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Jean-Marie Guyau, Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione. Con le annotazioni di Friedrich Nietzsche

a cura di Ferruccio Andolfi, Diabasis, Reggio Emilia 2009, pp. 235. Recensione a cura di Thomas Casadei L’Esquisse d’une morale sans obligation, ni sanction, pubblicata in origine nel 1885, rivela ancora suggestioni significative a proposito del fondamento del diritto e del dovere di giustizia, e, ancor più in generale, a proposito del significato e dei fini dell’etica. Preziosa è quindi la presente edizione, pregevolmente curata da Ferruccio Andolfi e arricchita dalle note a margine (per la prima volta tradotte in italiano) che Nietzsche redasse dopo averla scoperta, quasi per caso, in una libreria di Nizza [...]

Jean-Marie Guyau, Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione. Con le annotazioni di Friedrich Nietzsche, a cura di Ferruccio Andolfi, Reggio Emilia, Diabasis, 2009, pp. 235.


Recensione a cura di Thomas Casadei

 

L’Esquisse d’une morale sans obligation, ni sanction, pubblicata in origine nel 1885, rivela ancora suggestioni significative a proposito del fondamento del diritto e del dovere di giustizia, e, ancor più in generale, a proposito del significato e dei fini dell’etica. Preziosa è quindi la presente edizione, pregevolmente curata da Ferruccio Andolfi e arricchita dalle note a margine (per la prima volta tradotte in italiano) che Nietzsche redasse dopo averla scoperta, quasi per caso, in una libreria di Nizza.

L’opera prende avvio instaurando un serrato confronto con le tradizioni morali dell’utilitarismo e dell’evoluzionismo, e – soprattutto – con il kantismo. Il fine è quello di costruire, secondo un metodo al tempo stesso sintetico e critico, un’originale teoria della moralità solidaristica in un’epoca di forte crisi delle credenze condivise. Seguendo le elaborazioni, in particolare, del maestro Alfred Fouillée, Guyau parte dalla constatazione che il vantaggio della morale naturalistica e positiva è che essa esclude principi “invariabili” circa ciò che costituisce l’obbligazione morale e il suo corrispettivo, la sanzione, e che, d’altra parte, se la morale idealistica può fornirne è soltanto a titolo “ipotetico” (p. 42). Da ciò la critica, nella prima parte dell’opera, dei vari tentativi di fondare metafisicamente l’obbligo, in particolare, mediante la critica dei concetti di natura, di felicità e di legge imperativa. Scaturisce in tal modo l’aspirazione di delineare “una morale esclusivamente scientifica” (p. 43), individuando gli equivalenti del dovere e criticando in radice l’idea di sanzione.

Entro un’interpretazione particolarmente originale, per Guyau la base del dovere è essenzialmente vitalistica e individualistica. Dal punto di vista dei fatti, esso, ben lungi dal considerarsi come mero vincolo o mera costrizione, si configura come un potere: “una sovrabbondanza di vita che domanda di esercitarsi, di donarsi” (p. 112). L’impulso ad agire può certo comportare un costante piacere di vivere, ma comporta anche, soprattutto nella sua forma irriflessa, abnegazione e sacrificio di sé.

Seguendo Fouillée, Guyau crede che le idee muovano direttamente la volontà, senza l’intervento necessario di moventi sensibili (pp. 97 ss.), che esse siano pertanto idee-forza, una forza che per il filosofo francese è tanto creatrice quanto riformatrice. Guyau concorda con Kant nel ritenere che il sentimento d’obbligo sia anteriore a qualsiasi ragionamento sul bene, e tuttavia, a suo avviso, Kant cade in errore quando presenta il principio, la legge morale, come sovrasensibile, senza fornirne una prova (p. 111). Nell’ottica di Guyau l’uomo ha certamente bisogno di trovare precise ragioni intellettuali per le sue scelte e per le sue azioni, ma nel far ciò deve essere anche disposto ad assumersi un “rischio”, deve essere cioè consapevole che quelle che formula non sono altro che ipotesi, ovvero ipotesi metafisiche. Se le nostre azioni sono conformi ai nostri pensieri si può dire anche che le nostre convinzioni morali nascono dalla nostra attività, secondo un rapporto bidirezionale (p. 158). La vera autonomia, fondandosi su leggi empiriche e naturali, “deve produrre l’originalità individuale e non l’universale uniformità” (p. 153). In questo senso essa è anomia e decreta la “scomparsa” dell’obbligo, laddove per obbligo Guyau intende appunto quello posto da una “legge imperativa”, assoluta o categorica. L’anomia si presenta così, pace Durkheim (cfr. pp. 22-23,  pp. 152-158), come espressione positiva del pluralismo e della possibilità di creare valori nell’epoca della “morte di Dio”.

L’assunzione del «rischio metafisico» è per Guyau l’unica via per di favorire il passaggio da un “sacrificio che è soltanto parziale e provvisorio” a un “sacrificio definitivo” (pp. 137-138). Gli istinti altruistici di per sé non hanno propriamente una valenza morale, ma la acquistano in virtù della riflessione, ovvero della capacità di fare astrazioni e generalizzazioni. È questa, infatti, che trasforma l’“ossessione” inconscia di dover fare il bene per gli altri in una sorta di costante tensione. L’autentica moralità per lui non può che avere un riferimento ultimativo a ciò che è senza scopo, all’impersonale, al non-io. In questo senso, Guyau sostiene che la giustizia “è la prima virtù dal punto di vista morale ma è la meno primitiva dal punto di vista dell’evoluzione” (p. 127), laddove per ‘evoluzione’ egli intende il graduale prevalere della riflessività sugli istinti.

Come già accadeva in Spencer, anche per Guyau l’evoluzione comporta l’affermazione di una sensibilità sempre più socializzata, ma a differenza di Spencer, per il quale essa determinerebbe il trionfo di una sorta di spontaneità morale su ogni sforzo o resistenza, Guyau ritiene invece che essa comporti il rischio di un’azione inibitrice della ragione nei confronti delle inclinazioni altruistiche, dando luogo così ad un’impasse. E d’altra parte, com’egli spiega, “la pietà resta – inerente al cuore dell’uomo e vibrante nei suoi più profondi istinti – anche quando la giustizia puramente razionale e la carità universalizzata sembrano talvolta perdere il loro fondamento” (p. 161). Questo sentimento, oltre a costituire la ragione profonda di ogni diritto e di ogni obbligo, dovrebbe decretare per Guyau anche la “scomparsa” della sanzione morale, in particolare di quella giustizia retributiva delle colpe e dei meriti per cui il fine della repressione e della riparazione proprio della legge umana costituirebbe la base di un diritto alla felicità, o all’infelicità, personale.

Una visione del dovere inteso come potere e una morale solidaristica che fa perno sul “pluralismo anomico” e sulla simpatia («intesa come presupposto della capacità di pensare gli altri»: p. 23) tratteggiano quel peculiare anti-istituzionalismo e quella peculiare concezione della costruzione dell’armonia attraverso la varietà delle credenze che attirarono a Guyau le simpatie dell’anarchico Kropotkin.


Thomas Casadei

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