Strumenti personali
Tu sei qui: Portale Recensioni - Reviews D. Andreatta, L’uno e i molti nel federalismo di P.- J. Proudhon

D. Andreatta, L’uno e i molti nel federalismo di P.- J. Proudhon

Cleup, Padova, 2007. Recensione a cura di Ilaria Durigon Il libro di D. Andreatta, L’uno e i molti nel federalismo di P. J. Proudhon, è suddiviso significativamente in due parti: la prima sviluppa la tematica proudhoniana della giustizia; la seconda analizza il modo con cui l’autore definisce la federazione come sistema politico ideale [...]

D. Andreatta, L’uno e i molti nel federalismo di P.- J. Proudhon, Cleup, Padova, 2007.


Recensione a cura di Ilaria Durigon

 

Il libro di D. Andreatta, L’uno e i molti nel federalismo di P. J. Proudhon, è suddiviso significativamente in due parti: la prima sviluppa la tematica proudhoniana della giustizia; la seconda analizza il modo con cui l’autore definisce la federazione come sistema politico ideale. Il legame tra queste due tematiche si spiega col fatto che proprio a partire dal sistema federalistico è possibile pensare concretamente la giustizia all’interno di un ordine politico. I problemi che rimangono aperti allorquando Proudhon definisce la necessità di una giustizia come forza equilibratrice dei conflitti vengono così risolti nel momento in cui egli concepisce la politica all’interno di un sistema federale.

In Proudhon diventa possibile parlare di giustizia a partire da quel carattere proprio dell’uomo che egli definisce come “dignità”; essa non solo rappresenta una proprietà di tutti gli essere razionali ma, proprio in quanto si riferisce specificamente ad essi, è anche ciò che rende necessaria la difesa dell’inviolabile e incondizionato nell’uomo (cfr. p. 19).

Tale principio, che Proudhon compendia nell’espressione “respecte-toi”, diventa allora l’imperativo che fonda ogni agire razionale (cfr. p. 24), che è sempre al contempo anche un agire sociale.

La giustizia viene definita proprio a partire da quest’idea di dignità, ovvero essa consiste nel suo riconoscimento (cfr. p. 22), riconoscimento che appartiene primariamente alla coscienza individuale; la giustizia non è quindi principio esterno al quale l’uomo si adegua e in virtù del quale modifica la sua azione, ma carattere della sua coscienza (cfr. p. 36).

Se la giustizia ha la propria sede nell’interiorità dell’uomo, nondimeno essa si rende palese nel momento in cui l’uomo si relaziona agli altri uomini e si costituisce, grazie ad essa, come giudice e autorità (cfr. p. 38).

Riconoscendo al singolo uomo la capacità di porsi come giudice dell’azione propria e degli altri, per Proudhon diventa possibile parlare di giustizia non solo come sentimento interiore, ma anche come motore giuridico capace di creare diritto. Muovendo dal riconoscimento della dignità umana, ovvero a partire dalla giustizia, l’uomo istituisce il proprio diritto e il proprio dovere (cfr. p. 24); diritto e dovere risultano quindi il frutto di un sentimento interiore, appartenente alla natura umana.

Tale percezione iniziale trova un immediato correlato nell’ambito della prassi: in essa infatti il soggetto, concepito come morale, esplica pienamente la sua capacità di costituire quello che viene definito come sistema giuridico (cfr. p. 39).

Ma come può la giustizia, proprietà interiore dell’uomo, essere origine di un sistema giuridico, del diritto come regola delle azioni umane?

La giustizia si configura innanzitutto come legge che governa l’universo (cfr. p. 54), come equilibrio possibile all’interno del conflitto. Le azioni umane sono caratterizzate da una conflittualità imprescindibile e sempre attuale: il loro governo è possibile solo mediante il bilanciamento delle opposte posizioni. La giustizia si identifica quindi con l’uguaglianza che si istituisce fra forze contrapposte, con il realizzarsi momentaneo di un equilibrio. In Proudhon, la giustizia non sopprime il conflitto, non cancella le posizioni contrarie appiattendole in un’unica posizione; al contrario, essa ne mantiene la concretezza mostrandone la reciprocità (cfr. p. 93).

Sintesi e antitesi ad un tempo, la giustizia è in sé antinomica: essa è contemporaneamente autorità e libertà, libertà che governa, autorità che libera (cfr. p. 49). Solo a partire dalla giustizia è quindi possibile concepire un ordine che sia al contempo giuridico e morale, ovvero è possibile costituire una società che non subordini i soggetti ma al contrario li implichi (cfr. p. 49).

Negando la conformità giuridica di quei rapporti che si concretizzano in relazioni verticali o subordinative, Proudhon giunge ad una critica radicale del contratto di stampo hobbesiano. Quest’ultimo è pensato per produrre un “tutto” unitario ed omogeneo, mentre l’idea di società promossa da Proudhon contempla differenze concrete tra gruppi eterogenei, particolarità articolate che possono e devono avere voce.

Tale idea di società, ovvero il modo in cui la giustizia può concretizzarsi, si svilupperà negli scritti più tardi dell’autore, scritti che sviluppano l’idea del federalismo.

Essa non segna, come spesso sostenuto, un’abdicazione di Proudhon, rispetto alle analisi precedenti, ma al contrario, è, di esse, un tentativo di soluzione.

Ciò che emergeva, come punto problematico, in scritti come De la justice dans la revolution et dans l’eglise, era come istituire un ordine, una società armonica, capace di inglobare in sé posizioni differenti che non ne inficiassero l’unità (cfr. p. 92). Come giungere cioè ad una totalità sociale che non sopprima l’antagonismo, ma, in qualche modo, viva di esso?

La soluzione prospettata da Proudhon ruota tutta attorno all’idea di equilibrio, idea che già si era palesata negli scritti sulla giustizia. L’equilibrio ha quel carattere peculiare per cui esso non si pone come terzo che annulla i termini antagonisti, ma li bilancia negando la loro assolutezza senza negarne l’esistenza.

A dover raggiungere un equilibrio sono innanzitutto il principio di libertà e quello di autorità. Quest’ultimo, che precedentemente veniva radicalmente rifiutato in quanto negazione dell’indipendenza e autonomia del singolo, viene ora riaffermato proprio con lo scopo di dare attualità ad una libertà altrimenti priva di senso (cfr. p. 99). L’autorità diventa elemento imprescindibile che però non deve assolutizzarsi ma deve sempre porsi in modo relativo rispetto ad una libertà che lo bilancia ed equilibra. Nella prospettiva di Proudhon, tale equilibrio è raggiungibile nella forma della federazione. Ciò che si esprime nell’idea di federazione è una nuova forma di contratto sociale, il quale, lungi dall’implicare una totale subordinazione nei confronti dell’autorità, garantisce alle parti contraenti uno spazio di libertà mai sopprimibile. Esso diventa garante di un bilanciamento tra autorità e libertà sia dal punto di vista politico che da quello economico.

Il modo in cui si stabilisce il rapporto tra politica ed economia diventa snodo essenziale  al fine della conservazione dell’ordine politico federale, innanzitutto nel senso per cui il secondo di questi termini spinge in direzione di un’assolutezza, che, se da un lato, si auto-limita, dall’altro, limita quella propria del potere politico.

Ma la relazione tra esse è essenziale anche in un altro senso.

Detto sinteticamente l’idea di federazione, come contratto eminentemente politico, deve avere come correlata la costituzione di un diritto economico di stampo mutualista e ciò al fine di garantirne non solo la durata ma anche la concreta equilibrazione delle parti. Il mutualismo rappresenta in campo economico ciò che il federalismo rappresenta nell’ambito politico. Ciò comporta che non può realizzarsi un’autentica federazione senza che in campo economico si sviluppino relazioni improntate secondo la prospettiva mutualista.

Il libro di Andreatta sottolinea innanzitutto in quale senso sia intesa la federazione; essa si concretizza in un patto o convenzione in virtù della quale la libertà delle singole parti viene garantita non solo dalla limitatezza dell’oggetto dell’accordo (cfr. p. 109), ma anche dal diritto di separarsi da essa nel momento in cui si verifichino situazioni di anomalia (cfr. p. 156), ovvero allorquando l’equilibrio sia messo in pericolo. Particolarità dell’oggetto del contratto e possibilità di rescissione sono elementi che dovrebbero garantire quel bilanciamento tra autorità e libertà che impedisce al patto di trasformarsi in un rapporto di dominazione, nel quale chi contrae viene ridotto ad una condizione di passività nei confronti dell’autorità (cfr. p. 110).

Di fronte ad una simile idea di federazione si rende necessaria la costituzione di un diritto economico, argine posto alla tendenza specificamente economica di dissoluzione dei legami politici (cfr. p. 126). La prospettiva mutualista di Proudhon punta in questa direzione: essa insiste sulla reciprocità delle relazioni economiche tendendo ad una sempre maggiore approssimazione all’eguaglianza. Il mutualismo deve rendere possibile un equilibrio nelle relazioni economiche che impedisca la loro degenerazione in forme di predominio, forme che avrebbero conseguenze deleterie per lo stesso sistema politico federalista.

Nell’interpretazione che Andreatta fornisce di Proudhon, un equilibrio politico diviene pensabile solo a condizione che si improntino i rapporti economici ad una sempre maggiore reciprocità. In questa prospettiva, non è concepibile un ordine politico che prescinda dalla regolamentazione efficace di rapporti economici nei quali politica ed economia si presentano come elementi indisgiungibili.


Ilaria Durigon

 


Questo documento è soggetto a una licenza Creative Commons

Azioni sul documento