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Sorrentino Vincenzo

Nome e cognome
Vincenzo Sorrentino

Posizione attuale e sede universitaria

Professore associato - Università degli studi di Perugia

Discipline insegnate

Analisi del linguaggio politico (Lauree specialistiche)

Aree di ricerca

Filosofia politica contemporanea, Analisi dei linguaggio politico, Teorie della globalizzazione, Biopolitica.

Argomenti di ricerca

Il ricorso al segreto e alla menzogna nell’esercizio del potere politico

Il pensiero politico di Hannah Arendt

Globalizzazione, diseguaglianze e democrazia

Biopolitica, proprietà intellettuale e biotecnologie

Il rapporto tra verità e comunicazione pubblica

Il pensiero politico di Michel Foucault

Sintesi degli argomenti di ricerca

1) Un primo nucleo tematico ha riguardato il tema del potere invisibile, ossia del ricorso al segreto e alla menzogna nella politica moderna e contemporanea. Mi sono concentrato su alcuni temi specifici: le diverse forme del segreto e della menzogna, la neutralizzazione delle verità emerse dal disoccultamento, le implicazioni politiche dell’esistenza del potere invisibile e, infine, la categoria generale con la quale abbracciare le diverse forme che può assumere il ricorso al segreto e alla menzogna in politica. In merito alla prima questione, ho cercato di analizzare le due diverse funzioni del segreto, e cioè la sua funzione di “strumento di occultamento” e quella di “principio organizzativo”. Nel primo caso i soggetti attivi ricorrono ad esso per nascondere determinati fatti ai soggetti passivi e non per gli specifici effetti di potere che il segreto, in quanto forma di relazione interpersonale, può avere su questi ultimi. Abbiamo qui un primato del contenuto sulla forma del segreto. Nel secondo caso, invece, vale l’inverso, poiché il segreto viene adottato quale forma di dominio indipendentemente dai contenuti occultati, che possono essere privi di valore o non esistere affatto. In altre parole, i soggetti attivi si avvolgono di oscurità per rafforzare la propria presa sui soggetti passivi. Il ricorso al segreto è qui finalizzato all’organizzazione di un determinato ambito, ossia alla conformazione dei rapporti di potere al suo interno. Così come il segreto, anche la menzogna può avere significati diversi, in relazione ai quali è il suo stesso rapporto con il segreto a mutare. Essa può essere volta all'occultamento della verità, come accade ad esempio quando si mente soltanto perché non si riesce a dissimulare la verità; la menzogna è qui funzionale al segreto. Diverso è il caso in cui il ricorso ad essa ha come fine ultimo la costruzione di una realtà fittizia come avviene, ad esempio, nei tentativi di riscrivere la storia. L'occultamento diventa, allora, strumentale rispetto alla fabbricazione della verità, ed è dunque il segreto ad essere funzionale alla menzogna. Sulla base di queste distinzioni ho analizzato i diversi presupposti e le forme del ricorso al potere invisibile nelle democrazie e nei regimi totalitari.

Un altro tema che mi è parso rilevante ai fini di uno studio del potere invisibile è quello delle condizioni di neutralizzazione della verità, ossia delle condizioni che depotenziano la verità, la fanno cadere nel nulla, la rendono inefficace, dissociando la conoscenza della verità dalla sua forza d’urto, e cioè dalla sua capacità di scuotere i cittadini e indurli ad ostacolare il raggiungimento degli obiettivi perseguiti attraverso il potere invisibile. Se il segreto nasconde la verità e la menzogna mostra una pseudo-verità, la neutralizzazione svuota la verità. Essa, dunque, crea una terza parete protettiva oltre a quella del segreto e della menzogna. Ciò naturalmente è possibile soltanto perché la verità, anche se di per sé sconvolgente, può perdersi nel nulla. Infatti, l’impatto che una verità venuta alla luce ha sui soggetti passivi dell’occultamento è relativo al contesto in cui essa viene conosciuta, dipende dal sistema di coordinate in base al quale ci rapportiamo alla realtà, ossia da un insieme di condizioni che precede la conoscenza e la orienta; le condizioni di neutralizzazione della verità creano un contesto capace di rendere ininfluente tale conoscenza. In questa prospettiva, mi sono soffermato sugli effetti “neutralizzanti” che possono avere le ideologie, alcune forme di organizzazione sociale, la riduzione della verità a mera opinione o la teoria del complotto. Particolarmente rilevante mi è sembrata, inoltre, la questione delle implicazioni dell’esistenza del potere invisibile. Tale esistenza, infatti, non è un semplice ostacolo o un difetto della democrazia, ma un fattore di degenerazione di questa forma di governo, definita da Norberto Bobbio il «governo del potere pubblico in pubblico».

La ricerca sui nuclei tematici citati ha avuto come obiettivo di fornire un contributo alla delineazione di una “fenomenologia” del potere invisibile nella politica moderna e contemporanea. Da tale tentativo sono scaturite diverse pubblicazioni: alcuni saggi (tra i quali: La neutralizzazione della verità nella politica contemporanea, in “Democrazia e diritto”, 3, 1993; Marx: corruzione e strategie occulte nella democrazia moderna, in “Democrazia e diritto”, 2-3, 1994) e una monografia: Il potere invisibile. Il segreto e la menzogna in politica (La Meridiana, Molfetta 1998). Dopo la pubblicazione del libro ho continuato a lavorare sul tema, spostandomi però sul piano dell’analisi dei concetti politici. Il tema dell’esercizio occulto del potere naturalmente non è nuovo nel pensiero politico moderno e contemporaneo. Esso, infatti, è stato affrontato negli studi sul mascheramento ideologico, sul segreto di Stato e la ragion di Stato, e in quelli sul doppio Stato. Mi è sembrato importante, allora, cercare di analizzare l’”utilità” e i limiti di tali categorie. L’ipotesi di ricerca sulla quale ho lavorando è che queste figure concettuali non riescono a cogliere alcuni rilevanti aspetti del fenomeno; esse sono importanti ma insufficienti. Ho dunque cercato di mostrare le ragioni di tale insufficienza ed i motivi per cui la categoria «potere invisibile» sia preferibile alle suddette figure concettuali. Essa, infatti, è quella che riesce ad indicare meglio il fatto che con l’invisibilità è messa in gioco anche una certa visibilità del potere, che i significati assunti dal segreto e dalla menzogna sono sempre connessi ad una determinata conformazione del rapporto tra visibile e invisibile. La categoria «potere invisibile» mi sembra pertinente perché fa riferimento a ciò che costituisce l’elemento specifico che connota le strategie di potere che ricorrono al segreto e alla menzogna, ossia il fatto di giocare sulla dinamica visibilità/invisibilità. Allo stesso tempo, si tratta di una categoria abbastanza ampia da impedire che l’analisi resti imprigionata tra i confini di prospettive incentrate sulla considerazione di specifici strumenti (mascheramento ideologico e segreto di Stato) o logiche di potere (ragion di Stato e doppio Stato). Essa, infine, non essendo imperniata sul concetto di Stato, non si trova spiazzata nell’affrontare contesti in cui risulta in crisi la centralità di quest’ultimo. I primi risultati di questo percorso di ricerca sono contenuti in un saggio dal titolo “Figure dell’occultamento. Mascheramento ideologico, segreto/ragion di Stato, doppio Stato e potere invisibile”, pubblicato in “Democrazia e diritto” (n. 4, 1999).

Attualmente ho ripreso a lavorare sul tema del potere invisibile in vista di un approfondimento di alcune delle questioni affrontate nelle suddette ricerche.

2) Un secondo percorso di ricerca concerne il pensiero politico della Arendt, con particolare riferimento, oltre che al tema del segreto e della menzogna, anche a quello del male e del rapporto tra sfera pubblica e amor mundi.Com’è noto, sono due le idee centrali proposte dall’autrice, ossia quella, di derivazione kantiana, di “male radicale” e quella di “banalità del male”. In tutta la prima parte della sua riflessione la Arendt interpreta i regimi totalitari alla luce del concetto di male radicale: gli orrori connessi al progetto totalitario di dominio totale costituiscono un male “assoluto”, impunibile e imperdonabile, che ha motivi così bassi da andare al di là dell’umana comprensione. Il caso Eichmann, invece, indica alla Arendt che il male può essere separato da ogni profondità “diabolica”. Non la malvagità, ma la mera superficialità, l’incapacità di pensare e di giudicare e, dunque, la passività che porta a subire clichés e ordini, può indurre un individuo a commettere crimini terrificanti. Come scrive in una lettera a Gershom Scholem, la Arendt “cambia idea”, non parla più di “male radicale”, ma di banalità del male. E’ sul significato e le implicazioni di questo cambiamento di prospettiva che si è concentrato il mio studio, che ha cercato di mettere in luce alcune questioni irrisolte e aporie che, a mio parere, emergono dalla lettura dei testi arendtiani. I principali temi sui quali mi sono soffermato sono stati il rapporto tra la responsabilità personale e l’incapacità di giudicare e quello tra quest’ultima e il non-pensare. La chiave di lettura che propongo è che, in entrambi i casi, riemerge costantemente un problema che la Arendt mette da parte, ossia la questione dei moventi dell’azione – degli stimoli, di ciò che muove l’individuo, che lo spinge ad agire - e dei valori che la orientano. Per tale ragione la riflessione della Arendt finisce per essere lacunosa in relazione al problema delle “origini” del male. L’idea di banalità del male, infatti, può essere utile in quanto capace di rendere ragione del fatto che è possibile compiere il male in assenza di moventi malvagi. Sul piano sociale, la passività può spiegare l’obbedienza, la quale però rimanda a volontà mosse da intenzionalità precise. Il non-pensare può essere alla base del comportamento del singolo, ma non è sufficiente a spiegare l’origine del male inteso come fenomeno sociale. In altri termini, il non-pensare favorisce l’espandersi del male, ma non è alla sua origine. Si tratta di due piani diversi: la banalità del male riguarda dinamiche che agiscono al livello delle condizioni dell’espansione del male, mentre la tematica dei moventi e dei valori mette in gioco il problema delle origini del male, e cioè degli elementi che costituiscono le fonti da cui esso scaturisce.

Infine, ho cercato di riflettere sulle condizioni strutturali e sulle implicazioni politiche della nozioni di sfera pubblica, intesa, non come un mero spazio “dato” all’interno del quale gli individui interagiscono, ma come il correlato di pratiche. A tal fine ho assunto come punto di partenza la concezione, proposta dalla Arendt, della sfera pubblica quale “mondo comune” e “spazio dell’apparenza”, una concezione che implica il superamento della metafisica, intesa come teoria dei due mondi, ossia come teoria che postula l’esistenza di un “mondo vero” (coincidente con l’Essere) dietro il “mondo delle apparenze” (coincidente con la mera parvenza ingannevole). La metafisica va superata in quanto prospettiva correlata ad una profonda svalutazione dell’apparenza. Ho, dunque, cercato di analizzare il significato e le implicazioni politiche del nesso esistente tra tale valorizzazione delle apparenze e il rispetto per il “buio”, ossia per quelle dimensioni dell’esistenza che, a parere della Arendt, devono restare “invisibili”, vale a dire protette dalla luce del pubblico: ad esempio, la sfera privata o le intenzioni sottese all’agire.

Da tali ricerche sono scaturite diverse pubblicazioni: la traduzione e cura di due testi della Arendt (Verità e politica, Bollati Boringhieri, Toriono 1995), una monografia (La politica ha ancora un senso? Saggio su Hannah Arendt, a.v.e., Roma 1996), due saggi (Hannah Arendt. Origini e condizioni del male, in AA.VV., Il male politico. La riflessione sul totalitarismo nella filosofia del novecento, a cura di R.Gatti, Città Nuova, Roma 2000; "Amor mundi" e politica in Hannah Arendt, in “Rivista elettronica della Società italiana di filosofia politica”, wwww.sifp.it, dicembre 2006) e diversi articoli.

3) Un ulteriore itinerario di ricerca è quello che ha avuto come oggetto alcune questioni poste dai processi di globalizzazione alla teoria politica. In particolare mi sono concentrato sulle implicazioni politiche della crescita delle diseguaglianze, soprattutto tra le diverse aree del pianeta, che accompagna i processi di globalizzazione economica. La tesi che ho cercato di argomentare è che ci troviamo di fronte ad una sorta di “corto circuito” tra l’avanzare dell’ideologia democratica, veicolata dalla globalizzazione della cultura e dei sistemi di comunicazione, e l’aumento delle diseguaglianze, un “corto circuito” che tende a rendere sempre più insostenibili queste ultime e ad accrescere rivendicazioni democratiche che, nella misura in cui restano inevase, possono diventare fonte di conflitti anche violenti. Inoltre ho considerato alcune ricadute “antropologico-filosofiche” dei processi di globalizzazione in atto, volgendo l’attenzione in particolare al profilarsi di alcuni loro effetti “sradicanti”. L’ipotesi che ho cercato di argomentare è che siamo oggi in presenza di dinamiche che spingono un numero sempre crescente di persone fuori della propria “terra” di appartenenza, di processi il cui correlato antropologico ideale è rappresentato dall’individuo astratto, senza-terra. Le richieste di senso e di giustizia che la globalizzazione alimenta possono assumere, come è già avvenuto in passato, forme regressive. La globalizzazione dunque rischia, nel momento stesso in cui si fa portavoce del modello liberal-democratico su scala planetaria, di alimentare reazioni anti-liberali e anti-democratiche. I risultati della ricerca sono contenuti in alcuni articoli, tra i quali segnalo: Globalizzazione e sradicamento, in AA.VV., Culture e conflitti nella globalizzazione, a cura di E.Batini e R.Ragionieri, Olschki Editore, Firenze 2002.

4) Un quarto itinerario di ricerca ha avuto come oggetto alcune implicazioni politiche e sociali del processo di privatizzazione del vivente. Ne è risultato un saggio (Dalla privatizzazione alla “creazione” del vivente: proprietà intellettuale e biotecnologie, in AA.VV., Epimeteo e il Golem. Riflessioni su uomo, natura e tecnica nell'età globale, a cura di D.Belliti, ETS, Pisa 2004) all’interno del quale la tesi che ho cercato di argomentare è che gli imperativi che muovono l’attuale processo di globalizzazione hanno delle importanti ricadute sulla direzione assunta dall’innovazione tecnologica, sempre più orientata dalla logica della privatizzazione e della concentrazione della tecnologia, provocando un aumento della marginalizzazione di vasti settori della popolazione mondiale. La ricerca si è concentrata, oltre che su questi aspetti di natura economico-politica, anche e principalmente sul nesso tra forme di potere, bio-tecnologie e paradigmi di soggettività.

5) L’attività di ricerca svolta negli ultimi anni è stata condotta prevalentemente su Michel Foucault. Si è trattato di un lavoro che ha prodotto una monografia (Il pensiero politico di Foucault, Meltemi, Roma 2008) e diversi articoli. I nodi tematici sui quali si è concentrata la ricerca sono i seguenti: le pratiche attraverso le quali avviene la costituzione del soggetto; il rapporto tra discorso e potere; il potere come rete di relazioni e la critica della sovranità; biopolitica e razzismo; religione, secolarizzazione, pastorale; la funzione dell’intellettuale e il rapporto tra etica e politica; la libertà. Quest’ultimo ha costituito il tema centrale della ricerca: ho cercato di argomentare come, all’interno della riflessione del filosofo francese, si profilano, e talvolta si scontrano, paradigmi diversi di libertà, quali la trasgressione, l’autopoiesi radicale, la perdita di sé e la stilizzazione della propria esistenza. Partendo dalla constatazione che la pratica della libertà, per Foucault, è sempre un’esperienza del limite, ho provato ad argomentare l’ipotesi di lettura secondo la quale quest’ultimo è concepito almeno in tre forme diverse: come soglia, come tratto configurante all’interno di un gioco di forze e come ostacolo. La prima figura è correlata all’esperienza della trasgressione, all’interno della quale il limite è considerato come qualcosa che va superato, ma non annullato. La libertà qui coincide con l’atto dell’oltrepassamento e, come tale, ha bisogno che il limite riemerga continuamente. La trasgressione e il limite sono costitutivamente correlati, per cui la prima non va concepita come distruzione del secondo: essa è il movimento del superamento continuo del limite, in cui il riaffiorare di quest’ultimo, anche se con un volto nuovo, non costituisce un impedimento, bensì una condizione fondamentale del darsi dell’esperienza della trasgressione. La pratica della libertà, nella misura in cui coincide con tale esperienza, necessita del limite e non può dunque mirare alla sua cancellazione definitiva. Ritroviamo questo intrinseco nesso tra limite e libertà, seppure in una forma profondamente differente da quello che si dà nel movimento della trasgressione, là dove il limite viene concepito quale tratto configurante all’interno di un gioco di forze. Qui il limite rappresenta un’essenziale condizione di una libertà pensata quale pratica di stilizzazione dell’esistenza, all’interno di una rete di interazioni in cui, nietzscheanamente, non si dà alcun fattore ultimo incondizionato, ossia alcun sub-jectum. Le pratiche di sé sono delle complesse reti di relazioni che l’individuo stabilisce con se stesso e attraverso le quali trasforma se stesso dando una forma alla propria vita; tali relazioni sono a loro volta parte di un più ampio gioco di rapporti con il mondo “esterno”. La specifica configurazione che assume il sé attraverso queste pratiche è il frutto di rapporti tra forze in cui possono darsi diversi tipi di forze (ad esempio, paradigmi e contenuti di verità, desideri e principi morali) e di rapporto (ad esempio: la padronanza di sé o la rinuncia di sé). La libertà è qui concepita come una pratica immanente al gioco di forze configuranti il sé: il limite, in quanto linea che disegna i profili delle forme viventi, e dunque principio di differenziazione tra il sé e l’altro, è un presupposto della libertà, non un impedimento. Il discorso assume, infine, una piega diversa là dove il limite è un mero ostacolo da abbattere in relazione all’aspirazione ad una libertà incondizionata: in questo caso tra limite e libertà vi è un’opposizione radicale e non più una correlazione costitutiva. Nel corso della ricerca si è cercato di rendere l’articolazione interna di questi diversi registri, esplicitando gli orizzonti teorici ai quali essi sono riconducibili. Infine, ho provato a mettere in evidenza come, nell’ultimo Foucault, siano poste alcune importanti premesse teoriche per ricondurre le pratiche di libertà, almeno là dove esse sono concepite quali pratiche plurali e limitate di stilizzazione dell’esistenza, ad una sfera pubblica la cui configurazione emerge dall’integrazione del paradigma “genealogico”, incentrato sulla nozione di rapporto di forza, con quello “comunicativo”, incentrato sul primato dell’argomentazione razionale.

Attività di ricerca

-“Cosmopolitismo, democrazia e globalizzazione” (Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale. Cofinanziamento MIUR – 2002-2004). Coordinatore Prof. Giuliano Marini (Università di Pisa). R. Gatti: responsabile dell’unità di Perugia.

-“Trascendenza e politica: categorie e pratiche della secolarizzazione” (Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale. Cofinanziamento MIUR – 2004-2006). Coordinatore Prof. Giuliano Marini (Università di Pisa). R. Gatti: responsabile dell’unità di Perugia

-“Teorie e pratiche della sfera pubblica” (Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale. Cofinanziamento MIUR –2006-2008). Coordinatore Prof. Michele Nicoletti (Università di Trento). R. Gatti: responsabile dell’unità di Perugia

-“Democrazia, globalizzazione, cittadinanza multiculturale” (finanziato dalla Provincia di Perugia per gli anno 2004-2009); in questo ambito è stata realizzata la rivista internazionale “Cosmopolis” (in versione o line [www.cosmopolisonline.it] e cartacea)

 

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