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Testino Chiara


Posizione attuale e sede universitaria:

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Umanistici, Università del Piemonte Orientale, Vercelli


Discipline insegnate:

collaborazione agli insegnamenti di Filosofia politica e di Etica applicata


Aree di ricerca:

Filosofia politica, Filosofia morale


Argomenti di ricerca:

ragione pubblica, razionalità pratica, ragioni per l'azione


Percorsi di ricerca:

La mia attuale ricerca verte sull'analisi del ruolo dei concetti di coerenza, razionalità, e ragionevolezza nella determinazione di cosa si debba intendere con il termine “ragione pubblica”, e di conseguenza della possibilità di definire una classe di ragioni genuinamente pubbliche. Tale analisi infatti è volta esaminare la possibilità di una distinzione significativa tra ragioni pubbliche e non-pubbliche, ovvero tra argomenti e giustificazioni che siano accettabili, oppure al contrario non lo siano, nell'ambito della sfera pubblica, ossia in quegli ambiti di decisione che pertengono alle funzioni esecutive e legislative del potere della comunità politica, sia in sede propriamente istituzionale (ad es. coerenza, e/o razionalità, e/o ragionevolezza dei principi che regolano il comportamento delle istituzioni), sia in riferimento all'ambito allargato della formazione delle decisioni collettive che può essere definito come "sfera pubblica" (ad es. coerenza, e/o razionalità, e/o ragionevolezza della giustificazione di decisioni collettive). La domanda cui rispondere, in altri termini, è se vi sia effettivamente, e in tal caso quale sia, uno spazio per ragioni pubbliche che siano chiaramente distinguibili da altre ragioni, che possono invece essere considerate, ad esempio, prive di alcune delle condizioni necessarie per essere legittimamente impiegate a sostegno di una tesi in un dibattito pubblico sulla giustizia (anche se  non debbono essere necessariamente definite ragioni private). Proprio tali possibili criteri di validità vanno, a mio parere, indagati e giustificati.

Uno degli obiettivi principali del lavoro – e il primo dal punto di vista della logica del lavoro– è perciò quello di esaminare il contributo che il dibattito in ambito in etico e metaetico sulle ragioni per l’azione può fornire alla discussione sulla ragione pubblica, proprio a partire da un esame dei vari resoconti in competizione su cosa siano le 'ragioni' tout court. La ricerca cerca infatti di analizzare, in particolare, le conseguenze nell’ambito della filosofia politica di un ampliamento dei requisiti di razionalità che, nel dibattito etico e metaetico sulle ragioni, vanno di fatto spesso ben oltre al requisito di coerenza. Se si accetta infatti un nesso privilegiato tra il concetto di ‘ragione’ e quello di razionalità, un possibile arricchimento della nozione di razionalità può comportare non solo un relativo indebolimento del ruolo della nozione di ragionevolezza, che è invece spesso centrale nell’ambito delle dispute sulla giustizia, ma può anche rendere più debole, se non impossibile, la distinzione tra ragioni tout court e ragioni genuinamente pubbliche.

Nella letteratura etico-politica il requisito della coerenza è stato analizzato e discusso come elemento fondamentale della razionalità individuale, sia, ad esempio, nelle sue versioni "humeane", ossia intesa come razionalità puramente strumentale, sia nelle sue versioni "kantiane", nelle quali la razionalità gioca invece un ruolo pratico più ampio di guida anche nella determinazione dei fini. Queste differenti concezioni della razionalità sono state usate come modello normativo per le scelte pubbliche e il comportamento degli attori politici all'interno delle democrazie liberali in cui le decisioni collettive sono considerate frutto dell'"uso pubblico della ragione". In merito al requisito della coerenza, sarà dunque interessante esaminare se e come la discussione, in ambito specificamente politico, erediti tutti i dilemmi e i nodi irrisolti dei modelli normativi della razionalità elaborati dalla riflessione dei filosofi morali e degli economisti (senza trascurare il fatto che essa è posta di fronte ai problemi e ai vincoli che di quell’ambito sono specifici).

In primo luogo, dunque, si rende necessaria un’analisi del ruolo normativo del concetto di coerenza e una tassonomia dei possibili resoconti che di essa vengono forniti nei diversi approcci alla razionalità. Il requisito della coerenza può essere considerato per certi versi non controverso in quanto unanimemente accettato come requisito di razionalità. Un’analisi del requisito di coerenza come requisito normativo risulta dunque di particolare interesse dal momento che, seppure con un ruolo che può essere specificato in maniera differente a seconda di ciascuna concezione della razionalità, la coerenza sembra l’unica candidata a rappresentare un vincolo di tipo minimale, ossia una condizione necessaria affinché si sia razionali.

Tuttavia, sebbene tenda ad esserci accordo sulla coerenza come condizione necessaria di razionalità, la stessa convergenza non sussiste riguardo alla coerenza come condizione sufficiente. Anzi, si può dire che il modo in cui le diverse teorie si pongono al riguardo costituisce una delle spaccature o dicotomie centrali della teoria etica contemporanea. In particolare, molte delle critiche alla concezione humeana della razionalità sottolineano come essa si presti ad essere interpretata come una concezione della “razionalità-come-mera-coerenza” e che in virtù di ciò risulti inadeguata, in quanto insufficiente a rendere conto di molte della nostre intuizioni e aspettative su cosa sia razionale o irrazionale in sede di decisione. L’idea suggerita è infatti che il vincolo della coerenza, da solo, non consenta di rendere conto dei più semplici fenomeni di irrazionalità che dipendono da elementi di carattere sostanziale o da ulteriori requisiti formali.

Differenti approcci alla razionalità pratica sembrano dunque implicare (e/o presupporre) anche differenti concezioni del ruolo che la coerenza può giocare come requisito di razionalità. Per fare alcuni esempi, una concezione della razionalità-pratica-come-coerenza è spesso criticata (a) come troppo limitata in quanto come intuitivamente sembra che non sia sufficiente che un agente abbia credenze coerenti perché si possa dire che ha credenze razionali, ma che occorrono invece criteri ulteriori (ad es. verità) per essere giustificati razionalmente ad avere credenze sulla base delle quali decidere e conseguentemente agire (per poter escludere, ad esempio, che si possa giustificare come razionale il comportamento di chi infilza con uno spillone una bambola con l'intenzione e la convinzione di uccidere il proprio nemico); (b) secondo un'altra linea argomentativa si può anche sostenere che non è neppure sufficiente, per essere giustificati razionalmente, avere insiemi di credenze e motivazioni coerenti (quale che sia la diversa teoria della motivazione che si sostiene), che si combinano in modo ‘coerente’ tra loro (ad esempio, che, secondo il principio pratico mezzi-fini, soddisfino la coerenza dei mezzi con i fini) ma che occorrono credenze e motivazioni “in se stesse” razionalmente giustificate, o almeno giustificabili (ad es. il piromane o il serial killer secondo un qualche criterio di coerenza potrebbe essere considerato perfettamente razionale, per dichiarare le azioni razionalmente non giustificate occorrerebbe un criterio di razionalità ulteriore, sostanziale o formale, in base al quale credenze e motivazioni devono passare un test per essere considerate razionali); (c) un altro genere di questioni viene sollevato riguardo alla problematicità di una specificazione della coerenza come criterio normativo di stabilità di credenze, motivazioni e decisioni nel tempo: una nozione minimale di razionalità-come-coerenza non sembra infatti in grado di rendere conto di molte delle nostre intuizioni su ciò che è razionale fare (o continuare a fare) in contesti di scelta che richiedono piani a lungo termine, mentre una nozione di razionalità più complessa sembra richiedere criteri ulteriori a quello della semplice coerenza che ne delimitino e ne specifichino l'ambito (problemi di questo genere vengono spesso affrontati dalle teorie economiche della scelta razionale).

Dal lato, per così dire, empirico, la questione è inoltre resa ancor più complicata dal fatto che sebbene sembri che il requisito della coerenza debba essere considerato, proprio in quanto minimale, il requisito di più facile soddisfazione, si possono in effetti sollevare dubbi sul fatto che le cose stiano davvero in questo modo. Ciò emerge quando vengono introdotte considerazioni più dettagliate sulla nozione di coerenza che riguardano proprio problemi relativi alla definizione e all'applicazione di tale concetto e alla maggiore o minore portata che si attribuisce a tale nozione: quali devono essere gli oggetti da valutare secondo il criterio normativo della coerenza, preferenze, credenze, principi, giudizi, decisioni? Quali limiti ha l'applicazione del requisito della coerenza? Fino a che punto è razionale la coerenza nel tempo? E a che prezzo, ad es. è possibile e che la coerenza oltre certi limiti sia irrazionale in un calcolo costi-benefici?

Un altro nodo particolarmente problematico, e molto rilevante soprattutto per la discussione sulla ragione pubblica, è il rapporto tra coerenza individuale e coerenza collettiva (tale relazione, ad esempio, si è rivelata problematica soprattutto, e in particolare, nel dibattito sulla democrazia deliberativa, in relazione ai risultati di Arrow sui problemi di aggregazione delle preferenze).

Il concetto di coerenza, inoltre, sembra prestarsi a una duplice interpretazione, e spesso in modo relativamente indipendente rispetto ai diversi approcci circa la razionalità pratica; la coerenza può essere, infatti, intesa come: (a) un vincolo posto a preferenze, credenze o principi dei soggetti coinvolti nella deliberazione e dunque come criterio che governa la possibilità stessa di attribuzione a tali soggetti di preferenze, credenze o principi pratici sulla base dei quali la deliberazione si esercita [coerenza dell’input]; (b) oppure come vincolo sui possibili esiti del ragionamento e dei processi (ad es., coerenza dei fini con i mezzi, ovvero, efficienza), e dunque non come prerequisito ma come risultato della deliberazione [coerenza dell’output].

Una delle questioni fondamentali da risolvere è dunque a mio parere determinare che impatto hanno per la filosofia politica normativa questi diversi modi di concepire la coerenza, e di conseguenza, la razionalità, e il ruolo specifico giocato dalla coerenza nel definire ciò che conta come "razionale". In altri termini determinare se il requisito di coerenza sia davvero un requisito di razionalità – e se sì in che senso – e se sia davvero un requisito minimale, e se, in tal caso, risulti sufficiente a rendere conto delle nostre intuizioni sulla nozione di razionalità.

La soluzione di questa questione preliminare può mettere in luce l'eventuale necessità e il significato dell'adozione di teoria normativa della razionalità che non sia minimale e le relative conseguenze sulla definizione di cosa conti come una ragione, in generale e contribuire ad chiarire il modo in cui diverse concezioni della razionalità possano produrre resoconti differenti della distinzione fondamentale fra ragioni pubbliche e ragioni non-pubbliche. L’attuale dibattito sulle ragioni mette infatti in luce come il nesso tra razionalità e ragioni (per l’azione) sia oggetto di controversie e proponga modelli e interpretazioni incompatibili tra loro, già a livello dell’analisi della scelta individuale. Il disaccordo su cosa siano le ragioni per l’azione tout court ha prevedibili ricadute su cosa debba contare come ‘ragione pubblica’ e sembra pertanto rilevante considerare tali questioni di carattere metaetico. L’ipotesi di partenza sarà che il confine tra razionalità e ragionevolezza potrebbe dover essere ripensato: se infatti le ragioni tout court vengono definite in base a vincoli che devono sempre garantire un grado di reciprocità, legittimità, accettabilità interpersonale la distinzione tra ragioni ‘pubbliche’ e ‘non-pubbliche’ sembra poter essere messa in discussione. Se si accetta che le ragioni e la razionalità abbiano un rapporto privilegiato, se non esclusivo, che ruolo rimane alla ragionevolezza? E inoltre, sono in grado i vincoli di ragionevolezza di produrre, per così dire, ragioni ‘proprie’, le sole ragioni che dovrebbero poter essere accettata da cittadini ragionevoli o, in altri termini, quelle che dovrebbero essere le ragioni genuinamente pubbliche?

La ricerca è dunque volta a ridefinire i rapporti reciproci e le conseguenti implicazioni normative – anche in relazione a specifici casi di studio – tra le nozioni fondamentali di coerenza, razionalità e ragionevolezza, in riferimento alla loro applicazione nel dibattito sulla ragione pubblica e sulle ragioni pubbliche, al fine di chiarire come l'ampliamento o la riduzione della portata e del ruolo dell'una possa avere, e di fatto abbia, conseguenze rilevanti sul ruolo e la portata delle altre.

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