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CALL FOR PAPERS (AltreModernità): Di nuove e vecchie schiavitù (deadline 30 giugno 2018)

 

Call for papers 1/2019

 

Si accettano articoli oltre che in italiano, in inglese, francese, spagnolo e portoghese.

Scadenze: invio articoli a amonline@unimi.it entro il 30 giugno 2018

 

 

 

Numero speciale AltreModernità: Di nuove e vecchie schiavitù

 

a cura di Thomas Casadei e Vincenzo Russo

 

 

Il termine schiavitù così come altre espressioni contigue - «traffico di schiavi», «tratta negriera», «commercio degli schiavi» - evocano quasi sempre immagini del passato.  

Eppure le immagini fotografiche che abbiamo scelto a mo’ di epigrafi – nel senso di iscrizioni che stanno «su, in cima» e quindi inaugurali di un testo ma anche rappresentazioni (grafiche e iconiche) incise simbolicamente sul tempo del presente – paiono contraddire la consolante constatazione di abitare un tempo ormai di “post-schiavitù”.

La schiavitù in quanto totale controllo di una persona su un'altra non è affatto finita. Come non smettono di metterci in guardia alcuni studiosi e studiose di vari ambiti del sapere come la sociologia, l’economia, la filosofia. Come non smettono di denunciare narratrici e narratori, poetesse e poeti, artiste e artisti, giornaliste e giornalisti del Sud e del Nord del mondo, dall’altro.

Pare davvero che la contemporaneità non sia rimasta immune dalle pesanti e complesse eredità della schiavitù, dalla sua produzione di stigmi razziali, di classe e di genere, dalle sue pervicaci tecnologie biopolitiche, dalle sue forme di violenza e di dominio.

Nonostante l’abolizione giuridica della schiavitù abbia rappresentato una tappa fondamentale del processo di civilizzazione, pensare che ciò sia coinciso con la sua reale scomparsa è una palese ingenuità: «La schiavitù non è una mostruosità del passato di cui ci siamo definitivamente liberati, ma qualcosa che continua a esistere in tutto il mondo, persino in paesi sviluppati come la Francia o gli Stati Uniti. Non c’è luogo della terra in cui gli schiavi non continuino a lavorare e sudare, costruire e soffrire» (Kevin Bales, 2000, p. 9).

Pare davvero che l’anno 2018 abbia poco da commemorare (come ricordano i manifestanti brasiliani della foto) al di là di una teoria di coincidenze cronologiche che hanno segnato le storie della schiavitù e quelle dei processi di emancipazione da essa: il 1 gennaio del 1808 terminava la partecipazione britannica alla tratta atlantica degli schiavi, e in questa stessa data la proibizione entrava in vigore anche negli Stati Uniti; il 13 maggio del 1888, la principessa Dona Isabel del Brasile firmava la legge Imperial n.3.353 passata alla storia con il nome di “Lei Áurea” che abolisce la schiavitù in Brasile, ultimo paese dell’Occidente a farlo; il 10 dicembre del 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo in cui si legge «nessuno deve essere tenuto in schiavitù o servitù; la schiavitù e il traffico degli schiavi devono essere proibiti in tutte le loro forme» (art. 4) veniva approvata dalla Assemblea generale dell’Onu.   

In ragione delle partizioni classiche secondo cui le forme della schiavitù hanno conosciuto storicamente riconfigurazioni giuridiche e culturali differenti in conformità con le differenti condizioni economiche e sociali sono riconoscibili «una schiavitù degli antichi» (antichità classica e medioevo) e una «schiavitù dei moderni».

Se, semplificando, la prima si fonda su una legittimazione d’ordine naturale che distingue il “libero” dallo “schiavo” che il diritto romano si preoccuperà di sistematizzare, la seconda è fondata su motivazioni di ordine sociale non disgiunta comunque da apparati giuridico-normativi e da processi che rimandano alla “natura”: indissolubilmente legata al progetto della modernità (dello Stato-nazione, del colonialismo, nonché della cittadinanza, in una specifica forma escludente). La schiavitù dei moderni – frutto del più ampio progetto coloniale - si intreccia indissolubilmente alla retorica della «razza».

L’elemento principale che accomuna realtà (anche molto diverse) come la schiavitù «degli antichi» e la schiavitù «dei moderni» è quello della proprietà legale accertata; gli schiavi sono oggetto di proprietà, una proprietà tutelata dal diritto e dal sistema giuridico che può essere, per questo, fatta valere dal padrone.

Come è stato osservato di recente (Casadei 2017), nello scenario odierno possono essere individuate diverse forme di schiavitù; esse uniscono modalità note come quelle connesse al lavoro forzato e disumanizzante nonché al fenomeno della tratta (cfr. Pérez Alonso [dir.] 2017; Bianchelli 2017), a inediti, specifici, caratteri: il riferimento principale è qui alle donne e ai bambini segregati e costretti con la violenza alla prostituzione, ciò che causa una peculiare forma di schiavitù sessuale (cfr. O’Connell Davidson 2005; Kara 2009; MacKinnon 2011; Patterson 2012) o ancora, ai matrimoni forzati e precoci, un fenomeno di riduzione in schiavitù, connotato dalla violenza di genere, per il quale le bambine sono date in sposa contro la loro volontà (cfr. Bello 2016; Tagliani 2017a e 2017b).

 
Un aspetto rilevante, nel contesto delle schiavitù contemporanee, è poi quello che riguarda le situazioni dei migranti e delle migranti che, alla ricerca di un lavoro, si ritrovano assai spesso vittime della criminalità organizzata e ingabbiati in forme di assoggettamento che contemplano la confisca e la segregazione del corpo, nella più completa violazione di ogni diritto umano (cfr. Milazzo 2017; Sciurba 2017).

Di vecchie e nuove schiavitù è fatto il nostro mondo. Come curatori di questo numero siamo interessati all’interrogazione teorica e critica delle realtà storiche e socio-economiche che hanno prodotto “schiavitù” così come alle rappresentazioni culturali (letterarie, artistiche, etc) che ne hanno decostruito le retoriche e i discorsi, scovato le pratiche e le politiche, riscattato i silenzi degli individui e delle collettività, restituito le memorie interdette o le voci silenziate.

Sollecitiamo colleghi e colleghi a mettersi in gioco – all’incrocio degli specialismi – per raccontarci, ognuno dal proprio punto d’osservazione linguistico e culturale e con gli strumenti della propria disciplina realtà e forme, simulacri e immaginari, memorie e post-memorie delle vecchie e nuove, visibili e invisibili schiavitù.

 

 

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