebiet veramente neutrale? In altri termini, il problema della neutralizzazione operata dalla tecnica sta veramente nel fatto di essere una “cattiva” neutralizzazione, vale a dire incapace di mettere in forma, di dispensare senso, o piuttosto il problema è che dietro la tecnica, nascosto dall’apparente neutralità di questa, opera uno «spirito», vale a dire una decisione intorno alle questioni non negoziabili che definiscono l’esistenza politica e quindi intorno all’amico e al nemico? Se è vera la seconda ipotesi, allora la neutralizzazione operata dalla tecnica sarebbe “cattiva” in quanto messa in forma che rimane perlopiù inconsapevole e che quindi rivela una dinamica ideologica (nel senso marxiano del termine), anche perché tende a presentarsi come neutrale ed è di fatto subordinata a interessi sociali.

In conclusione, una proposta che va oltre Schmitt: riformulare la questione della neutralizzazione attraverso una problemtizzzione della questione del senso. La neutralizzazione attiva opera attraverso una decisione presa da un’istanza personale che secolarizza/rappresenta un’istanza trascendente. Tale messa in forma – per usare i termini di Chantal Mouffe – estroflette l’antagonismo (senza delegittimare il nemico) ma lascia essere all’interno della comunità politica un agonismo. In altre parole, in tal caso all’interno della comunità si dà una differenza di potenziale che rende significativa la comunicazione interumana, la generazione di un senso intersoggettivo che in quanto tale non è possedibile da alcun soggetto. Nel caso della neutralizzazione passiva, invece, abbiamo l’imposizione ideologica (tecnicismo) preventiva di un super-senso che annulla ogni differenza – anche quella tra un interno e un esterno –, propagandando la fine di ogni divisione, ma esasperando l’inimicizia e delegittimando il nemico, trattato nel miglior dei casi come un residuo “positivo” (in senso hegeliano). Opera in tal caso un meccanismo di esclusione denegato e quindi violento. Nei termini di Teologia politica II – opera del 1970 in cui Schmitt riprende e riformula la questione della neutralizzazione – il pericolo insito nel tecnicismo è la pretesa di eliminare dallo statuto del pensiero ogni riferimento al fondamento, il che coincide con la liquidazione della teologia politica. Tale immanentismo porta con sé l’introduzione, perlopiù mascherata, di un nuovo criterio, quello della novità: l’ideologia del progresso, che viene così ad affermarsi, produce un conflitto tra nuovo e vecchio di inaudita violenza in quanto al secondo termine viene a mancare qualsiasi legittimazione. «Stat pro ratione Libertas, et Novitas pro Libertate».

 

Sante Maletta

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