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L. Greco, L’io morale, David Hume e l’etica contemporanea.

Liguori, Genova 2008 Recensione a cura di Anna Bagnato L’intenzione dell’autore è quella di mostrare come “il problema dell’io” non coincida con il problema dell’“identità personale” presentato nel primo libro del trattato e correlato con l’“Appendice”. Quest’apparente contraddizione è il frutto, a parere di Greco, di un pregiudizio, riconducibile all’impostazione tradizionale attraverso cui si legge Hume, nota come Reid-Beattie Interpretation.

Lorenzo Greco, L’io morale, David Hume e l’etica contemporanea, Liguori, Genova 2008.

Recensione a cura di Anna Bagnato


Generalmente si ritiene che Hume non presenti una spiegazione positiva per quanto riguarda l’io. Al contrario, egli viene mostrato come lo scettico che ha reso evidente l’impossibilità di una tale considerazione. Nel Trattato sulla natura umana, tuttavia Hume dichiara esplicitamente l’esistenza dell’io come “quella particolare persona delle cui azioni e sentimenti ciascuno di noi è intimamente conscio” (p. 8).

Gran parte dei lettori riconosce nel primo libro del Trattato e in alcuni passaggi dell’“Appendice” l’impossibilità, a partire dalle sue premesse filosofiche, di parlare di un io, in quanto questo risulta a bundle of percepition, cioè un flusso di percezioni di cui non si può avere una piena conoscenza. Dal secondo libro in poi, Hume riprende il concetto, legandolo in maniera particolare alla discussione morale e politica. Da ciò risulta un’apparente contraddizione.

L’intenzione dell’autore è quella di mostrare come “il problema dell’io” non coincida con il problema dell’ “identità personale” presentato nel primo libro del trattato e correlato con L’“Appendice”. Quest’apparente contraddizione è il frutto, a parere di Greco, di un pregiudizio, riconducibile all’impostazione tradizionale attraverso cui si legge Hume, nota come Reid-Beattie Interpretation. Secondo tale impostazione i libri del trattato non sono delle analisi indipendenti; non risultano insomma collegati tra loro. Tale interpretazione tende a collocare Hume come il successore naturale di pensatori quali Locke e Berkeley, il quale rovescia completamente la tradizione empiristica in una prospettiva di scetticismo radicale.

La tesi che qui Greco vuole sostenere è che il problema dell’ “identità personale” esposto nel primo libro, differisce dal problema dell’ io che si sviluppa prevalentemente nella parte etico-politica del Trattato. Se si vuole comprendere che cosa intenda Hume con “io” bisogna lasciare da parte la trattazione teoretica e concentrarsi sulle questioni morali inerenti alle passioni ed ai sentimenti. La prospettiva tradizionale per cui si deve leggere il trattato con un ordine sistemico partendo dal primo libro va, quindi, abbandonata.

Il problema dell’ “identità personale” parte principalmente dalla critica al razionalismo. Bersaglio principale è ovviamente Cartesio e chi con lui farebbe corrispondere l’io ad un’entità esistente, semplice, identica e continua nel tempo. A parere di Hume le idee sono delle immagini affievolite delle impressioni e non possono esistere senza un’idea che risulti copia delle suddette impressioni. Se, infatti, pensiamo riflessivamente a noi stessi, non riusciamo a percepire un io stabile, ma solo percezioni mutevoli. Come farebbe, dunque, Hume a sostenere la possibilità di un io che fa da substrato alle percezioni?

Per Hume idee come l’identità o la diversità sono legate insieme da relazioni di somiglianza, contiguità e causalità; queste idee, pur essendo distinte, vengono confuse dall’immaginazione, la quale ci fa vedere qualcosa di unico ed identico laddove, invece, c’è una moltitudine.

La percezione dell’identità personale, come quella della realtà esterna, è frutto di un errore propinatoci dall’immaginazione, che garantisce la possibilità di muoversi nell’oceano della mutevolezza attraverso dei punti di riferimento costanti, che di fatto non esistono. Il punto centrale dell’analisi di Greco è presentare l’io di Hume, ben lontano da esiti scettici, come una prospettiva di responsabilità morale che si lega sostanzialmente ad un' etica delle virtù. “La tesi che si vuole sostenere -egli scrive- è che l’io di Hume non si risolva affatto unicamente nella descrizione della mente. Quando Hume parla di mente ha presente un problema specifico, che né conclude ciò che c’è da dire sull’io, né, soprattutto interessa l’io della riflessione morale” (p. 21).

La “nuova prospettiva” fonda la spiegazione della filosofia humeana nelle passioni; esse sono strettamente legate alla dimensione morale che non può essere puramente razionale. Questa prospettiva viene fatta partire con l’interpretazione di Norman Kemp Smith, già negli anni quaranta del ventesimo secolo, il quale voleva evidenziare all’interno della filosofia di Hume l’influenza di Hutcheson più che di Newton; tale interpretazione viene seguita in maniera dettagliata da Greco, il quale non si limita a citarne soltanto gli esponenti, ma la descrive con accuratezza e attenzione nei dettagli.

Il nodo principale della filosofia humeana è quello di determinare un io, prettamente passionale, che si fonda appunto sulle passioni, le quali, nella terminologia di Hume, sono delle impressioni che vengono a loro volta distinte in calme e violente, anche se a rigor di termini le passioni sono prevalentemente violente. Orgoglio e umiltà, amore ed odio sono proprio quelle passioni che stanno a fondamento dell’“io passionale”. L’autore descrive l’idea dell’io come “una doppia relazione tra impressioni ed idee” (p. 65); tale relazione ha infatti a che fare con noi stessi, generando un’impressione di orgoglio, se la causa è piacevole, ed una di umiltà se, invece, la causa risulta dolorosa. Le cause che generano queste impressioni sono svariate, ma hanno come comune denominatore una qualche relazione con noi stessi. L’io di cui parla Hume sarebbe, dunque, l’oggetto della passione, che sia essa orgoglio o umiltà. Quest’io che non può, ovviamente, essere sostanziale, si percepisce come semplice e non come un bundle of percepition: “Si tratta di una relazione di costruzione reciproca: provare orgoglio e umiltà significa diventare consapevoli di noi stessi, e non si comprende che cosa significhi essere consapevoli di noi stessi se non si stanno provando queste passioni” (p. 72).

Come spiega Lecaldano nella postfazione: “Greco smonta in modo convincente quella interpretazione storiografica favolistica che presenta la filosofia di Hume come una tappa fondamentale di quell’avanzare della modernità che conduce alla fine progressiva del soggetto […] La questione del soggetto si sposta così dal piano metafisico e ontologico a quello empirico e di una esperienza intesa in senso ampio non solo come dati dei diversi sensi, ma anche come passioni ed emozioni … Facendo così Hume sviluppava una via costruttiva del tutto diversa da quella di Locke, che non si distanziava a sufficienza dalle precedenti analisi sulla natura dell’io in quanto continuava a rendere conto del soggetto in termini intellettualistici” (pp. 251-252).

Una volta determinata la ricostruzione che Hume fa dell’io è necessario ricavare una vera e propria etica, capace di confrontarsi con le teorie etiche contemporanee di stampo neo-kantiana o neo-aristotelica.

In un’etica basata sulla propensione umana di provare e comunicare simpatia, la “simpatia humeana si mostra come un mezzo esplicativo che deve il suo successo teorico all’efficacia con cui rende conto del fatto che gli esseri umani colgono a un livello prettamente sentimentale le affezioni degli altri… la simpatia non è una forma di argomentazione, ma un principio psicologico che esplicita analiticamente una caratteristica distintiva degli esseri umani: la capacità di immedesimarsi nella condizione dei propri simili quando esprimono determinate emozioni” (p. 115).

Tale simpatia, che può incorrere nell’accusa del solipsismo, viene accostata al punto di vista generale, cioè all’interiorizzazione della simpatia nell'ambito di ciò che viene definito common sense, in modo tale da determinare una connessione simpatetica tra gli individui. Si passa, dunque dalla prospettiva cartesiana dell’“io penso” alla prospettiva humiana del “noi facciamo”. Si avanza quindi una visione a favore dell’etica delle virtù.

Il pregio del volume di Greco risiede nel confronto che egli fa tra l’etica di Hume e quelle di stampo neo-kantiane, presentando non solo gli sviluppi presenti in John Rawls, ma anche quelli più recenti proposti da un’allieva di Rawls: Christine Korsgaard. Da questo confronto emerge che il carattere, come dato psicologico naturale, non può coordinarsi con l’intenzione dell’etica kantiana di ricostruire in termini razionali lo sviluppo consapevole del soggetto morale. Il punto centrale è qui la responsabilità, che, a partire da un’etica sentimentalistica, non può coincidere con l’intenzionalità, ma va estesa anche con quelle parti naturali e biologiche del nostro carattere che non abbiamo propriamente scelto. Questo non significa, a parere di Greco, rientrare in quella corrente di pensiero, forse un po’ forzata, che inserisce nel pensiero di Hume il relativismo morale, che viene, invece, apertamente rifiutato. “Il principio della simpatia, infatti, colma il divario tra spettatore e agente, realizzando una sorta di spostamento o decentramento dell’io – vale a dire, una correzione del punto di vista sulle persone e sulle cose propria di un osservatore giudizioso – che rende possibile la comprensione, e con essa la valutazione, di individui e popolazioni a noi lontani per usi e costumi” (p. 226). La dimensione dell’etica parte dalla situazione circostanziale, per poi trascenderla; infatti i giudizi morali, anche se possono essere cambiati, appaiono in realtà stabili, poiché sono la manifestazione di una struttura sentimentale sottostante.

A parere di Hume è, dunque, necessario, stilare una catalogazione di vizi e virtù, ma l’etica delle virtù contemporanea ha in Aristotele e non in Hume, il punto di riferimento principale. Tale etica parte da un presupposto eudaimonistico da cui non è possibile svincolarsi. È tipico della prospettiva neo-humeana la dimensione comunitaria, ovvero il fatto che, una morale di questo tipo tiene presente, per indirizzare i comportamenti, l’approvazione o disapprovazione altrui. Sono i piaceri morali a spingerci verso la realizzazione di determinate azioni piuttosto che di altre.

La prospettiva del testo di Greco, dunque, ha non solo, come abbiamo già osservato, il merito di inserire la riflessione sull’etica di Hume all’interno del confronto attuale dell’etica contemporanea; ma ha nello stesso tempo il pregio di eliminare, attraverso uno studio accuratissimo delle interpretazioni dell’autore, un pregiudizievole scetticismo attorno alle problematiche politico-morali, dando vita, invece, ad una nuova prospettiva “potente e sistematica che viene offerta dal sentimentalismo neo-humeano” (p. 261).


Anna Bagnato


 

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