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Joan C. Tronto, Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura

a cura di Alessandra Facchi, tr. it. di Nicola Riva, Reggio Emilia, Diabasis, 2006, pp. 207. Recensione a cura di Sabina Barbato

Joan C. Tronto, Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura, a cura di Alessandra. Facchi, tr. it. di Nicola Riva, Reggio Emilia, Diabasis, 2006, pp. 207.

 

Recensione a cura di Sabina Barbato

 

Fin dall’inizio dell’opera, Joan Tronto adotta un approccio ispirato alla cifra dialogante tipica della sua riflessione: essa non allontana il lettore, ma cerca di coinvolgerlo sulle principali tematiche affrontate nel volume, la cura e la giustizia. I confini morali, cui si riferisce il titolo dell’opera, non sono riducibili a schemi concettuali caratteristici del linguaggio accademico, ma permeano il discorso pubblico ed hanno, quindi, un impatto concreto sulla società.

L’autrice prende le mosse da un profondo ripensamento delle origini di una separazione fra generi tale per cui anche dopo molteplici cambiamenti sociali, continuano a essere presenti elementi discriminatori, che non coinvolgono più solamente i ruoli sociali primari (maschili) e secondari (femminili), ma alla stessa logica di discriminazione allontanano anche altri individui dalla sfera di interesse generale: le minoranze etniche, gli anziani, gli ammalati, i bambini. Riconsiderare l’importanza della cura in ogni gruppo sociale significa, anzitutto, mostrare sensibilità e coerenza nell’utilizzo dei mezzi economici che la collettività permette di ottenere; secondo Tronto, inoltre, riavvicinare spazio pubblico e spazio privato, intesi come società e soggetto umano,permette di ridare valore alla pratica del prendersi cura, riconoscendola come parte essenziale della vita quotidiana; il concetto di cura, in tal senso, accomuna ogni ambito eliminando le differenze etniche e sociali.

I confini, se scardinati e riformulati, donano la possibilità di operare e rivalutare collocazioni denominate appunto “femminili” e di arricchirle di un’altra tipologia morale che avvalori elementi chiave della vita e sottolinei l’importanza delle relazioni umane.

Attraverso tre punti focali si snoda, così, un percorso che tenta di riformulare il rapporto fra morale e politica.

In primo luogo, rintracciare il percorso che sin dagli albori della filosofia antica ha permesso l’ingresso nella sfera politica e in quella intellettuale quasi esclusivamente al genere maschile mette in luce l’aspetto non neutrale nella percezione culturale della differenza sessuale. A questo riguardo, Tronto si cimenta in un corpo a corpo con luoghi periferici destinati alla capacità di morale femminile, per riavvicinare e rafforzare il sentimento politico di un concetto come quello della cura, una propensione rinnovata e consapevole delle differenze culturali e delle minoranze.

Il secondo punto focale, o meglio definito, “confine del punto di vista morale” nasce nella comprensione dei principi nella vita politica, seppure non intesi come strumentali ad essa; il concetto di morale non è concepito quale pura accettazione della funzione della ragione, come invece a partire dal XVIII secolo e in particolar modo dalla filosofia kantiana è stato previsto. Per Tronto ridurre la morale ad una sola dimensione della ragione può rivelarsi alienante, almeno quando si compari questa concezione all’idea di soggetti attivi nella sfera pubblica con consapevolezza.

Il terzo punto o confine si espleta nella separazione tra pubblico e privato e nella auspicata riunificazione dei medesimi.

In questo minuzioso lavoro, l’attenzione dell’autrice è rivolta ad evitare gli stereotipi associati al genere femminile, come ad esempio la centralità attribuita alla relazione madre/figlio; inoltre, a livello metateorico la ricomprensione necessaria dell’alterità, a partire da come si possa percepire una categoria ritenuta marginale nella società.

Il procedimento per il quale la condizione attuale risente di determinate separazioni categoriali è da rintracciarsi già nella fase storico-filosofica dellIlluminismo scozzese, dove per certi versi la matrice sensoriale non era stata ancora totalmente devoluta alle donne, ma nell’ambito del quale essa iniziò a prendere corpo insieme a trasformazioni cruciali relative alla politica.

Prima di addentrarci nel sentiero dell’introspezione settecentesca occorre riflettere un istante sulla tipizzazione kantiana e sulla proposta della volontà di elevare la morale ad una sfera autonoma (e, di conseguenza, consegnandola ad una imparzialità astratta); teorie contestuali e teorie universali a partire dagli albori del pensiero greco hanno cercato di generalizzare e suddividere in base a principi, per il tempo ritenuti ovvi, la destinazione della morale definendola come via di mezzo o di passaggio al fine di raggiungere determinati scopi. Senza nulla togliere al profondo slancio pregresso, esso non era in grado di considerare la «crescente distanza sociale» (p. 45) analizzata con più realismo – ad avviso di Tronto – da autori quali F. Hutcheson, D. Hume e A. Smith.

Hutcheson elaborò un sistema atto a concepire un parallelismo tra i vari sensi e collocando la morale come una sorta di determinazione a ricevere o evitare azioni sgradevoli oppure piacevoli; in questa prospettiva, il telos ultimo è in Dio ed attraverso comportamenti differenti definiti in base al senso morale ed ai sentimenti morali si giunge ad una virtù quasi divina. Il sensismo di Hutcheson, prevede che all’origine siano innate le condizioni di predisposizione al bene; tuttavia, risulta pressoché impossibile stabilire e prevedere se milioni di individui differenti abbiano i medesimi assunti morali. Diversamente, Hume poggiava la sua trattazione sull’utilizzo dell’inferenza e denotava una limitatezza della ragione rispetto alla passione: «Rompere un vetro a casa nostra ci preoccupa di più dell’incendio di una casa distante qualche centinaio di chilometri» (p. 50). Smith, dal canto suo, nella Teoria dei sentimenti morali, espose attraverso il senso dell’appropriatezza una sorta di empatia primitiva, in grado di verificare la convenienza in una situazione, ma, con il passare del tempo e l’espansione dei mercati, tutto ciò si rese più problematico, così come la visibilità femminile venne problematizzata e resa custode esclusiva di valori morali.

Una volta stabilita la genesi dei confini morali ancora oggi validi, l’autrice si pone successivamente un importante quesito, ovvero se la moralità sia legata al genere.

In seno a questo dibattito si sono generati differenti nodi epistemologici, tra i quali spiccano per importanza i modelli di Lawrence Kohlberg (pp. 76-87) e quello di Carol Gilligan (pp. 87-99), sviluppato come critica al primo.

Il lavoro di psicologia comportamentale svolto da Kohlberg era mirato allo studio dello «sviluppo morale», partendo da alcuni studenti di una scuola superiore di Chicago intorno alla fine degli anni Cinquanta del secolo corso. Il questionario cui erano sottoposti consisteva nella risoluzione di alcuni dilemmi dove capacità intellettive, cognitive e sociali entravano in gioco: tra questi il più famoso è quello denominato «dilemma di Heinz». In sostanza, alcuni atteggiamenti dovevano essere giustificati in funzione del fine, anche se il loro adempimento poteva non essere rispettoso di alcuni precetti morali. Nel corso del tempo emerse una tipologia di scelte fatte dagli individui di tipo stadiale e gerarchico, frutto di un enorme processo diretto alla ricerca di equilibrio tra l’io e la società. Il concetto di reciprocità venne assunto come possibilità di sperimentare ruoli e situazioni. Per molti versi, la teoria di Kohlberg subì diverse critiche, fra cui quella di «elitismo culturale», e quella di non considerare le differenze evolutive degli individui. L’universalismo sotteso ebbe il merito di evidenziare i punti deboli delle classi più svantaggiate, senza rendersene conto, ghettizzando al contempo alcuni gruppi sociali ritenuti fuori dal circuito della vita pubblica a priori.

Gilligan, inizialmente collaboratrice di Kohlberg, criticò e segnalò diversi strumenti e contesti di indagine a suo avviso erronei nella prospettiva del maestro: in primis l’utilizzo dei dilemmi e la sola sperimentazione su campioni maschili.

Ella sostenne, dunque, la presenza di una voce morale differente, da cui si poteva evincere che l’«etica della cura» è correlata al genere; oppressione e abbandono sono pertanto indici attraverso i quali si può polarizzare lo studio di una relazione. Tutti i dati furono raccolti da variabili appartenenti ad un genere femminile di livello medio-alto, così come l’istruzione e il genere etnico. I risultati furono in seguito elaborati al fine di generalizzare ad altri strati della popolazione metodiche comportamentali utili per comprendere le difficoltà tra minoranze etniche, tra classe operaia e classe media.

L’indagine di Gilligan condusse a sottolineare una differenza tra genere maschile e femminile sollevando non poche critiche. I successivi ripensamenti hanno creato in Gilligan le condizioni per un avvaloramento della cura e dell’etica della giustizia; nonostante l’analisi dettagliata compiuta attraverso i suoi studi sono emersi contenuti psicologici rilevanti, quali la scoperta dell’importanza del potere e il senso dell’attaccamento necessari per fare esperienza morale. La stessa metodologia impiegata che impone la separazione teorica di uomini e donne nel lavoro di ricerca, ha condotto Tronto a rifiutare l’idea che le donne possiedano per natura una sensibilità differente. Il concetto in grado di spiegare meglio il fenomeno è quello di cripto-separatismo (p. 95): l’identità viene costruita secondo un genere e secondo i ruoli sociali. Gilligan, dunque non si sarebbe avventurata oltre un approccio psicologico, rendendo comunque noti i due problemi legati all’universalismo morale e avrebbe elaborato una struttura a stadi come fondamento scientifico del suo lavoro.

Il concetto di «cura» per Tronto presenta aspetti in grado di spiegare in quale modo il percorso che inizia con l’attenzione verso i bisogni altrui porti ad una concezione relazionale dell’individuo con l’alterità, innescando un processo che conduce verso il riconoscimento reciproco.

La differenza tra il modello di Gilligan e quello di Tronto è quindi basata, fondamentalmente, sulla considerazione degli aspetti relazionali caratterizzanti ogni individuo nella società, a prescindere dal dato biologico sessuale.

A livello più comprensivo, la cura può essere definita come «una specie di attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro ‘mondo’ in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile» (p. 118). Elaborata insieme a Berenice Fischer, questa definizione di ampia portata garantisce attenzione e flessibilità alla possibilità di condurre un’esistenza che ci consenta di rispettare e considerare una serie di processi o anche solo una singola azione, compiuta nella società. La prossimità dell’alterità indica la necessità che i bisogni vengano accolti con i seguenti criteri: a) interessarsi a (caring about): ciò implica il riconoscimento della fruizione della cura; b) il prendersi cura di (taking care): ciò inerisce l’esigenza di assumere responsabilità nell’accoglimento del bisogno; c) il prestare cura (care giving): ciò viene garantito attraverso il soddisfacimento di condizioni materiali, che da sole non dovrebbero esaurire le competenze morali, ossia non dovrebbero svalutare l’impegno umano; d) il ricevere cura (care receiving): ovvero, la fase finale del processo che dovrebbe verificare se i destinatari siano stati pienamente compresi e soddisfatti nel senso morale e nelle competenze elargite.

Altri principi-chiave della cura così come viene delineata da Tronto sono l’esercizio di una buona pratica, il contenimento del conflitto nascente in una delle possibili fasi, il considerare la cura come aspetto fondamentale dell’esistenza umana e non tanto come angolo buio nel quale nascondere sofferenze e malattie, quanto come base comune di bisogni da riconoscere. Infine, occorre prestare scrupolosa attenzione alle risorse che sono necessarie per poter portare a compimento un corretto esercizio della pratica di cura, così come altrettanto necessario è il rispetto di coloro i quali si occupano di fornire cura e sui quali esiste – da tempo – una falsa coscienza che li relega ai margini della società (come attesta il caso delle badanti migranti nelle odierne società occidentali).

Negli ultimi capitoli del libro vengono analiticamente tratteggiati i concetti di reattività ed integrazione: essi meritano di essere ricordati per la loro naturale direzione nell’intento di realizzare i principi specifici della cura, quali «sofferenza», «ineguaglianza» e «vulnerabilità». L’immedesimazione empatica lascia il posto all’ascolto delle esigenze nel tentativo di cogliere non solamente le buone intenzioni, le quali di per sé non sono causa sufficiente di assolvimento; per rispettare le fasi occorre soprattutto il rispetto del destinatario e una capacità di porre in relazione costante con il contesto l’intero processo di cura.

La politica ha, sotto questo profilo, un compito davvero fondamentale: far rispettare i diritti derivanti dal riconoscimento e dall’importanza di un’etica della cura. Lo spostamento dei confini inizia proprio da qui: far uscire il privato ed immetterlo nel pubblico, evitare l’insorgere di atteggiamenti di tipo maternalistico o paternalistico e scongiurare la caduta nel particolarismo nelle prassi legate alla cura.

In definitiva, Tronto propone un sistema politicamente sensibile e rinnovato nel suo senso morale per il concetto di cura, affinché ogni singolo individuo possa parteciparvi attivamente con consapevolezza e con il rispetto necessario per la tutela e la qualità dell’esistenza. Riservare uno spazio per il ripensamento delle esigenze altrui implica azione e reazione, responsabilità ed impegno verso una società nella quale i membri, anche quelli che vivono in condizioni più marginali, siano oggetto di attenzione e cura, anche se non si trovano al centro del raggio degli interessi economico-politici e strategici.

Tronto invita dunque ancora a riflettere sul valore della cura non solamente secondo una concezione comunitaria, di aiuto reciproco, ma soprattutto – ed è forse l’aspetto più significativo del suo pensiero – in relazione ad una umanizzazione delle questioni politiche che possa attuarsi attraverso una democrazia ripensata a partire dalla cura e dagli effetti che questa produrrebbe sulla realtà sociale. L’esclusione di alcuni gruppi sociali e la mancanza di consapevolezza negli altri individui attivi nella comunità concedono a chi detiene potere di preservare a lungo lo status di privilegio e una posizione di predominanza e controllo nella società. Una giusta considerazione dell’etica consiste invece in una prospettiva dove “la cura è una preoccupazione centrale della vita umana” (p. 197) e dunque come tale capace di rendere più eguali le persone tra loro, a dispetto di ogni forma di gerarchia e di subordinazione, più o meno esplicita, più o meno istituzionalizzata.

 

Sabina Barbato

 

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