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AA.VV., Laicità e principio di non discriminazione (a cura di Barbara Henry, Anna Loretoni, Alberto Pirni)

Pisa, Rubbettino Editore, 2009, pp. 201. Recensione a cura di Matteo Bonomi. Il tema di questo volume collettaneo è il rapporto tra religione e politica nell’ambito delle odierne liberal-democrazie. La sua originalità è data dal tentativo degli autori di mettere insieme in maniera esplicita il principio di laicità con quello di non discriminazione, caratteristica che conferisce un taglio particolare all’intera riflessione [...]

Laicità e principio di non discriminazione. A cura di Barbara Henry, Anna Loretoni, Alberto Pirni. Pisa, Rubbettino Editore, 2009, pp. 201.


Recensione a cura di Matteo Bonomi


Il tema di questo volume collettaneo è il rapporto tra religione e politica nell’ambito delle odierne liberal-democrazie. La sua originalità è data dal tentativo degli autori di mettere insieme in maniera esplicita il principio di laicità con quello di non discriminazione, caratteristica che conferisce un taglio particolare all’intera riflessione. Se il tema della laicità rimanda al classico principio di separazione tra sfera politico-giuridica e sfera religiosa, ormai assunto come valore universale del costituzionalismo moderno, il fatto di legare esplicitamente questo  principio con quello di non discriminazione ha l’effetto di togliere al concetto di laicità ogni pretesa di possedere una natura e un significato in sé pacificati, cristallini e perfettamente giustificati. Non è possibile quindi enunciare un “modello unico di laicità” valido in assoluto e praticabile ovunque. Attraverso gli strumenti di una ricostruzione critica storico-concettuale di alcuni termini, e impegnandosi sia sotto il profilo diagnostico che normativo, gli autori fanno emergere innanzitutto il carattere contingente e contestuale del concetto di laicità. Elemento comune alle varie accezioni storicamente assunte dal termine “laico” è il rimando a concetti come quello di separazione, distinzione, non identificazione tra l’ambito religioso e quello politico-giuridico, ossia alla necessità di tracciare linee di separazione tra ambiti, categorie o soggetti (Emanuele Rossi).

Un primo asse portante della riflessione svolta può quindi essere identificato con la comune adesione da parte degli autori ad un’idea di laicità come arte di tracciare linee in contesti e ambiti diversi in funzione di una coesistenza basata sulla eguaglianza di trattamento. I vari interventi presenti nell’opera possono quindi essere visti come altrettanti tentativi di tracciare queste linee. Il secondo asse su cui si sviluppa il ragionamento, strettamente legato al primo, è dato dal confronto con l’attuale dibattito su secolarizzazione e post-secolarizzazione. Pur inserendosi in tale dibattito con prospettive diverse e dando quindi interpretazioni eterogenee tanto del fenomeno della secolarizzazione quanto del post-secolarismo, gli autori concordano nel rifiutare un’immagine della secolarizzazione come progressiva trasformazione in senso immanentistico e materialistico delle società occidentali. Tale prognosi non solo si è rivelata falsa, in quanto non vi è mai stata una vera eclissi del sacro, ma soprattutto risulta essere essa stessa portatrice di un visione del mondo segnata da assunzioni metafisiche altrettanto impegnative. In questo contesto, parlare di “post-secolarizzazione” significa innanzitutto impegnarsi a ridefinire il concetto di laicità per smarcarlo da una certa visione della secolarizzazione che può essere intesa, con Barbara Henry, come una “filosofia della storia fallita”. Il comune punto di partenza delle varie riflessioni presenti nell’opera può essere quindi racchiuso nella consapevolezza, da parte degli autori, che le sfide imposte dalle odierne società multiculturali possono essere affrontate solo liberando l’idea di secolarizzazione dai rischi di potenziali derive ideologiche. In questo modo viene posto il problema di una comune gestione della politica nell’ambito di uno Stato inteso come spazio neutrale nei confronti dei fenomeni religiosi invece che come luogo di una loro neutralizzazione.

Laicità dunque come arte della separazione, tracciante linee tra soggetti e ambiti in contesti diversi. Il carattere problematico di questa operazione è rappresentato non solo da “chi” o da “che cosa” deve essere separato, ma anche dal soggetto che attua questa separazione e “in che modo” la attua. La linea che divide cosa è lecito da cosa non lo è, separando pubblico e privato, è davvero neutrale o reca in sé il segno di chi l’ha tracciata? Sono questi gli interrogativi sottesi alle riflessioni presenti nella prima parte dell’opera che prendono le mosse non semplicemente dall’esposizione del pensiero di alcuni classici, ma dalla rivisitazione delle dispute in cui tali pensieri si sono formati, ricordandoci così il carattere insieme contestuale e irriducibilmente problematico di ogni “via” alla laicità. La prima disputa è quella tra giansenisti e gesuiti, rivisitata da Roberto Gatti. L’autore porta avanti una riflessione sul problema della giustizia e, attraverso il tema della sproporzione tra “giustizia vera” e “giustizia mondana”, ripercorre la strada verso la laicità indicataci da Pascal. È l’inesauribile eccedenza della trascendenza rispetto al mondo che, non permettendo alcuna mediazione incardinata sulla partecipatio, da una parte invita l’uomo all’ascolto di un mistero che lo eccede, dall’altra, condanna la città ad una politica slegata da qualsiasi fondamento o fine ultimo. Il secondo contributo è quello di Nadia Urbinati, che affronta la critica di Habermas alla ragione pubblica di Rawls sul ruolo delle religioni nello spazio pubblico. L’autrice si mostra sensibile alle rivendicazioni di Habermas, il quale reclama un maggiore spazio nella sfera pubblica per le identità religiose, prospettando una risoluzione del rapporto tra autorità civile e autorità religiose orientata verso il modello della compartecipazione. Tuttavia giunge alla conclusione che il paradigma della ragione pubblica di Rawls e quindi il modello della separazione di competenze siano preferibili per una società pluralista. Il problema della strada indicata da Habermas sarebbe quello di avere due volti: un volto esplicito, segnato da un’apparente apertura a linguaggi e contenuti eterogenei, ed un volto implicito, frutto della prevalenza di quel linguaggio che, imponendosi sugli altri, fissa le regole del discorso, ossia il linguaggio filosofico. È significativo come gli interventi di Gatti e Urbinati, sebbene partano da riferimenti culturali molto diversi, arrivino, per certi versi, ad una analoga esclusione di ogni discorso di senso ultimo dall’ambito dell’autorità civile. Il primo, partendo da una interpretazione del pensiero di Pascal, traccia la linea di separazione tra religione e politica muovendo da una riflessione critica sulla Verità. La seconda, collocandosi all’interno del dibattito sul liberalismo politico, vincola l’attività svolta dal potere legislativo, esecutivo e giudiziario ai criteri di ragionevolezza proposti da Rawls non solo per tutelare la politica da indebite inferenze, ma soprattutto perché riconosce il carattere limitato e parziale della stessa attività politica. A mettere l’accento su questo ultimo punto sono anche gli interventi di Alberto Pirni e Nico De Federicis, che fanno da corollario ai primi due saggi e chiudono le prima parte del libro. De Federicis, pur problematizzandola, ribadisce in sostanza la posizione di Urbinati, mostrandoci come la posizione di Habermas sia segnata dal regresso verso ambizioni cognitiviste, incompatibili con un pluralismo inteso come costitutivo della cittadinanza democratica. Pirni si mostra invece meno severo verso la prospettiva di Habermas e, pur partendo dalla consapevolezza dello iato tra Verità e storia, pone come compito dell’ermeneutica politica una inesauribile attività di mediazione. Egli ci indica così un “via” per la laicità dai confini meno rigidi, da pensare in termini di “tolleranza”.

 

Nella seconda parte del volume Alessandro Ferrara e Virginio Marzocchi portano avanti un’indagine che, sviluppandosi dall’analisi dei concetti di “secolarizzazione”, “società secolare” e “società post-secolare”, evidenzia il modo in cui le nostre comprensioni della modernità e del processo di modernizzazione incidano sulle forme di realizzazione istituzionale del principio di laicità. Marzocchi lo fa attraverso una riflessione sulla gestione dei conflitti di matrice religiosa nella formazione dello Stato moderno, mostrandoci come nel corso delle sue evoluzioni lo stato-nazione abbia conosciuto un progressivo rafforzamento del principio di laicità. Ferrara, distinguendo tra “secolarismo politico” e “secolarismo sociale”, si interroga sulle asimmetrie e sugli squilibri che si annidano nel processo di secolarizzazione. Egli rifiuta la tesi secondo la quale questi due tipi di secolarismo si implicherebbero a vicenda e pone il problema di come tenere fermi i principi del secolarismo politico in una società concepita come post-secolare. Attraverso la riformulazione della nozione di secolarismo elaborata da Charles Taylor in A Secular Age, egli propone una agenda filosofica per una ridefinizione della istituzionalizzazione della separazione tra religione e politica capace di tener conto sia delle nuove sfide normative imposte dal principio di eguaglianza, sia della soglia oltre la quale la voce pubblica delle religioni si trasforma in una illegittima interferenza. Quello che emerge da entrambi i contributi è la necessità che la laicità venga portata al di fuori della discussione politica per trovare una adeguata tutela a livello costituzionale. Quest’ultimo punto è messo a fuoco anche da Emanuele Rossi, in relazione alla vicende della giurisprudenza italiana. Emerge così tutta la complessità che la pratica di garantire la consistenza e l’effettività della tutela del principio di laicità incontra all’interno di un ordinamento giuridico. La laicità sembra quindi essere il risultato di un equilibrio non facile né da mantenere né da rinnovare, come mostrato anche dalle vicende giuridiche italiane, e dal tardo riconoscimento del valore costituzionale del principio di una laicità “aperta”. Corollario a questa seconda parte sono gli interventi di Anna Loretoni e di Roberto Castaldi, che mettono in luce come le concezioni della laicità incidano sulle geometrie dello spazio pubblico (Loretoni), e come queste geometrie vengano spesso messe sotto pressione da strumentalizzazioni politiche a fini elettorali (Castaldi). In particolare, Loretoni mostra come accanto ad una dimensione istituzionale della laicità sia sempre stata presente una dimensione individuale, data dall’accettazione da parte degli individui di uno scarto tra morale privata e pubblica. Questo secondo piano, che viene indicato come antropologico, tutt’altro che rappresentare un elemento marginale costituisce una condizione essenziale ed indispensabile per la realizzazione e la tenuta della laicità sul piano istituzionale. Il volume si chiude con una postfazione di Barbara Henry e una bibliografia ragionata di Antonio Carnevale, strumento di grande utilità per chiunque voglia approfondire uno studio sul tema della laicità nelle sue varie declinazioni.

Matteo Bonomi

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