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Carmelo Calabrò, Stato e rivoluzione. Saggio su Antonio Gramsci

ETS, Pisa 2012, pp. 117. Recensione a cura di Emanuele Pinelli. Il proposito dell'autore è illustrare come la filosofia politica dell’intellettuale sardo scaturisca puntualmente dall'osservazione della storia. In filigrana, appare l’intento di leggere Gramsci in maggiore continuità e armonia con una tendenza evidente nel pensiero italiano di inizio secolo [...]

Carmelo Calabrò, Stato e rivoluzione. Saggio su Antonio Gramsci, ETS, Pisa 2012, pp. 117.


Recensione a cura di Emanuele Pinelli.


Il proposito dell'autore è illustrare come la filosofia politica dell’intellettuale sardo scaturisca puntualmente dall'osservazione della storia. In filigrana, appare l’intento di leggere Gramsci in maggiore continuità e armonia con una tendenza evidente nel pensiero italiano di inizio secolo: quello slancio vitale, attivo, spirituale, quel ritorno dell'uomo al centro della storia, che accomunava Croce e Gentile, Einaudi, Rosselli e Salvemini, e che affondava le radici in una critica spietata al positivismo. È proprio questo, forse, l'aspetto più suggestivo del libro.

Già negli anni giovanili, riflettendo sull'essenza della democrazia dalle colonne dell’«Avanti!» o del «Grido del Popolo», Gramsci tracciava una netta distinzione tra le esperienze anglosassoni e quella italiana, che ne sarebbe stata una “caricatura” o una “negazione”. In Italia, le istituzioni liberali e democratiche erano solo una maschera, dietro la quale un'oligarchia restava salda al potere pur cambiando volti e parole d'ordine. Clientele, burocrati e repressioni frenavano quella presa di coscienza, da parte degli individui, delle loro potenzialità e dell'universalità dei loro diritti, che per Gramsci era la missione più alta della democrazia liberale e, insieme, poneva le basi della rivoluzione proletaria.

Lo spirito d'impresa e il desiderio di ascesa sociale, che nei Paesi anglosassoni avevano reso i lavoratori consapevoli del proprio valore, in Italia non avevano attecchito. Il popolo era ancora passivo, prigioniero di un'immobilità secolare.

Non solo: l'Italia unita si era macchiata di una colpa ancora più grave, considerando nelle sue politiche sociali gli operai del Nord industriale, ma ignorando i contadini del Sud agricolo. Il proletariato italiano cresceva a metà, con una frattura tra città e campagna che sembrava insanabile.

Il paradosso di un rivoluzionario che elogia il capitalismo più sfrenato è solo apparente. La polemica del giovane Gramsci era contro le “incrostazioni borghesi”: corporazioni, cricche, privilegi. E tutto ciò che favoriva lo “sviluppo di forze storiche nuove”, che scatenava una “rivoluzione morale”, che scuoteva gli uomini dal torpore, per lui era benvenuto. L'ideale era che fossero i socialisti a farsi carico di tale compito. Per questo Gramsci si scagliava contro il riformista Turati, che in cambio di qualche “brodo di lasagne” si era lasciato risucchiare dal sistema che avrebbe dovuto distruggere.

Per Gramsci era necessario che un soggetto politico incarnasse l'intransigenza, l'opposizione radicale all'esistente, proprio perché un cambiamento di prospettiva nel lungo periodo era più importante di qualunque successo immediato: “Il compito dei liberali se lo sono assunto i socialisti, e la tattica intransigente del partito, in quanto rinnega e combatte ogni collaborazione con lo Stato, servirà al progresso economico più di tutti i bellissimi studi che la Riforma sociale stampa per il suo pubblico di professori e di convertiti” (p. 37, da I liberali italiani, 12.9.1918).

Gramsci si spingeva fino a riscoprire un “senso mistico religioso del socialismo”, da contrapporre ai “piccoli politicanti crassamente materialisti nei loro moventi” che pretendevano di ostacolarlo. Impeto, fede, volontà erano dalla sua parte: a svilire lo spirito umano erano invece i suoi avversari, sia esterni -i borghesi arroccati in difesa del sistema- che interni -chi, a sinistra, se ne stava ad aspettare l'avverarsi delle profezie di Marx.

Così nella sperimentazione dei soviet, all'indomani della presa del potere da parte di Lenin, Gramsci vedeva uno strumento formidabile di emancipazione dell'individuo. “Tutti i lavoratori possono far parte dei soviet, possono influire nel modificarli e renderli meglio espressivi della loro volontà e dei loro desideri. La vita politica russa è indirizzata in modo che tende a coincidere con la vita morale, con lo spirito universale della umanità russa” (p. 52, da Utopia, 25.7.1918).

Calabrò spende diverse pagine per raccontarci i tentativi gramsciani di organizzare “consigli di fabbrica” a Torino durante il biennio rosso, mostrando che tale elogio non era solo retorico.

In effetti, le gesta dei bolscevichi furono una vera e propria illuminazione per il filosofo italiano. Insieme alla più temibile tra le potenze autoritarie crollava quel marxismo fatto di attesa, di leggi ferree, di dogmi scientifici, che troppo a lungo aveva narcotizzato i proletari europei.

“I bolscevichi vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma le società degli uomini, degli uomini che si accostano tra loro, […] comprendono i fatti economici, li giudicano e li adeguano alla loro volontà finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva” (La rivoluzione contro il “Capitale”, 24.12.1917).

Quanto era avvenuto al Palazzo d'Inverno rimetteva tutto in discussione: tenendo conto delle ovvie differenze tra il contesto russo e quello italiano, era finalmente possibile abbattere l'odiato sistema borghese e guidare la transizione verso una nuova società. E se, durante il biennio rosso, in tale transizione Gramsci assegnava un ruolo decisivo ai Consigli di fabbrica e ad una temporanea dittatura proletaria, negli scritti successivi, proprio meditando sul passato dell'Italia, affinò il suo progetto, non mirando più ad una “guerra di manovra” ma ad una “guerra di posizione” (p. 75 e ss.) e contemplando come fine una “società regolata”.

Il Gramsci presentato fin qui, campione dell'umanesimo, può infatti sembrare irriconoscibile negli anni della prigionia, quando concepisce il “moderno Principe” e un ordine che non ha remore nel definire “totalitario”. Ma Gramsci è un filosofo del paradosso. E il suo percorso, in realtà, è sempre chiaro e lineare.

In un carcere fascista, nel mezzo di una crisi economica mondiale, è convinto che il declino delle democrazie liberali sia ormai irreversibile. Deve immaginare un'entità che si impegni per realizzare la nuova società, e che nel frattempo ne sia il primo embrione: ecco il partito, nuovo Principe machiavellico e nuovo Dittatore romano, che si impadronisce della Repubblica non più per salvarla ma per rifondarla.

La missione del partito rivoluzionario non consisteva più in un improvviso colpo di mano, né nell'accendere piccoli nuclei vitalistici di autogestione delle risorse, ma in un lungo e costante sforzo per la conquista dell'egemonia. Non più “guerra di manovra”, appunto, ma “guerra di posizione”.

Da questo punto di vista, i celebri passi dei Quaderni sul Risorgimento si possono leggere come un manuale di strategia, una galleria di esempi positivi e negativi ad uso del partito-Principe. Gramsci, ennesimo paradosso, ammirava Cavour e biasimava Mazzini. Il conte, infatti, era riuscito ad attirare i democratici nell'orbita del suo progetto moderato, conquistando quella posizione egemone che sola permette le grandi trasformazioni storiche. L'apostolo, invece, non solo non era mai riuscito a convincere i moderati del suo progetto democratico, ma era risultato tiepido nel coinvolgere i ceti popolari, ad esempio parlando troppo poco di riforma agraria. Avventati ma non intransigenti, i mazziniani erano l'esatto contrario di quel che Gramsci e il suo partito aspiravano ad essere.

Tuttavia, quando Gramsci descrive l'intima ragion d'essere del partito, sembra davvero vicino a Mazzini. “Il moderno principe deve e non può non essere il banditore e l'organizzatore di una riforma intellettuale e morale, che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna”. E ancora: “Il programma di riforma economica è appunto il modo con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale”.

Arriviamo così ai cruciali passi dei Quaderni sugli “intellettuali organici”, che farebbero da cerniera tra dirigenti e diretti. Quando non ci sarà più competizione politica né economica, e il Principe avrà assorbito in sé tutti i cittadini, la libertà e l'iniziativa di questi ultimi si esplicheranno nell'adesione sincera al nuovo ordine e nella pratica della nuova morale. Tanto più che il Principe è destinato a dissolversi, lasciando solo gli individui, dopo averli cambiati e rinnovati. “Nei Paesi dove esiste un partito unico e totalitario di Governo [...] tale partito non ha più funzioni schiettamente politiche ma solo tecniche di propaganda, di polizia, di influsso morale e culturale”.

L'intellettuale era la figura più adatta per realizzare questa “libertà organica”, questo “conformismo dal basso”, questo “uomo-collettivo” con cui Gramsci tentava di risolvere in un regime totalizzante l'eterno anelito umano alla libertà. Tentativo che il libro di Calabrò rende ben comprensibile, spiegando come Gramsci abbia avuto la sorte di essere il più strenuo difensore della libertà umana in un'epoca in cui lo Stato liberale, screditato e vacillante, pareva ormai incapace di garantirla.


Emanuele Pinelli

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