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Gabriele De Angelis, Verso una società razionale: il pensiero di Jürgen Habermas

Luiss University Press, Roma 2012, pp. 290. Recensione a cura di Jacopo Branchesi Il saggio di Gabriele De Angelis, Verso una società razionale: il pensiero di Jürgen Habermas (Luiss University Press, Roma 2012), trasuda questa accezione illuminista della filosofia come ragione critica da ogni pagina: suo pregio è infatti quello di fornire ad un tempo una ricostruzione oggettiva dell'intera riflessione del pensatore tedesco ed una valutazione critica di essa, dei suoi punti deboli e forti, dei suoi significati profondi e delle sue esigenze ultime.

Realtà, razionalità ed emancipazione: Habermas tra illuminismo, idealismo e marxismo


Recensione del libro di Gabriele De Angelis, Verso una società razionale: il pensiero di Jürgen Habermas, Luiss University Press, Roma 2012, pp. 290.


Recensione a cura di Jacopo Branchesi

(Ph.D. Candidate in Political Theory, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa)


Quando Habermas, in un saggio intitolato La funzione vicaria e interpretativa della filosofia1, difendeva la tesi secondo cui la filosofia non doveva rinunciare al «ruolo di custode della razionalità»2 ed interprete della realtà, proponeva una identificazione tra filosofia e illuminismo, volta a cogliere il significato originario e classico della filosofia: fare filosofia significa fare uso critico della ragione volto a smascherare le mistificazioni della realtà, le false interpretazioni, incapaci o non intenzionate a coglierne la razionalità intrinseca.

Il saggio di Gabriele De Angelis, Verso una società razionale: il pensiero di Jürgen Habermas (Luiss University Press, Roma 2012), trasuda questa accezione illuminista della filosofia come ragione critica da ogni pagina: suo pregio è infatti quello di fornire ad un tempo una ricostruzione oggettiva dell'intera riflessione del pensatore tedesco ed una valutazione critica di essa, dei suoi punti deboli e forti, dei suoi significati profondi e delle sue esigenze ultime. Il risultato complessivo è un’esposizione del pensiero di Habermas condotta adottando il suo stesso metodo critico-argomentativo, un saggio in cui “l’arma della critica”, pur non venendo mai meno, non inficia mai la comprensione del lettore, poiché fine principale dell’autore non è dare un volto al pensiero di Habermas, ma “rischiararlo”.

L’organizzazione del libro rispecchia in modo sistematico il percorso intellettuale di Habermas. Dopo un’introduzione in cui vengono fornite al lettore le idee-chiave che costituiscono il filo conduttore dell’opera del filosofo tedesco, i primi quattro capitoli trattano la filosofia del linguaggio, «sulla  quale – afferma De Angelis – si fonda gran parte del suo pensiero»3; segue poi nei capitoli 5 e 6 l’esposizione della teoria sociale, la teoria morale nei capitoli 7 e 8, la teoria politica e del diritto nei capitoli 9-11. Tra filosofia del linguaggio, teoria morale, teoria sociale e politica, c’è un’intima relazione: dal linguaggio è possibile ricavare, da un lato, l’intima struttura razionale del reale, dall’altro i principi della morale. Di qui, razionalità e moralità costituiscono i fondamenti per la costruzione di una teoria sociale e politica, volta a delineare la società razionale e le istituzioni politiche legittime. L’analisi dei legami profondi che intercorrono tra le diverse aree della riflessione di Habermas condotta dall’autore conferisce al saggio l’aspetto di un corpus unitario. Infine, nel capitolo 12, l’ultimo del saggio, De Angelis ripercorre i concetti e i temi osservati nei precedenti, ricostruisce il dibattito che essi hanno generato e li sottopone così ad una valutazione critica serrata.

Nell’introduzione, come si è già accennato, sono presentati i concetti e i temi immutabili in tutta l’opera del pensatore tedesco e che costituiscono lo spirito della sua riflessione: il rapporto reale-razionale; la relazione tra modernità, illuminismo ed emancipazione; l’ideale liberal-democratico; il ruolo pubblico del filosofo. In questa parte introduttiva De Angelis fornisce al lettore gli strumenti concettuali per orientarsi nella lettura dei capitoli successivi, incentrati sulle diverse aree della riflessione del pensatore tedesco.

Il rapporto tra realtà e ragione istituito da Habermas è espressione del più autentico idealismo tedesco, ma non solo: esso mostra anche il suo spirito profondamente illuminista.

La realtà ha una struttura intrinsecamente razionale, spetta pertanto alla ragione penetrare la coltre di non senso che l’avvolge per illuminarne la razionalità latente. Il processo di realizzazione della ragione fa tutt’uno con il processo di emancipazione da ogni autorità pre-costituita risultante da pratiche di dominio e oppressione.

La modernità ha avviato il processo di “rischiaramento” ed emancipazione, tuttavia siamo ancora assai distanti dall’aver dispiegato pienamente la ragione nel mondo sociale e politico, di qui la necessità di recuperare gli ideali dell’illuminismo: ragione critica, progresso, emancipazione universale. Insomma, la modernità è illuminismo e l’illuminismo è un progetto tutt’altro che compiuto. Ecco perché la ragione non deve rinunciare al suo ruolo critico e sconsacrante affidatole da Kant: essa deve guidare il processo verso «il raggiungimento collettivo della maggiore età»4. Di qui si comprende perché Habermas affidi al filosofo il ruolo di intellettuale pubblico, poiché esso rappresenta una coscienza critica in grado di interpretare in modo oggettivo le dinamiche socio-politiche e delineare l’ideale razionale da realizzare nella società.

L’ideale democratico di Habermas, incardinato sul principio di autodeterminazione collettiva, può essere dedotto dai concetti di ragione ed emancipazione fin qui esposti: esso, infatti, rappresenta l’espressione politica di una società razionale.

Veniamo, dunque al pilastro su cui posa l’intera teoria di Habermas: la filosofia del linguaggio, da cui De Angelis muove per risalire fino alla teoria politica.

Ciò che spinge Habermas a porre al centro delle proprie riflessioni la dimensione linguistica è l’osservazione del limite che caratterizza la razionalità strumentale. Le azioni degli individui sono guidate da fini determinati e pre-fissati, e poiché l’interesse per il raggiungimento dello scopo non solo costituisce la molla dell’azione, ma determina anche la conoscenza da acquisire per compierla, i soggetti sono per lo più impegnati nell’acquisire una conoscenza settoriale finalizzata allo scopo specifico. Ad esempio negli scritti di Marx si vede come l’interesse di dominare la natura da parte degli individui comporti la necessità di acquisire la conoscenza dei mezzi tecnici per dominarla. 

Il limite di questo approccio, sostiene Habermas, sta nel non vedere che l’azione strategica è mediata dalle relazioni sociali, le quali generano tensioni, contrapposizioni, rapporti di dominio e soggezione. Occorre, dunque, comprendere come gli individui interagiscano tra loro e in che modo possano raggiungere un’intesa libera e razionale. Ecco che il linguaggio entra nella riflessione di Habermas. È, infatti, attraverso il linguaggio  - e le azioni che esso implica - che gli uomini interagiscono tra loro. Certo, il linguaggio può essere una forma di dominio e manipolazione volta al raggiungimento di uno scopo pre-determinato, ma un tale uso non consentirebbe di uscire dalla logica strumentale, il cui limite è quello di ricadere negli antagonismi sociali. Al contrario, ciò che il pensatore tedesco porta alla luce è un uso del linguaggio che abbia come fine l’intesa libera e razionale tra i soggetti coinvolti in una discussione. Di qui sorge la necessità di studiare e conoscere, attraverso la pragmatica universale, le condizioni e le regole universali che consentono al linguaggio di esprimere la razionalità del reale e quindi di costruire una comunicazione non distorta che apra la strada alla comprensione reciproca. In altre parole, occorre comprendere quali siano le condizioni formali per lo svolgimento di una discussione libera in cui sia possibile raggiungere un consenso libero, razionale e universale.

De Angelis è molto attento a mostrare il legame intimo – che raggiunge i toni dell’identità – tra linguaggio e razionalità, poiché è su questo binomio che poggia l’intera costruzione habermasiana.

Per fondare un sapere razionale in grado di generare decisioni razionali – sostiene Habermas – occorre che chiunque prenda parte ad una discussione, innanzi tutto, ritenga valido ciò che sostiene; in secondo luogo, sia disponibile ad esporre argomentando le ragioni di ciò che sostiene.  Pertanto, razionale è ciò che può essere argomentato e giustificato: «La razionalità – osserva De Angelis – equivale dunque all’argomentabilità e, nella prospettiva di una discussione fruttuosa, all’accettabilità di qualcosa sulla base di argomenti condivisi»5.

Inoltre, occorre che chi partecipi ad una discussione rispetti alcune regole minimali e universali di validità che nessun essere razionale può contestare: giustezza, verità, veridicità, comprensibilità.

Il rispetto di queste condizioni formali delinea i tratti fondamentali di un discorso “ideale”, una sorta di principio regolativo a cui ispirarsi per garantire una discussione imparziale in cui si può giungere ad un’intesa razionalmente motivata e quindi ad un consenso universale.

A questo punto il saggio di De Angelis richiama l’attenzione del lettore sul fatto che le condizioni e le regole di validità hanno non solo un significato logico-razionale, ma anche etico. Nel momento in cui la decisione su una determinata questione pratica viene condotta sulla base dell’argomento migliore, essa non potrà non essere accettata da tutti gli esseri razionali, poiché frutto di un sapere razionale, raggiunto attraverso il rispetto di regole universali. Fin qui le regole universali garantiscono un sapere razionale; tuttavia esse hanno anche un valore etico, poiché dettano le condizioni formali per raggiungere in comune un’intesa sulle questioni pratiche. Viene da sé che l’etica del discorso, delineata da Habermas, non dice nulla sui contenuti. Essa è un’etica formale, poiché si limita ad individuare la procedura per generare principi morali.

Occorre rilevare che in questo modo il filosofo tedesco identifica la moralità con la razionalità ed è in virtù di questa identificazione che deduce l’universalità dei principi morali. Infatti, se l’intesa sui principi morali è un’intesa razionalmente motivata e generata da una discussione in cui sono rispettate dai partecipanti le condizioni universali di validità e in cui a prevalere è l’argomento migliore, ovvero quello che può essere razionalmente giustificato, allora è il sapere razionale che si carica di valore morale, e in quanto razionale esso sarà anche universale. Non si può non rilevare qui l’eco della ragion pura kantiana impegnata nell’atto pratico, il cui risultato è sì un universalismo, ma anche vuoto formalismo. 

Volgiamo ora lo sguardo alla teoria sociale e politica di Habermas. De Angelis mostra come entrambe, lungi dal costituirsi come autonome, siano l’incarnazione della razionalità comunicativa. 

La modernizzazione è – sostiene il pensatore tedesco – un processo di razionalizzazione, tuttavia non produce una società razionale. Questo paradosso dipende dal dominio della razionalità strumentale sulla razionalità comunicativa. L’agire strategico si è impossessato della sfera economica e della sfera pubblica: la prima è divenuta terreno di azioni finalizzate al profitto materiale; la seconda, scadendo a terreno di scontro politico per il potere, di fatto scompare come sfera libera dal dominio in cui i cittadini posso interagire, dibattere le questioni collettive con imparzialità e in cui a prevalere è l’argomento migliore.

La distinzione tra agire razionale rispetto allo scopo e agire comunicativo è alla base della distinzione che Habermas compie tra sistemi sociali (apparati economici e istituzioni pubbliche) e mondo della vita (famiglia, realtà associativa e relazioni locali). Nei primi domina l’agire strategico, nei secondi l’agire comunicativo. A questo punto il filosofo tedesco recupera nella propria teoria sociale anche il concetto marxiano di alienazione: la società moderna è una società alienata, reificata, poiché i sistemi sociali, fondati sull'agire finalizzato ad uno scopo, sia esso il denaro o il potere, si scindono dal mondo della vita, ne diventano autonomi e si contrappongono ad esso. I sistemi sociali tendono ad annientare il mondo della vita poiché vincolano con pratiche di dominio l’uso della ragione critica e la discussione libera e impediscono così un’autentica interazione tra gli esseri umani.

Insomma, la modernizzazione non ha condotto ad una società razionale poiché è stata dominata da una razionalità strumentale, imperniata sull’agire strategico, che ha impedito alla razionalità comunicativa di dispiegarsi. La razionalizzazione capitalistica, infatti, ha privilegiato una razionalizzazione essenzialmente tecnico-economica, che invece di essere posta al servizio della società, si è scissa da essa, si è resa autonoma e domina i rapporti sociali, impedendo così un’interazione genuina tra gli individui. Di qui, conclude Habermas, la modernizzazione è un processo incompiuto: occorre portare a termine il progetto illuministico della società razionale, caratterizzata dal dominio della ragione critica e dalla discussione libera ed imparziale.

Nei capitoli 9-11 De Angelis passa ad osservare la teoria politica e del diritto: anche in questo caso egli invita a non sottovalutare il ruolo giocato dal binomio filosofia del linguaggio-razionalità. L’ideale democratico di Habermas è, infatti, un’emanazione della sua filosofia del linguaggio: «esso riposa sull’idea secondo la quale coloro che sono i membri della società ne dovrebbero essere anche gli artefici»6. Di qui la centralità del principio di sovranità popolare, principio che – ritiene il pensatore tedesco – si realizza attraverso il potere comunicativo dei cittadini nei momenti decisionali e attraverso la formazione dell'opinione pubblica. «L’opinione pubblica – afferma De Angelis – è per Habermas il risultato di un gioco comunicativo: laddove dei cittadini si scambiano liberamente le proprie opinioni su questioni di interesse collettivo, lì vi sono sfera pubblica e formazione della pubblica opinione»7.   

Se ci si ispira al principio regolativo della “comunicazione ideale”, rispettando le norme formali della discussione, innanzi tutto – sostiene il pensatore tedesco – si avrà una comunità democratica caratterizzata dall’uguaglianza dei dialoganti. In secondo luogo, il rispetto di tali norme minimali consentirà l’emergere di un sapere razionale, che si materializza nell’assunzione di decisioni razionali e su cui può convergere il consenso di tutti i partecipanti, a prescindere dalle differenze etniche e religiose che attraversano le società contemporanee. L’ideale democratico che Habermas delinea è quello di una democrazia partecipativa, incardinata sugli aspetti procedurali dei processi deliberativi.

Le democrazie contemporanee tuttavia non si fondano esclusivamente sull’autodeterminazione collettiva, ma anche sul concetto di autonomia individuale: pertanto a fianco alla sovranità popolare occorre che siano riconosciuti i diritti dell’uomo. In fondo, rileva Habermas, l’autonomia individuale teorizzata da Kant e l’autonomia pubblica elaborata da Rousseau sono tenute insieme da un rapporto di co-originarietà. Per realizzare se stessa, la moderna democrazia non può rinunciare a nessuna delle due dimensioni dell’autonomia. In questa necessità di tenere insieme e conciliare morale ed etica, dimensione individuale e dimensione collettiva, mondo antico e modernità, emerge l’hegelismo intrinseco di Habermas, un hegelismo a volte coperto dagli echi kantiani, ma che è ben presente ed influenza la sua intera riflessione, dal binomio reale-razionale fino al rapporto tra morale-diritto e politica.

L’analisi condotta da De Angelis nel corso del libro ha mostrato che «un’idea accompagna la produzione di Habermas fin dai suoi inizi: l’idea che una società più giusta e più emancipata si possa fondare su un nucleo di razionalità comunicativa. La filosofia deve mostrare come la verità e la morale si fondino su una struttura universale del linguaggio, la teoria politica deve mettere in luce come tale struttura si irradi nelle istituzioni politiche, la teoria della società ci deve mostrare come essa si manifesti e si evolva nelle istituzioni sociali, avanzi nella storia e crei oggi le possibilità di una “istituzionalizzazione della razionalità”»8.

Dopo aver ricostruito l’intera riflessione di Habermas ed averne estrapolato il significato complessivo, De Angelis la sottopone nel capitolo 12 ad una valutazione critica, il cui pregio non è solamente quello di individuare eventuali debolezze della proposta habermasiana, ma anche di chiarire ulteriormente – questa volta per negazione – al lettore meno esperto la portata della proposta stessa. Nel corso della propria analisi, l’autore prende in esame alcune delle osservazioni avanzate alla proposta habermasiana dai critici, tra cui quelle di Wellmer, Frank, Benhabib, McCarthy, Negt, Meehan e Lang.

Quest’ultimo capitolo riflette in modo speculare l’organizzazione del libro, pertanto, dalla riflessione critica sulla filosofia del linguaggio, si giungerà all’osservazione critica della teoria sociale e politica, passando per la teoria morale.

A proposito della filosofia del linguaggio l’autore mette in luce alcune aporie che inficiano la proposta habermasiana.

Innanzi tutto, l’idea che il consenso razionale sia il risultato necessario della discussione razionale – ispirata al principio regolativo della comunicazione ideale – pone alcuni problemi.  A ben vedere, il consenso più che un risultato necessario è una possibilità: nulla, infatti, garantisce che le posizioni non continuino a divergere anche al termine della discussione. La fiducia di Habermas nel raggiungimento del consenso riposa sulla convinzione che i soggetti coinvolti nella discussione abbandonino i propri pre-giudizi per sostenere solamente ciò che sia razionalmente motivato e, in quanto tale, universale. Per far ciò, ciascun individuo dovrebbe abbandonare il proprio punto di vista che è il risultato non solo di interessi particolari ma anche di credenze, tradizioni e fattori culturali. Una tale operazione di rimozione per abbracciare ciò che è razionalmente motivato è tutt’altro che scontata. Habermas sembra sottovalutare e relativizzare eccessivamente la portata delle differenze etniche, culturali, religiose che attraversano le società contemporanee. 

Le stesse regole formali, il cui rispetto garantisce una discussione in cui a prevalere è l’argomento migliore, per essere usate devono essere interpretate. Pertanto, già le regole stesse possono essere oggetto di discussione e nulla garantisce che si raggiunga il consenso sulla loro interpretazione. Inoltre, il significato che esse assumeranno non può prescindere dal contesto storico-culturale in cui la discussione si svolge e ciò confligge con la pretesa di universalità avanzata da Habermas.

In secondo luogo, nella riflessione di Habermas la discussione rappresenta la forma genuina di interazione tra gli esseri umani, ma occorre rilevare che essa non è che la conseguenza di un già avvenuto riconoscimento inter-soggettivo, senza il quale la discussione non sarebbe possibile. «Il problema del riconoscimento si rivela infatti logicamente antecedente alla domanda circa la portata dell’argomentazione, l’accesso alla discussione e la disamina argomentativa delle pretese di validità»9. Il riconoscimento, pertanto, si configura «come presupposto trascendentale del linguaggio e come risultato di un processo storico»10.

Infine, il pensatore tedesco affida l’importante compito di distinguere ciò che è razionale all’argomentazione, ma egli stesso è costretto nel corso dei suoi scritti ad assegnare un ruolo sempre maggiore alla prassi: il ricorso all’esperienza risulta sempre più determinante per giustificare la validità di una posizione e ciò indebolisce inevitabilmente il ruolo della discussione così come era stato originariamente concepito da Habermas.

De Angelis è attento a mostrare come queste aporie che inficiano la filosofia del linguaggio si ripercuotano sulla teoria morale, sociale e politica, così come sulla tenuta complessiva della proposta habermasiana.

La teoria sociale risente delle difficoltà che egli incontra nel motivare la precedenza dell’agire comunicativo e il carattere parassitario dell’agire strategico. La superiorità dell’agire comunicativo su quello strategico deriverebbe dal fatto che esso è a fondamento della socialità. Esso sarebbe inscritto nella ricerca di valori condivisi a cui gli individui sono spinti in seguito alla lacerazione dei legami tradizionali. Tuttavia, De Angelis osserva che la ricerca dei valori condivisi non implica affatto la necessità dell’agire comunicativo.

Inoltre, si ripresenta in ambito di teoria sociale il problema già osservato nella filosofia del linguaggio circa il punto di vista particolare. Il processo di socializzazione e l’agire comunicativo non implicano la dissoluzione del punto di vista particolare. Il radicamento di ciascuno, i suoi interessi, la propria cultura o il proprio credo religioso rimangono fattori da tenere presenti anche in relazione all’agire comunicativo proposto da Habermas.

Di qui, rileva l’autore, la distinzione netta tra sistemi sociali e mondo della vita operata dal pensatore tedesco appare un’emanazione della sua etica: il mondo della vita, infatti, è più un ideale normativo che non una teoria sociale.

De Angelis evidenzia come il punto di vista della generalità – e quindi la presunta dissoluzione del punto di vista particolare nel corso della discussione – costituisca una debolezza anche della teoria morale. Nella riflessione di Habermas il giudizio morale è il risultato della discussione e fa tutt’uno con ciò che è razionale. Di qui la sua portata universale. Ecco di nuovo che il pensatore tedesco non tiene in dovuta considerazione la portata del punto di vista particolare, né il peso dei contesti determinati: egli considera la trasformazione dell’interesse e del bisogno individuale nell’interesse e bisogno generale una sorta di processo necessario. Ma – rileva De Angelis –  interessi e bisogni particolari sono radicati nella vita materiale, pertanto il processo di universalizzazione del giudizio morale, che Habermas espone sul piano discorsivo, implica un ben più consistente mutamento nell’esistenza materiale degli individui. Di qui, il consenso sui principi morali è una possibilità da ricercare, ma non una necessità. Pertanto, l’idea proposta dal pensatore tedesco di affidarsi ad una discussione pratica appare più come una scelta etico-politica, che come un procedimento necessario per giungere alla verità e al consenso su di essa.

La teoria politica di Habermas – fa giustamente notare De Angelis – risponde alla questione tutta contemporanea di come «integrare le azioni di individui non più legati da un consenso valoriale garantito dalla tradizione […]»11. La procedura discorsiva che il pensatore tedesco propone si scontra con il reale problema che discussioni politiche universalmente inclusive non esistono; pertanto ogni decisione a cui si giungerà sarà sempre la rappresentazione dell’interesse di coloro che prendono parte alla discussione: «valida (almeno provvisoriamente) è la norma con la quale i potenzialmente coinvolti potrebbero concordare»12.

Al termine del saggio, dopo aver ripercorso criticamente l’intera riflessione di Habermas, De Angelis getta luce sul profondo hegelismo che la anima. Considerare la discussione ideale la migliore rappresentazione dello stadio evolutivo della coscienza morale della società, mentre la discussione empirica sarebbe nulla di più che una mera ombra di essa, è il risultato di una interpretazione marcatamente idealistica del rapporto tra reale e razionale: la realtà ideale è elevata a rappresentazione dello stadio evolutivo della società; perciò se la prassi si discosta da tale idea, non è altro che una mera deviazione da essa.

Tuttavia, afferma De Angelis, «Questa traccia idealistica del pensiero di Habermas non implica una teleologia della storia»13. Infatti, egli prosegue, «la riflessione sulle premesse razionali e comunicative della società contemporanee deve formare una coscienza della modernità che aiuti la ricostruzione razionale della nostra vita sociale […]»14. Il fine della teoria è per Habermas quello di mostrare l’ideale normativo che sta alla base della realtà e delle sue dinamiche, ovvero «gli ideali illuministi di autonomia ed emancipazione»15

Il libro di De Angelis offre una ricostruzione efficace dell’intera riflessione di Habermas, una ricostruzione capace di mostrare il filo conduttore che tiene insieme le diverse aree e fasi in cui si articola, così come le influenze illuministe ed hegelo-marxiane che la animano. Allo stesso tempo, De Angelis propone una critica lucida dell’opera del pensatore tedesco in grado di evidenziarne le aporie nascoste e scovarne i significati profondi. Ecco i motivi per cui questo libro, come ha opportunamente rilevato Maffettone, «riempie un vuoto nella letteratura scientifica sul tema»16.

 

Jacopo Branchesi


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1 Il saggio è contenuto nel volume: J. Habermas, Etica del discorso, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 5-24.

2 Ivi, p. 24.

3 G. De Angelis, Verso una società razionale: il pensiero di Jürgen Habermas, Luiss University Press, Roma 2012, p. 14.

4 Ivi, p. 11.   

5 Ivi, p. 27.

6 Ivi, p. 10.

7 Ivi, p. 168.

8 Ivi, p. 244.

9 Ivi, p. 252.   

10 Ibidem.

11 Ivi, p. 274.

12 Ivi, p. 276.

13 Ivi, p. 279.

14 Ibidem.

15 Ivi, p. 280.

16 S. Maffettone, Habermas tra il buono e il giusto, Il sole 24Ore, 27/05/2012.

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