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AA.VV., Il senso della Repubblica. Schiavitù

a cura di Thomas Casadei e Sauro Mattarelli, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 263 Recensione a cura di Lucia Dileo L’intenzione che muove gli autori dei saggi che compongono l’opera – terzo volume di una trilogia che in precedenza ha trattato le nuove frontiere della dottrina politica del repubblicanesimo (2007) e la teorica dei doveri (2008) – è quella di far luce su una pratica alquanto diffusa e della quale, tuttavia, poco si sa, e intorno alla quale poco si discute. Tra le gravi violazioni della dignità delle persone per cui a tutti i livelli è prevista la repressione penale e che sono oggetto di un’unanime condanna morale, la schiavitù, infatti, è quella che finora ha ricevuto minore considerazione sociale ed istituzionale [...]

Il senso della Repubblica. Schiavitù, a cura di Thomas Casadei e Sauro Mattarelli, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 263.


Recensione a cura di Lucia Dileo

 

L’intenzione che muove gli autori dei saggi che compongono l’opera – terzo volume di una trilogia che in precedenza ha trattato le nuove frontiere della dottrina politica del repubblicanesimo (2007) e la teorica dei doveri (2008) – è quella di far luce su una pratica alquanto diffusa e della quale, tuttavia, poco si sa, e intorno alla quale poco si discute. Tra le gravi violazioni della dignità delle persone per cui a tutti i livelli è prevista la repressione penale e che sono oggetto di un’unanime condanna morale, la schiavitù, infatti, è quella che finora ha ricevuto minore considerazione sociale ed istituzionale, e ciò essenzialmente perché si è abituati a pensare ad essa come a qualcosa di lontano nel tempo o nello spazio, ma forse anche per più sottili ragioni politiche ed economiche.

Come si illustra nella nota introduttiva dei curatori (pp. 7-19), acquistano rilievo nel caso della schiavitù la ricostruzione e l’indagine storica, ovvero la memoria. Si pensi in questa prospettiva al silenzio che ha avvolto una data significativa come il primo gennaio 2008, giorno in cui è venuto a cadere il bicentenario della messa al bando dell’importazione degli schiavi negli Stati Uniti d’America. Rompere il silenzio diventa pertanto  un obiettivo prioritario, come già sottolinea Costanza Margiotta nel saggio che apre l’opera (pp. 23-31), soprattutto nei riguardi del passato coloniale di gran parte delle nazioni occidentali, un passato che affonda le proprie radici nella prima età moderna, paradossalmente la stessa età in cui aveva origine il giusnaturalismo come dottrina dei diritti dell’uomo. L’autrice prende le mosse da una cosiddetta loi memorielle, adottata dal parlamento francese nel 2001 (la legge Taubira), con la quale per la prima volta schiavitù e tratta degli schiavi sono stati considerati, in Francia, quali crimini contro l’umanità, anticipando così le conclusioni della Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza a essi connessa, tenutasi a Durban lo stesso anno. Margiotta rileva però come, diversamente dalla Dichiarazione assunta dall’Unione Europea nell’ambito di tale Conferenza, la legge in questione non evidenzi minimamente il nesso tra schiavitù e colonialismo, quasi che le due cose corressero su binari distinti. Anzi spesso, come mostra paradigmaticamente il caso portoghese esaminato da Roberto Vecchi (pp. 33-44), gli stati nazionali hanno tessuto le lodi del proprio passato coloniale, costruendo intorno ad esso miti che a tutt’oggi permangono nella letteratura ufficiale e nelle “politiche della memoria”. L’autore mostra come in realtà la presenza e l’importazione di schiavi fu fondamentale per la formazione economica, sociale e culturale di un Paese come il Brasile ad esempio.

Tutta da indagare è anche la sorte toccata a molti Stati africani a partire dal diciannovesimo secolo, quando sotto il vessillo dell’abolizionismo di matrice illuministica, i metodi di produzione capitalistici penetrarono nel continente, sostituendo agli antichi rapporti di dipendenza nuove forme di sfruttamento. Di questa realtà, fatta di illibertà e coazione, che si protrae a tutt’oggi, dà conto il contributo di Fabio Viti (pp. 45-65), il quale si rivela molto utile soprattutto per comprendere il background del fenomeno migratorio in Europa. Viti denuncia l’uso talvolta improprio che viene fatto del linguaggio schiavista (un motivo ricorrente, per la verità, in tutta l’opera), sottolineando come la schiavitù tout court comporti invero una “confisca” dell’essere umano, e dunque un assoggettamento psichico e fisico delle persone. In Africa quasi tutti i rapporti sociali sono contrassegnati dalla “dipendenza personale”, nel senso che la dipendenza scandisce anche l’appartenenza a una comunità, ma con ciò non siamo ancora nell’orbita dell’appropriazione di esseri umani. D’altra parte, molti lavori si caratterizzano qui per lo sfruttamento o per l’asservimento volontario: a farne le spese sono soprattutto i minori o coloro che si trovano in situazioni di radicale necessità economica. Da qui alla schiavitù naturalmente il passo è breve, ma come l’autore sottolinea, è sulla “qualità del lavoro” in queste (come in altre) società che deve convergere maggiormente l’attenzione.

Effettuata questa precisazione diventa più facile cogliere, come fa Thomas Casadei (pp. 67-89), oltre al nesso tra schiavitù e immigrazione, anche l’importanza, già evidenziata da Luigi Ferrajoli, dei diritti sociali per prevenire e combattere le violazioni della dignità delle persone (cfr. L. Ferrajoli, Principia iuris: teoria del diritto e della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 326-327). Sulla scorta dell’opera di Kevin Bales, Disposable people: New Slavery in the Global Economy (1999), ed in linea con l’obiettivo di rompere il silenzio, Casadei introduce nel discorso la cosiddetta “metafora del vedere”: in un’epoca globale come la nostra, contrassegnata da una sempre più forte interdipendenza tra i mondi, la schiavitù, lungi dall’essere una pratica lontana, è sotto i nostri stessi occhi. E la causa principale per cui una parte sempre più consistente di persone diventa disposable sta in questo, che la loro “vulnerabilità” non è attribuibile a cause contingenti o a fattori casuali, come in passato accadeva per il fatto di essere stati sconfitti in guerra o per la razza o il colore della pelle, ma è “strutturale”, nel senso che è legata in modo inscindibile alla situazione sociale in cui si nasce e in cui ci si trova a vivere (p. 84). D’altro canto, la schiavitù, spiega l’autore, è anche, soprattutto, connotata dallo sfruttamento del corpo, dal suo abuso, e ciò segna una sorta di continuità dall’antichità fino ad oggi: essa denota una non-proprietà su di sé, per la quale si configura drammaticamente come “questione di vita o morte”.

Per tutto il mondo antico, come ricorda Riccardo Caporali (pp. 93-110), la schiavitù non cessò mai di apparire come qualcosa di utile o vantaggioso, da praticare, al pari della guerra, inevitabilmente. È soltanto con l’Illuminismo che, almeno in teoria, se ne riconosce il carattere delittuoso, di pratica da combattere e abolire, come illustra approfonditamente nella sua ricostruzione del dibattito francese sette-ottocentesco Marcel Dorigny (pp. 111-132).

Se l’Esprit des lois (1748) di Montesquieu rappresenta il testo emblematico da cui tale dibattito prese avvio, dal punto di vista della prassi concreta il vero spartiacque fu costituito dalla Rivoluzione americana, in particolare dalla Dichiarazione dei diritti, dalle ripercussioni che essa ebbe in ambito europeo fino all’esplodere della Rivoluzione in Francia. Eric Foner (pp. 137-145) cerca di chiarire le ragioni del silenzio intorno al già ricordato bicentenario della messa fuori legge dell’importazione di schiavi, e le individua in circostanze di fatto per le quali, dopo tale svolta legislativa, la schiavitù e il commercio degli schiavi non cessarono (qui come altrove), ma conobbero semplicemente nuove dinamiche. Discriminazione e sfruttamento in nome della razza si sono a lungo protratti, come mostrano le rivendicazioni che scuotono la società americana contemporanea alla cui base troviamo la nozione di “riparazione” evocata da Massimo Gelardi (pp. 133-136).

Dal canto suo Giuseppe Moscati (pp. 147-160) si sofferma sul fenomeno della schiavitù esaminando in particolare due opere come In der Strafkolonie di Franz Kafka (1914) e Les damnés del la terre di Frantz Fanon (1961). Esse sono emblematiche della critica al sistema coloniale europeo nei paesi africani: un sistema intriso di razzismo, che mina la capacità di autonomia dei singoli individui e della collettività. Se la parola Strafe dà conto di un sistema di supervisione e controllo fondato sulla violenza e sulla repressione, la parola damnés, spiega l’autore, rimanda alla perdita della purezza di vite private della loro dignità, vite nelle quali non manca la consapevolezza della propria condizione.

Si calcola che oggi nel mondo gli schiavi siano circa ventisette milioni, di cui oltre dodici milioni risultano essere vittime dei lavori forzati. Esteban Pérez Alonso (pp. 163-182), autore del ponderoso Tráfico de personas e inmigración clandestina: (un estudio sociológico, internacional y jurídico-penal) (Valencia, Tirant lo Blanch, 2008), esamina in questa prospettiva il tema della tratta degli esseri umani evidenziandone le cause e le configurazioni alla luce di un’articolata nozione di radicale sfruttamento: sessuale, lavorativo, personale. Sintonica con quella di Alonso è l’analisi svolta da Salvatore Fachile (pp. 183-193), il quale si sofferma in particolare sul caso dei minori nel contesto italiano. Egli esprime l’esigenza di distinguere il fenomeno in questione dal cosiddetto smuggling, vale a dire il tentativo di favorire l’immigrazione irregolare di individui o gruppi di individui. Quest’ultimo il più delle volte non è altro che un effetto collaterale di politiche normative contrastanti con i principi costituzionali della solidarietà e delle pari opportunità e pertanto esige una risposta che non sia tanto di tipo penale e repressivo quanto di tipo sociale (p. 193).

Occorre ripensare in questo contesto, come suggerisce Brunella Casalini nella sua indagine sul nuovo ordine domestico mondiale sorto con la globalizzazione (pp. 195-212), anche l’idea della cura come qualcosa sulla quale si regge la vita stessa delle società e delle istituzioni, e con essa il contenuto della giustizia politica, così come è stato suggerito, ad esempio, da autrici come Martha C. Nussbaum (cfr. ad es. Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Bologna, il Mulino, 2002) e Joan Tronto (Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura, a cura di A. Facchi, Reggio Emilia, Diabasis, 2007). In questa prospettiva, si tratta di vedere nella mercificazione del lavoro di cura e nello sfruttamento dei cosiddetti caretakers un problema che esige un’ampia riflessione pubblica e una risposta tanto legislativa e istituzionale – facente leva sui sistemi di welfare – quanto di tipo culturale. La presenza di “nuovi servi” infatti chiama in causa ancora una volta la nozione di vulnerabilità strutturale, ovverosia l’intrecciarsi di una serie di fattori (il genere, le origini etniche, la condizione economica) i quali sono all’origine di violazioni dei diritti fondamentali delle persone nonché della loro autonomia e dignità.

L’opera si chiude tracciando un quadro dei nuovi scenari, come quelli creati da nuove tecnologie generalmente legate alle politiche di sicurezza degli stati, come la biometria, per le quali non a torto si è cominciato a parlare di nuove (certo inedite) forme di schiavitù o di forme di servitù volontaria. La nozione “espansa” di schiavitù è al centro dei contributi di Pierre-Antoine Chardel, Gabriel Periès e Michel Tibon-Cornillot (in un dialogo a cura di Simone Morgagni, pp. 215-248) nonché di quello di Simone Morgagni sul carattere selettivo ed escludente dei moderni sistemi di informazione, tra cui Google, dai quali una fetta molto consistente della popolazione mondiale sarebbe irrimediabilmente tagliata fuori (pp. 249-263).


Lucia Dileo

 

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