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Gatti Roberto

 

• Nome e Cognome 

Roberto Gatti

Posizione attuale e sede universitaria:

Professore ordinario

Discipline insegnate:

Filosofia politica nella laurea triennale e biennale (mutuata anche da Scienze politiche, dove è presente solo nel triennio).

Aree di ricerca:

Filosofia politica moderna, con particolare riferimento al contesto culturale del Seicento e del Settecento francesi.

Filosofia politica contemporanea, con particolare riferimento alle teorie democratiche del Novecento e al tema della cittadinanza multiculturale.

Argomenti di ricerca (segnalo solo quelli attualmente in corso):

-Autobiografia e politica: Jean-Jacques Rousseau

-Componenti e implicazioni giuridico-politiche del giansenismo francese: Pascal, Nicole, Arnauld, Domat

-La secolarizzazione e il problema del male: itinerari di lettura nell’immanentismo moderno da Pascal a Kant (trattati per ora Pascal, Nicole, Voltaire, Rousseau, Kant)

-Il “male politico”: la filosofia del Novecento di fronte al fenomeno del totalitarismo

-Scetticismo e politica. Premesse per una critica del politico moderno: Montaigne, La Mothe Le Vayer, Charron, Pascal.

Sintesi parziale degli argomenti di ricerca

In un primo momento ho rivolto la mia attenzione allo studio di alcune rilevanti correnti del marxismo contemporaneo nell’Est europeo tra gli anni ’50 e ’70 del ‘900, con particolare riferimento a Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia (vedi, tra le varie altre pubblicazioni sull’argomento, il volume I marxismi all'opposizione nei paesi dell'Est, Città Nuova, Roma 1978 ). Nella misura in cui l'analisi di queste componenti del marxismo revisionista evidenziava la presenza di un significativo recupero di elementi essenziali del pensiero democratico moderno, si è manifestata l'opportunità di un'estensione del campo di indagine, finalizzata sia ad indagare implicazioni e valenze di tale recupero, sia ad esaminare alcune espressioni particolarmente significative delle teorie democratiche della modernità alle quali il pensiero politico marxista, fin dalle sue origini e in particolare nel nostro secolo, si è rivolto e collegato con più marcata insistenza.

In questa direzione è stato approfondito lo studio della filosofia politica di Rousseau, frequentemente collegata, nella tradizione filosofico-politica occidentale, seppur in modi diversificati, al pensiero di Marx. Il punto saliente e largamente comune della recezione del pensiero di Rousseau nell’ambito del marxismo è stato costituito, in un lungo periodo storico, dal progressivo delinearsi di una dicotomia -che del marxismo ha segnato a lungo la vicenda teorica, nonché le realizzazioni storico-istituzionali ad esso ispirate- tra la "vera democrazia" (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico,tr.ita cura di G. DellaVolpe, Editori Riuniti, p. 42) e i principi della democrazia liberale. Soltanto il revisionismo sviluppatosi -sia nel marxismo occidentale che in quello dei paesi del "blocco sovietico", proprio a partire dall'analisi delle esperienze storiche del "socialismo reale"- ha operato in modo da ricomporre, non sempre in verità senza lacune ed anche aporie, questa scissione. Il nucleo essenziale dei lavori dedicati al marxismo critico nei paesi precedentemente ricordati è costituito appunto dall'analisi dei modi e delle forme in cui si è configurata tale ricomposizione in un contesto culturale scarsamente studiato da questo punto di vista.

Allo studio specifico della filosofia politica rousseauiana e alla teoria democratica del ginevrino ho dedicato il volume Natura umana eartificio politico. Saggio su Rousseau, 1988.

L'ulteriore sviluppo della ricerca sulla filosofia politica di Rousseau ha evidenziato la necessità di un ampliamento di prospettiva rispetto al percorso già compiuto. Ciò nel senso che è emersa con sempre maggiore evidenza l'impossibilità di comprendere adeguatamente la riflessione rousseauiana relativa alla "società ben ordinata" senza aver costantemente presen­te l'esame che il pensatore ginevrino svolge della questione antropologica, a sua volta inseparabile dal tema religioso e, nell’ambito di quest’ultimo, dal problema della teodicea: ho assunto, come testo cruciale per documentare l’indissolubilità di tali nessi, la professione di fede del vicario savoiardo inserita nel libro IV dell’Emilio. Il nucleo essenziale dell’interpretazione che ho cercato di suggerire consiste nella sottolineatura della possibilità di rintracciare in Rousseau un percorso speculativo al centro del quale non sta il tema del "peccato sociale" (P.-L. Masson), quanto piuttosto l'idea che il male è annidato nell'interiorità del soggetto, in modo tale che la società viene a configurarsi non come causa,ma come oc­casione di esso. Ne deriva che, per guadagnare un angolo visuale adeguato sul­l'argomento, è necessario rimettere al centro la dimensione antropologico-filosofica rispetto a quella storico-sociale, poiché, in rapporto alla decisiva domanda sull'insorgere del male, è quest'ultima a ruota­re attorno alla prima e non viceversa, contrariamente a quanto sostenuto nell’ambito di una tendenza interpretativa fortemente sedimentata e accreditata negli studi sull’autore del Contratto sociale.

Entro tale orizzonte generale è risultata evidentemente inevitabile una precisazione quanto più rigorosa possibile dei contorni dell'antropologia filosofica di Rousseau. Si è cercato di assolvere questo compito mettendo in risalto, da un lato, la dinamica della "libertà" quale si delinea sullo sfondo del dualismo anima-corpo tematizzato in maniera si­stematica nell'Emilio a partire dalla decisiva influenza di Descartes, e, dall'altro, il tema della "faiblesse", cioè del­la fragilità, forse non sempre pienamente valorizzato in relazione all'argomento affrontato; è un tema chiaramente connotato da una sensibilità cristiana filtrata in modo particolare (anche se non esclusivo) attraverso il giansenismo. Se si adottano queste coordinate di riferimento, è possibile ottenere un accesso alla problematica del male in cui emergono in primo piano i processi che si svolgono nell'interiorità del soggetto umano, inteso come ente finito alle prese con i conflitti caratteristici di un "essere" non "semplice", ma "composto di due sostanze", "matière" ed "esprit", e costan­temente insidiato dalle lacerazioni che scaturiscono da questa sua peculiare "constitution" (Rousseau a C. de Beaumont, 1763). In tali dinamiche l'uomo esperisce, per un verso, insieme al valore della libertà, anche lo scacco sempre incom­bente su di essa -cioè la possibilità della perversione della volontà, dell' "abuso" di questa facoltà che pure lo contraddistingue (di qui la possibilità di istituire il rapporto con Kant)- e, per altro verso, gli effetti della sua intrascendibile finitudine, intesa come costitutivo ontologico, come vero e proprio orizzonte trascen­dentale dell'esperienza morale e politica, insomma come "quella debolezza costituzionale che fa sì che il male sia possibile" (P. Ricoeur). L'immagine dell'uomo così offerta da Rousseau ha decisive rica­dute nella sua riflessione politica (ed è questo il nesso che il primo lavoro sull'autore de Il contratto sociale non aveva approfondito). Tale riflessione, proprio nella misura in cui si sviluppa a partire dall'assunzione del vincolo costituito dagli "uomini come sono" -vale a dire nella loro non oltrepassabile fallibilità e nella loro intrinseca contraddittorietà-, sembra poter essere letta come espressione non certo di una vocazione potenzialmente totalitaria radicata nel “perfettismo” (Rosmini), quanto piuttosto, esattamente all’opposto, di un sostanziale antiperfettismo. Quest'ultimo costituisce il fondamento della teoria democratica elaborata nel Contratto sociale. Ciò, in particolare, nel senso che la democrazia viene a configurarsi come quel sistema di organizzazione della convivenza che fa tesoro delle acquisizioni di un'antropologia filosofica centrata sull'i­dea del limite, sulla consapevolezza della permanente possibilità del­l'errore, sull'accentuazione, quindi, della necessità di predisporre condizioni dì vita comune che consentano di pervenire a giuste deci­sioni non partendo dall'infallibile ragione di un individuo superiore (o della collettività), ma dal ricorso alla "raison publique". Quest’ultima è da inten­dersi come il risultato sempre provvisorio e imperfetto del confronto pubblico di razionalità individuali intenzionate al "bene comune" (ho evidenziato che si tratta di un modello di democrazia deliberativa scarsamente valorizzato nei dibattiti attuali sull’argomento).

D'altra parte, nella misura in cui l'anti-perfettismo viene condot­to alle sue conseguenze più estreme, può finire -come ac­cade nel Contrattosociale- per proiettare in una direzione fortemente pessimistica tutta la teoria della "società ben ordinata" e per esporre al dubbio radicale la possibilità stessa che il "diritto politico" possa trovare un'effettiva e duratura incarnazione storica. L' "arte" condotta al livello di "perfezione" attingibile con i mezzi umani può essere il rimedio ai mali che "l'arte in principio produsse nella natura"(Manoscritto di Ginevra). Ma il male che si annida nella natura -cioè quel male che riaffiora costantemente negli "hommes tels qu'ils sont"- insidia la perfezio­ne dell' "artificio" e sembra orientare l'ordine politico verso la deca­denza inevitabile: "Se Sparta e Roma sono morte, qual è lo Stato che può sperare di durare per sempre?" (Contratto sociale, libro III, cap.11).

Secondo quanto si è cercato di mostrare nel corso di questa parte della ricerca su Roussseau, la Nuova Eloisa e l'Emilio possono essere lette come opere nelle quali, a partire dallo scacco della società politica giusta, egli prospetta altre alternative di fronte all'incombere del male. Ma anche in questi casi alla fine emerge il fallimento e si evidenziano i caratteri di quella che Alexis Philonenko ha definito, con un'evidente e giustificata tonalità polemica nei confronti delle interpretazioni più consolidate, una "philosophie du malheur".

I risultati della ricerca condotta secondo i criteri appena delineati sono confluiti nel volume L'enigma del male. Un'interpretazione di Rousseau (Studium, Roma, 1996) e in vari articoli (mi limito a ricordare Rousseau e la fragile comunità: il legame sociale tra politica e rêverie, in Comunità, identità e sfide del riconoscimento, a cura di A. Pirni, Diabasis, Reggio Emilia 2007). Alcuni dei temi indicati sono reperibili anche nel testo Una fragile libertà. Esercizio di lettura su Rousseau (ESI, Napoli 2001).

A partire da qui ho sviluppato tre itinerari di approfondimento dei temi emersi nel corso dello studio di Rousseau.

a) Il primo è indirizzato allo studio del pensiero politico e giuridico di Pascal e, più in generale, del giansenismo francese del ‘600. E’ stato sollecitato dalla considerazione della rilevanza teoretica dei rapporti che legano Rousseau a Pascal e, in generale, alla tradizione giansenista (non è superfluo ricordare come Rousseau stesso rammenti l'impatto profondo del giansenismo sulla sua formazione spirituale e filosofica [Confessions, in Oeuvres complètes, I, p. 242]). La ricerca relativa alle componenti giuridico-politiche del giansenismo è tuttora in corso e si è andata configurando, nel suo procedere, come una ricerca intorno al tema che, molto in sintesi, si potrebbe compendiare nei termini di una critica del politico moderno, critica condotta però non attraverso il richiamo alla filosofia politica della tradizione, ma accettando, del politico moderno, le “categorie” portanti e i presupposti gnoseologici (Pascal qui è evidentemente figura assolutamente cruciale ed emblematica). I primi risultati di questo lavoro sono presentati, oltre che nel libro L’impronta di ciò che è umano”. Saggi di filosofia, PLUS, Pisa 2006 (in particolare, capp. I e II), in alcuni articoli, tra i quali segnalo: Teodicea politica?, “Hermeneutica” (numero monografico su “[in]Attualità del politico”), 2002; “Ne pouvant faire que ce qui est juste fût fort …”: sovranità e trascendenza in Pascal, in Politiche della vita, a cura di L. Bazzicalupo-R. Esposito, Laterza, Roma-Bari 2003; “Questo luogo di mezzo che ci è toccato in sorte”: note sul problema della giustizia in Pascal, a cura di S. Armellini e T. Serra, Giuffrè, Milano 2005; Voce “Politica”, in Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano 2006, vol. IX (per altri voci di argomento politico che ho redatto cfr. i vari volumi dell’opera); Sul carattere impolitico del moderno: Hobbes, Locke, Rousseau, in Forme del bene condiviso, a cura di Luigi Alici, Il Mulino, Bologna 2007.

Si veda anche, per quel che concerne Rousseau, la nuova traduzione, con apparato di note e introduzione, del Contratto sociale (Rizzoli, Milano 2005).

b) Il secondo itinerarioè costituito dal progetto di allargare la visuale sul tema del "male politico" (T. W. Adorno) alla filosofia del nostro secolo, tenendo conto in particolare di quegli autori che hanno affrontato il problema del male muovendo dall'esperienza del totalitarismo. Su questo secondo argomento ho curato un volume collettaneo che raccoglie contributi su H. Arendt, S. Weil, E. Stein, H. Jonas, P. Ricoeur, E. Voegelin, T. Adorno, A. Del Noce (Città Nuova, Roma 2000), e pubblicato una monografia (Il chiaroscuro del mondo. Il problema del male tra moderno e post-moderno, Studium, 2002), in cui vengono presentati, in maniera ancora provvisoria e volutamente non conclusiva, alcuni sviluppi ed esiti di un lavoro tuttora in fase di svolgimento. Si veda anche Il male assoluto e il problema dell’identità. Totalitarismo e nuovo principio politico, in Sul male. A partire da Hannah Arendt, a cura di E. Donaggio-D. Scalzo, Meltemi, Roma 2003.

Specifico alcune linee-guida della ricerca sull’ordine politico e il problema del male, in parte già impostate nei testi menzionati.

Vi è innanzitutto il tentativo di porre al centro dell’attenzione lo sviluppo dell’argomento nella filosofia politica moderna, poiché è da essa che abbiamo ereditato le categorie principali con l’ausilio delle quali oggi ragioniamo su di esso. Al centro dell’indagine sono stati collocati autori, tra cui Pascal, Voltaire, Rousseau, Kant, che si prestano in modo particolarmente adatto ad evidenziare alcuni nuclei tematici che fanno da guida in tutta la ricerca. Attraverso un percorso che si svolge nell’ambito di tale orizzonte di riferimento generale si punta a mettere in risalto come, nella riflessione filosofica, la caratteristica dominante del passaggio tra moderno e “post-moderno” consista nella progressiva separazione, annunciata già nell’Illuminismo (si pensi al Candide di Voltaire), tra i due poli che in una secolare tradizione di pensiero avevano posto le basi portanti per la riflessione sul tema oggetto del libro: quello costituito dall’interrogativo intorno alla natura e all’origine del male (“quid et unde malum?”), da un lato, e, dall’altro, quello rappresentato dall’individuazione delle possibilità (e dei limiti) della politica nei confronti delle varie manifestazioni che il male assume nella vita sociale, cioè della “sofferenza socialmente evitabile” (S. Veca). Tale separazione ha almeno tre rilevanti conseguenze. In primo luogo, comporta di non pensare più il problema del male in ciò che lo costituisce da sempre come sfida portata costantemente al pensiero e alla coscienza, cioè appunto con riguardo alla natura e all’origine di esso. Implica, altresì, evadere le domande che il male, esaminato non solo nelle sue radici ma anche nella sua realtà effettuale, pone sia relativamente agli aspetti storico-sociali che può assumere (l’iniquità nella distribuzione delle risorse, il mancato rispetto dei diritti della persona, la violenza), sia alle manifestazioni in cui la dimensione dello scandalo che spesso lo contraddistingue emerge con maggiore forza e crudezza: è lo spazio dell’ “eccesso del male”, che investe sia la sfera individuale che quella collettiva, come ha mostrato l’esperienza dell’olocausto e dei gulag, fenomeni irriducibili a ogni spiegazione (che inevitabilmente rischia di diventare, più o meno consapevolmente, giustificazione) di tipo storico o sociologico. Infine, tale posizione ha come effetto di lasciare la prassi politica priva di orientamento nella sua azione contro il male: questo è l’inevitabile effetto del divorzio tra riflessione filosofica ed esperienza del male, che a sua volta costituisce una delle espressioni che assume il congedo della ragione -tipico di molti indirizzi della filosofia contemporanea- dallo sforzo di misurarsi con le domande riguardanti le questioni ultime della condizione umana.

L’intenzione di fondo è di verificare la plausibilità, sul piano teoretico, di riconnettere le due dimensioni dell’indagine sul male e la politica alle quali si è fatto riferimento all’inizio. In mancanza di tale connessione rischia, tra l’altro, di risultare gravemente carente ogni tentativo di rispondere, con piena coerenza rispetto ai principi della democrazia, al “male politico” per eccellenza, cioè al totalitarismo (va precisato che la categoria “totalitarismo” è stata focalizzata e definita attraverso il confronto tra le interpretazioni, notoriamente diverse ma imprescindibili, di E. Voegelin, A. Del Noce, K. Löwith, H. Arendt).

Alcuni temi connessi all’ultimo punto accennato, quello cioè della democrazia e della cittadinanza nell’attuale fase storica, sono stati oggetto di alcuni articoli e volumi, tra cui menziono: Cultura cristiana y ciudad del hombre, in Cultura cristiana y accion politica, Fundacion Universitaria San Pablo, Madrid 1991; La politica tra regole del gioco e valori della persona: il problema della democrazia nel pensiero del '900, in Actas del I Congreso "Cultura europea" (Pamplona, 24-27 ottobre 1990), Pamplona 1992; Democrazia, ragione e verità, Massimo, Milano 1995; Democrazia in transizione, Edizioni Lavoro, Roma 1997; Ragione, verità, tolleranza: appunti su Kelsen, Popper, Rawls, in Ordine, conflitto e libertà nei grandi mutamenti del nostro tempo, a cura di D. Fiorot, Giappichelli, Torino 1995; Diritti di cittadinanza e metamorfosi della democrazia (Droits de citoyenneté et métamorphoses de la démocratie), in Educazione e futuro della democrazia. Per una nuova cittadinanza, ICIIM-SIESC, Roma-Parigi 1998; Libertà, uguaglianza, differenza: l’identità del cittadino nella società complessa, in S.Belardinelli-R.Gatti- G.Dalla Torre, Individuo e società. Il futuro della cittadinanza, San Paolo, Casale Monferrato 2000; Il buono, il giusto, i diritti: sul rapporto tra capitalismo e democrazia, in Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos, a cura di L. Alici, Il Mulino, Bologna 2004.

c) Sullo sfondo dell’itinerario che si snoda intorno al problema del “male politico” sta ovviamente il tema della secolarizzazione, che ho ripreso -traendo spunto dall’attuale dibattito sulla cosiddetta fase di “post-secolarizzazione” che attraverserebbe la civiltà tra la fine del secolo trascorso e l’inizio del nuovo- tentando di indagare le origini di alcuni momenti poco o nulla studiati del processo di secolarizzazione nella modernità, com’è quello che si configura in Francia nel confronto-scontro tra giansenisti e gesuiti nel ‘600. Un angolo visuale in molti sensi privilegiato per intercettare significati salienti di tale tema è la lettura delle Provinciali di Pascal e il confronto tra Provinciali e Pensieri (si veda, su ciò, l’articolo, in fase di pubblicazione, Il problema della giustizia in Pascal: un confronto tra le Provinciali e i Pensieri). Ma l’ulteriore obiettivo è di mostrare come sfuggano essenziali aspetti della secolarizzazione e dell’attuale presunta “post-secolarizzazione” qualora manchi, come sovente accade, il riferimento ad alcuni classici salienti della filosofia politica e religiosa (nonché della teologia) che sono imprescindibili per inquadrare il confronto su politica e religione entro un’ottica che non sia appiattita solo sull’orizzonte, inevitabilmente ristretto e parziale, della più contingente attualità.

Attività di ricerca (segnalo unicamente quelle dal 1999 in poi):

-“L’evoluzione del rapporto uomo-natura nella modernità: dal XVII secolo alle biotecnologie contemporanee. Implicazioni antropologiche, epistemologiche, etico-politiche” (Progetto dell’Ateneo di Perugia, 1999-2001).

-“Cosmopolitismo, democrazia e globalizzazione” (Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale. Cofinanziamento MIUR – 2002-2004). Coordinatore Prof. Giuliano Marini (Università di Pisa). R. Gatti: responsabile dell’unità di Perugia.

-“Trascendenza e politica: categorie e pratiche della secolarizzazione” (Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale. Cofinanziamento MIUR – 2004-2006). Coordinatore Prof. Giuliano Marini (Università di Pisa). R. Gatti: responsabile dell’unità di Perugia

-“Teorie e pratiche della sfera pubblica” (Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale. Cofinanziamento MIUR –2006-2008). Coordinatore Prof. Michele Nicoletti (Università di Trento). R. Gatti: responsabile dell’unità di Perugia

-“Democrazia, globalizzazione, cittadinanza multiculturale” (finanziato dalla Provincia di Perugia per gli anni 2004-2009); in questo ambito è stata realizzata la rivista internazionale “Cosmopolis” (in versione o line [www.cosmopolisonline.it] e cartacea)

-Nell’ambito dell’attività di ricerca si colloca anche il coordinamento, insieme a Giulio M. Chiodi, dei Seminari biennali sui classici della filosofia politica, con sede a Perugia, nati con il fondamentale apporto di Giuliano Marini (†) e realizzati con il costante contributo della comunità degli studiosi di filosofia politica (Atti finora pubblicati: La filosofia politica di Kant; La filosofia politica di Hegel; La filosofia politica di Locke; in uscita a febbraio La filosofia politica di Platone. Tutti per i tipi di Angeli, Milano)

-Un compendio ad uso didattico di alcuni temi della ricerca sono stati sintetizzati nel manuale universitario Filosofia politica, La Scuola, Brescia 2007.

-Dirige il sito on line della Società italiana di Filosofia politica (www.sifp.it); della Società è stato presidente negli anni 2004-2005.

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