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M. Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista

DeriveApprodi, Roma 2013. Recensione a cura di Anna Bagnato Chi è l’uomo indebitato? Che funzione ha all’interno del paradigma attraverso cui strutturiamo le nostre relazioni sociali? A parere di Lazzarato, l’uomo indebitato, e di conseguenza il concetto stesso di debito, rappresentano il fulcro propulsivo di un sistema macchinistico su cui si fonda la società occidentale contemporanea, la cui crisi non è solo un problema estemporaneo che deve essere risolto, ma rappresenta la condizione di possibilità dell’intero sistema.

M. Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013.


Recensione a cura di Anna Bagnato


Chi è l’uomo indebitato? Che funzione ha all’interno del paradigma attraverso cui strutturiamo le nostre relazioni sociali? A parere di Lazzarato, l’uomo indebitato, e di conseguenza il concetto stesso di debito, rappresentano il fulcro propulsivo di un sistema macchinistico su cui si fonda la società occidentale contemporanea, la cui crisi non è solo un problema estemporaneo che deve essere risolto, ma rappresenta la condizione di possibilità dell’intero sistema.

L’uomo indebitato, nella situazione in cui si trova, ha il solo compito di pagarlo.  La crisi, attualmente molto discussa, viene delineata come la crisi del debito pubblico, si parla, sempre più spesso di debiti sovrani, anche se questi debiti, chiamati pubblici e  indipendenti dalle scelte dei singoli, hanno, nelle tasche dei cittadini, lo stesso peso dei debiti privati. Il fine di questo meccanismo è quello di favorire l’arricchimento, che coincide anche, con l’appropriazione politica della sfera democratica da parte di una piccolissima componente della popolazione che opera in base alla logica del neoliberalismo.

Riferendosi al governo americano, l’autore cita un dato dell’economista Stiglitz il quale sostiene:  “I neoliberali sono riusciti a imporre un governo dell1 %, per l’1%, con l’1%” (p. 22)

Confrontandosi con la classica teoria del capitalismo di Marx, l’autore rileva che il capitalismo ha attraversato un’importante trasformazione: da capitalismo di fabbrica, evidentemente orientato verso la produzione al fine di incrementare il profitto, (si fa qui riferimento al classico modello, enunciato da Marx, D-M-D¹), ad un capitalismo finanziario che risulta basato, invece, sul debito orientato non tanto sul profitto, bensì sulla rendita. Ciò che viene eliminato, il passaggio della produzione, è un elemento essenziale per il capitalismo di fabbrica, di conseguenza il nuovo modello del capitalismo finanziario risulta semplificato simbolicamente nella formula D-D¹. Tale passaggio risulta fondamentale per spiegare i cambiamenti sostanziali e sistemici del capitalismo contemporaneo:

“Il concetto capitalistico di produzione non implica solo il capitale e i capitalisti industriali, da un lato, e il lavoro e i lavoratori salariati, dall’altro, ma anche moneta e imposta come sue vere e imprescindibili condizioni. La moneta e l’imposta precedono e fondano tanto l’organizzazione del lavoro quanto il mercato.

La scienza economica, di norma, riduce la moneta a un semplice numerario in grado di facilitare gli scambi e l’imposta a un prelievo improduttivo, laddove tanto la moneta quanto l’imposta rimandano a centri di potere, per la maggior parte statuali, che non risultano dal mercato, al contrario, lo fondano e lo rendono possibile” (p. 24).

Il pregio di questo volume è quello di sottolineare non solo le condizioni implicitamente contraddittorie del sistema capitalistico, quanto la dimostrazione che le argomentazioni con cui, spesso, viene legittimato tale sistema, come ad esempio il liberalismo prima e il neoliberalismo poi, si fondino su illusorie rivendicazioni di libertà individuali che in realtà non fanno altro che aumentare i dispositivi di potere, foucaultianamente intesi, che mirano in definitiva all’appropriazione, divisione e distribuzione delle risorse in mano ai gruppi più forti.

È di particolare interesse rilevare l’innovativa genealogia della moneta attraverso cui Lazzarato evidenzia la complementarità della moneta con il meccanismo dell’imposta. Analizza a questo fine le considerazioni nell’ Anti-Edipo, in Millepiani e  in Capitalismo e schizofrenia, in cui Gillez Deleuze e Félix Guattari connettono le tre categorie della moneta, del debito e dell’imposta. Se la moneta viene distribuita attraverso un apparato di potere, l’equilibrio tra beni-servizi e moneta è, di fatto, determinato dall’imposta. Ciò che si intende evidenziare è che l’origine della moneta non è di tipo scambista; inoltre essa non risulta intimamente connessa con il lavoro, ma con l’imposta che è, invece, indipendente sia dal lavoro che dal mercato.

Nell’antica Grecia, infatti, “l’imposta sugli aristocratici e la distribuzione di danaro ai poveri [sono] un mezzo per ricondurre il denaro ai ricchi, poiché i poveri si servono del denaro per comprare terra, produrre e pagare imposte su ciò che hanno prodotto. La moneta torna ai ricchi a condizione di non fermarsi, a condizione che tutti, ricchi e poveri forniscano un’imposta, i poveri in beni o servizi, i ricchi in denaro, in maniera tale che si stabilisca un’equivalenza moneta-beni e servizi” (pp. 26-27).

L’imposta, allora, è un meccanismo fondamentale di appropriazione. Oggi, i governi tecnici sono prevalentemente governi fiscali. Le politiche di austerità sono volte al prelievo forzato; esse hanno un ruolo anche psicologico; infatti, rappresentano il modo per l’espiazione della colpa, rappresentata dal debito. La colpa non influisce a livello individuale ma appartiene all’ambito collettivo, trasformando ciascuno in un uomo indebitato.

L’autore cita Carl Schmitt, la cui riflessione è stata utilizzata per promuovere l’«autonomia del politico» per dimostrare che “lo Stato sociale segna in modo irreversibile il declino dello stato «sovrano» quale l’Europa lo aveva conosciuto. Lo Stato sociale non ha più alcuna autonomia politica, poiché viene occupato dalle forze sociali ed economiche del capitalismo (…) L’economia, anziché essere altro della politica, è la forza che la genera, che la dirige, che la legittima ” (pp. 81-82). Foucault, a parere dell’autore, non fa altro che confermare le ipotesi di Schmitt, ovvero la morte di uno stato sovrano, stato-nazione attualmente sostituito da uno Stato economico. Nella nuova concezione della sovranità non è più possibile distinguere l’economia dallo Stato, il potere politico dalla potenza del capitale. Da questo punto di vista l’economico diverrebbe la forma attuale della politica. Ciò porterà un graduale processo attraverso cui le funzioni statali verranno controllate dai bisogni economici al fine di istituire “una democrazia conforme ai mercati” (p.85) come ha sostenuto Angela Merkel. I neoliberisti, oggigiorno, non possono pretendere un assoluto scioglimento del legame tra economia e politica considerando che la dimensione politica, inevitabilmente, deve tenere presente i fenomeni di appropriazione, divisione e distribuzione. Questo sistema, che Marx riconduce in un primo tempo a quella che definisce “accumulazione originaria”, la quale si riferisce soprattutto all’appropriazione terriera, tipica del sistema feudale, si sviluppa con la nascita della fabbrica, facendo sorgere una nuova società che attraverso il fordismo da vita alla moderna  “accumulazione industriale”, fino a giungere all’appropriazione, tipica del mondo contemporaneo, prettamente “finanziaria”. L’appropriazione finanziaria si applica – a parere di Lazzarato – attraverso la modalità dell’imposta. Il liberismo si presenta come una teoria economica tipicamente innovativa, in quanto ha il ruolo di liberare l’uomo dai vincoli feudali e in genere da ogni vincolo negativo per lo sviluppo della ricchezza collettiva. Deleuze e Guattari affermano che le società arcaiche erano caratterizzate da blocchi di “debito mobili e finiti”, mentre con l’avvento degli imperi, degli Stati, delle religioni monoteiste, il debito diventa “debito infinito”: “Il capitalismo, introducendo l’infinito nell’economia e nella produzione, continua e prolunga il debito infinito delle società imperiali statalizzate e la colpevolizzazione, anch’essa infinita, che le religioni monoteistiche associano al debito. Il capitalismo finanziario ha ulteriormente intensificato questa tendenza, insediando finanza e moneta di credito nel cuore dell’accumulazione capitalistica. Il debito è il suo motore. Il capitalismo finanziario fa dei debiti una promessa che dobbiamo onorare, per poterne contrarre altri senza mai poter interrompere la fuga in avanti” (pp. 63-64). Proprio tale sistema sarà a fondamento della cosiddetta crisi dei subprime che colpì gli Stati Uniti nel 2007. Il divario sociale che si apre non è più inerente alla dialettica servo/ padrone; non può delinearsi neanche come la dialettica, tipica del sistema industriale, capitalista/proletario; la nuova dialettica s’instaura, invece, tra debitore/creditore.  Lo studente americano rappresenta l’emblema dell’uomo indebitato; infatti egli contrae un debito già molto prima di inserirsi nel mercato del lavoro, debito che si estende nel tempo influenzando il futuro lavorativo dello studente stesso.

Le rivendicazioni tipiche degli anni Sessanta-Settanta, volte all’istituzione di diritti sociali diventano accesso al credito, possibilità di contrarre debiti.

“Non più aumenti salariali ma crediti al consumo, non più sicurezza sociale ma assicurazioni individuali, non più diritto alla casa ma prestiti immobiliari” (p. 53)

Il debito rappresenta, dunque, una nuova tecnologia di potere, e l’elemento più innovativo di questo dispositivo è il fatto che l’obbligazione non deriva dall’esterno ma viene interiorizzata dal debitore stesso. I dispositivi di potere, accuratamente descritti da Foucault, come la fabbrica, la clinica psichiatrica, le istituzioni penali si riferivano ad uno spazio chiuso e ad un tempo limitato in cui persone e dispositivi erano esterni e facilmente riconoscibili; il controllo attraverso il debito è invece illimitato, non ha confini spazio-temporali: la durata di un rimborso può essere anche molto lunga ed estendersi nel corso degli anni, in cui il debitore, deve organizzare la propria vita affinché possa saldarlo. Il debito produce una modalità specifica di soggettivazione in quanto non riguarda solo il presente ma influisce anche sul futuro, è una modalità che tenta di controllare anche l’imprevedibile.

Per  fondare attraverso una teoria non economica la genealogia della moneta, Lazzarato riprende l’antropologia di René Girard, che gli consente di tracciare una linea di continuità tra la trascendenza del sacro, dello Stato e della moneta. Proprio la sua teoria del sacrificio  fonda il senso di colpa che deriva dalla contrazione di un debito. Il senso di colpa legittima il sacrificio che mette pace a quella violenza originaria esercitata nel bellum omnia contra omnes. In realtà l’istituzione del sacrificio non deriva direttamente dalla natura umana, da quella violenza originaria che fonda la società, come vorrebbe Girard, ma è il frutto di un’operazione politica. Il senso di colpa diviene universale e all’interno della società contemporanea caratterizzata dalla perdita dei valori e dall’astrazione di un unico processo di valorizzazione, introduce l’infinito all’interno del capitalismo. Il debito non potrà in alcun modo essere completamente espiato perché è infinito.  Il capitale non ha alcun limite esterno e il processo di valorizzazione che inizia con il denaro e finisce con il denaro è per definizione senza limiti. L’asimmetria che inevitabilmente scaturisce da questo processo, lungi da essere considerata come problema da risolvere, è la vera legge del capitale. La crisi, allora, non è l’eccezione, ma la regola, è il modo normale del funzionamento del sistema economico. Il denaro viene dunque rivalutato ed appare non più come equalizzatore dei rapporti, ma come differenziatore. Sono i flussi finanziari a stabilire e ad imporre le differenze, le asimmetrie, le diseguaglianze. L’economia capitalistica, in particolare quella finanziaria, è determinata e costituita da flussi che apparentemente sembrano slegati dai dispositivi di potere, quando, invece li presuppongono e li stabiliscono allo stesso tempo. Il capitale finanziario non si limita all’appropriazione dei flussi, ma ne stabilisce il valore. La finanza allora non può essere qualcosa di diverso dall’economia reale, in quanto quest’ultima è stata definita in toto dalla prima.

L’asservimento dell’uomo al sistema economico diviene implicito in quanto è l’uomo stesso a trasformarsi in un soggetto economico, diviene capitale umano. Il soggetto diviene allora allo stesso tempo responsabile e colpevole delle proprie azioni. Il simbolo dell’uomo contemporaneo è il businessman, l’uomo imprenditore di se stesso e nello stesso tempo è il consumatore che sceglie tra un’infinità di merci a sua disposizione.  L’uomo funge da organismo interno e propulsore di questo sistema come dimostra l’interesse delle imprese che gestiscono grosse reti sociali (quali Facebook o Google), le quali si servono sempre di più dell’utilizzo di sondaggi, banche dati, ricerche di mercato. Il concetto di biopotere espresso da Foucault si è esteso e ha modificato i dispositivi di controllo. L’assoggettamento/ asservimento è favorito dalla complessa rete di sensazioni che provoca il neoliberismo e che sfocia nel circolo “eccitazione/frustrazione”.

“Frustrazione, risentimento, senso di colpa, paura costituiscono le «passioni» della relazione a sé nel neoliberismo, perché le promesse di realizzazione, di libertà, di autonomia si scontrano con una realtà che sistematicamente le nega. Il fallimento del capitalismo non risuona così forte come dovrebbe, perché è l’individualismo ad attutirlo attraverso un’interiorizzazione del conflitto in cui il «nemico» finisce col confondersi con una parte di sé, […] Diversamente dalla nevrosi, patologia di un capitalismo trapassato, la malattia del XXI secolo si manifesta nella depressione, resistenza passiva e individuale alla «mobilitazione generale», all’ingiunzione all’attività, a fare progetti, a investirsi: impotenza ad agire, impotenza a decidere, impotenza ad intraprendere progetti” (pp. 151-152).

La soluzione che viene prospettata dall’autore è molto radicale: “Con la crisi del debito, lo spazio pubblico, del tutto privatizzato, appiattito, colonizzato, si rianima a intermittenza, quando le lotte creano isole di non-comunicazione, di non-risposta, di rifiuto della «mobilitazione generale» per uscire dalla crisi, per rilanciare la crescita, per lo sviluppo. Solo le lotte sono in grado di porre le condizioni di nuove possibilità di espressione, di nuove prese di parola, di pratiche democratiche” (p.206). Viene, infatti, proposto un approccio diverso alla realtà; per uscire dalla condizione contemporanea è necessario un punto di vista artistico; si tratta di riconsiderare le condizioni di esistenza e attraverso questi rivalutare le priorità umane. Questo implicherebbe – a parere dell’autore -  innanzitutto una riconsiderazione dell’ozio e del lavoro. Lazzarato esprime un rifiuto soggettivo nei confronti del lavoro: “L’azione oziosa non è semplicemente una «non azione» o un «minimo d’azione». È anzitutto una presa di posizione rispetto alle condizioni di esistenza nella società capitalistica” (p. 208). In sostanza si tratta di riconsiderare il valore del tempo “abbiamo bisogno di una altro modo di vivere il tempo. Se per il capitalista il tempo è denaro, per l’ozioso o il vedente il loro «capitale» è il tempo […] Per trasformare il denaro in tempo disponibile, per trasformare la ricchezza in possibile, occorrono non soltanto delle nuove lotte, ma anche dei nuovi processi di soggettivazione” (p. 211).

   

                                                                                                                    Anna Bagnato

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