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Declinare la democrazia: popolo e sovranità in Rousseau e Bentham

Anna Maria Loche - settembre 2011 n primo luogo, i progetti di Rousseau e di Bentham non ebbero, di fatto, molta fortuna presso i contemporanei e gli immediati successori: se il modello proposto dal primo non poteva essere accolto dai grandi Stati nazionali liberali dell’Europa ottocentesca, quello benthamiano in quegli stessi ambienti doveva senz’altro apparire di ardua realizzazione. In secondo luogo, tra le due filosofie sussiste un forte divario teorico, in quanto quella di Rousseau poggia su un’originale concezione del contrattualismo problematicamente in relazione con il repubblicanesimo; quella di Bentham, invece, trova nell’utilitarismo la sua indispensabile giustificazione

Declinare la democrazia: popolo e sovranità in Rousseau e Bentham

 

1. Due diverse prospettive teoriche

Le rivoluzioni settecentesche e il conseguente mutamento di struttura, organizzazione e fondazione giuridico-costituzionale degli Stati nazionali suscitano nuovo interesse verso il concetto di democrazia, per lunghi secoli trascurato. Le categorie di “popolo” e “sovranità” e i termini in cui esse vengono interpretate, collegate, identificate sono una chiave di lettura fondamentale per comprendere i diversi modi in cui tale concetto viene declinato fino ai nostri giorni.

Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e Jeremy Bentham (1748-1832), pur partendo da prospettive per molti versi lontane, sviluppano teorie della democrazia che, analizzate alla luce del rapporto tra popolo e sovranità, mostrano momenti di contatto non secondari, insieme a profonde differenze; queste somiglianze e differenze sono utili per riflettere sul significato e le difficoltà che le forme della democrazia assumono nel dibattito successivo.

Credo sia corretto, prima di proseguire, premettere due osservazioni sulle quali non avrò modo di tornare. In primo luogo, i progetti di Rousseau e di Bentham non ebbero, di fatto, molta fortuna presso i contemporanei e gli immediati successori: se il modello proposto dal primo non poteva essere accolto dai grandi Stati nazionali liberali dell’Europa ottocentesca, quello benthamiano in quegli stessi ambienti doveva senz’altro apparire di ardua realizzazione. In secondo luogo, tra le due filosofie sussiste un forte divario teorico, in quanto quella di Rousseau poggia su un’originale concezione del contrattualismo problematicamente in relazione con il repubblicanesimo; quella di Bentham, invece, trova nell’utilitarismo la sua indispensabile giustificazione[1].

 

2. Il popolo sovrano nella democrazia di Rousseau

È noto che nel Contrat Social (1762) la democrazia è analizzata come una forma di governo che «il n’a jamais existé [...] et il n’en existera jamais» e che «ne convient pas à des hommes» (III, 4, pp. 404 e 406); la forma di Stato teorizzata nei primi due libri è, invece, definita “Repubblica”. Tuttavia è altrettanto noto che il modo in cui Rousseau elabora i concetti di Stato, di sovranità e di popolo rimanda a ciò che si sarebbe di lì a poco definito, senza più remore, “democrazia”.

Vorrei tentare di analizzare brevemente il problema del rapporto tra popolo e sovranità partendo dai capitoli 8-10 del II libro, dedicati al peuple, e preceduti da un’analisi della legge e del ruolo del Legislatore, sulla quale non è possibile soffermarsi; ma proprio al Legislatore Rousseau fa riferimento nell’incipit del capitolo 8, nel quale afferma che «le sage instituteur» (II, 8, p. 384) redige leggi non buone in sé, ma che, secondo la lezione di Montesquieu, siano adatte al popolo al quale sono destinate. A questo primo elemento identificativo del significato che il filosofo vuole assegnare al termine, bisogna aggiungere le conclusioni presenti nel capitolo 10 (II, 10, pp. 390-391), dove egli, interrogandosi su quale sia il popolo «propre à la législation», ne fa un ritratto che, ponendo le basi per l’affermazione della “supremazia” delle piccole repubbliche, lo disegna come innocente, giovane e quindi con tradizioni e costumi non troppo radicati. Inoltre esso deve essere «ni riche ni pauvre», ma deve «se suffire à lui-même», come il cittadino del quale poco dopo si dice che non deve essere né così ricco «pour en pouvoir acheter un autre», né così povero «pour être contraint de se vendre» (II, 11, pp. 391-392). È anche importante sottolineare che Rousseau parla espressamente non di una moltitudine, ma di un peuple, cioè di un gruppo di individui unito artificialmente da una convenzione (da un patto politico, dunque) o da qualche altro genere di «union d’origine» che gli assegni coesione. In questo senso penso si possa definire il peuple una “persona morale” che, non essendo mai stata soggiogata, si configura come portatrice di una vera e propria libertà politica. In quanto tale, il popolo, costituitosi grazie al patto teorizzato nel I libro, è insieme il soggetto e l’oggetto della politica nella Repubblica rousseauviana.

Il patto è opera di individui che, seguendo norme precise e immutabili (I, 6, p. 360), escono dallo stato di natura, riuscendo a risolvere «le problème fondamental»: la congiunzione di una forma di associazione sufficientemente forte e unitaria con una costituzione tale da permettere ad ognuno di rimanere «libre qu’aupravant» (Ivi). Da ciò nel progetto rousseauviano emergono sia il carattere normativo del patto (che non richiede una realizzazione ma indica un dover essere); sia la presenza di un elemento individualistico: gli individui che escono da uno stato prepolitico insostenibile e invivibile costruiscono, grazie alla clausola dell’alienazione totale, una comunità politica molto “compatta”, che si basa su un’indiscutibile uguaglianza di tutti i partecipanti e nella quale tuttavia la sfera del privato non viene cancellata, ma semmai reinterpretata in relazione alla comunità politica che è stata fondata. La chiave di tale reinterpretazione sta nella dialettica spiegata nei capitoli 6-8 del I libro, dove si delinea un costante rapporto, e anche un contrasto, tra pubblico e privato. In particolare, è utile avere presente il concetto di reciprocità sviluppato nel capitolo 7, che giustifica i complessi rapporti tra l’individuo che, «contractant [...] avec lui-même», come sovrano si impegna verso i privati e come «membre de l’Etat», e cioè suddito, si impegna verso il sovrano; nello stesso tempo il sovrano non può sottoporsi ad obbligo alcuno, poiché esso «par cela seul qu’il est, est toujours tout ce qui doit être». È in questo senso che l’individuo è libero se obbedisce alla volontà generale e che può comprendersi la contestatissima frase secondo la quale «quiconque refusera d’obéir à la volonté générale y sera contraint par tout le corps» (I, 7, pp. 362-364).

Con il patto e le conseguenti relazioni di reciprocità l’individuo prepolitico si trasforma, nel contempo, in cittadino e in suddito, in modo che, liberandosi dalle difficoltà dello stato di natura, sia in grado, come si dice nel fondamentale incipit del capitolo 8, di divenire un essere morale e giusto, capace di «consulter sa raison avant d’écouter ses penchants» (I, 8, p. 364). Nella filosofia di Rousseau, dunque, si delinea un concetto di sovranità che emerge dal patto stretto volontariamente dagli individui, i quali della sovranità stessa vengono a costituire l’ossatura sia in senso discendente (dal sovrano al suddito) sia in senso ascendente (dal suddito al sovrano); ciascun individuo, in modo egalitario rispetto a tutti i consociati, trasformatosi in cittadino e cioè in soggetto politicamente attivo, non solo partecipa in modo diretto alla costruzione dello Stato, ma di questo pone anche le basi costituzionali. In questa sede sono costretta a tralasciare una discussione sul significato della figura del Legislatore in relazione a tali argomenti, cosa che approfondirebbe il discorso, ma non ne muterebbe il senso di fondo; tuttavia credo di poter ugualmente affermare che alla vita politica dello Stato l’individuo come cittadino e suddito partecipa in quanto è diventato popolo, in quanto ne è protagonista, in una certa misura e sotto un certo riguardo, attivo e quindi in quanto sovrano.

Da questo punto di vista possono essere analizzati i caratteri della sovranità delineati nei primi capitoli del II libro, dove essa viene posta in relazione alla volontà generale, la quale ha il compito di dirigere l’azione del sovrano, in modo da “organizzare” i rapporti di reciprocità cui si accennava. Lo Stato, e quindi il corps politique quando «il est passif» (I, 6, p. 362), ha bisogno della volontà generale per dirigere le proprie forze «selon le fin de son institution» (II, 1, p. 368) e cioè verso il bene comune, dove si realizza, trascendendo le particolarità, l’accordo degli interessi privati. La sovranità, come esercizio della volontà generale, è però anche la volontà del corps du peuple. In questa identificazione del popolo (come insieme di individui che hanno compiuto una sorta di rigenerazione politica tramite il patto) con il sovrano sta il senso della democrazia di Rousseau. Il popolo dei capitoli 8-10 del II libro non è altro che questo stesso popolo in una sua versione più “semplice”: è il popolo delle origini, non corrotto, che può partecipare da protagonista alla vita politica ed è quindi la sovranità. La democrazia è possibile nella prospettiva di Rousseau solo ove si realizzi tale processo identificativo. Non si potrebbe parlare di democrazia non solo se non vi fosse coincidenza tra popolo e sovrano, ma neppure se il popolo non fosse l’unificazione degli individui che entrano nella politica, facendosi insieme cittadini e sudditi: tenendo conto dei rapporti di reciprocità, la democrazia implica l’identità di popolo e sovranità, unica condizione per salvaguardare i principi di libertà e uguaglianza che Rousseau pone alla base del suo “diritto politico”.

 

3.  Il popolo e la sovranità nella democrazia di Bentham

La teoria della sovranità in Bentham ha una gestazione lunga e complessa, ma non è un caso che il collegamento con il concetto di popolo avvenga nel Constitutional Code (1830), in cui egli espone con chiarezza il suo modello di democrazia rappresentativa e che è, tra l’altro, la prima opera in cui questo modello viene organicamente elaborato nella filosofia politica occidentale.

In via preliminare, credo sia necessario ricordare che la matrice utilitaristica implica che nella filosofia benthamiana si intersechino e vicendevolmente completino un elemento individualistico, per il quale ciascuno tende a realizzare il proprio utile o la propria felicità, ed uno, per dir così, “collettivo”, secondo il quale qualsiasi fine individuale si realizza al meglio solo ove si tenga conto del gruppo a cui l’individuo fa riferimento. Inoltre Bentham con il passare degli anni matura una concezione antropologica sempre più pessimistica, secondo la quale l’essere umano non è in grado di cogliere autonomamente quest’ultimo assunto; quindi, per quanto riguarda la politica, costui è incapace di capire come il perseguimento della felicità individuale non possa avvenire, se non entro certi limiti, a discapito del benessere altrui e come solo il maggior ampliamento possibile del greatest happiness principle sia garanzia per l’ottenimento di una forma accettabile del suo benessere. Anche in Bentham, dunque, come in Rousseau (sebbene con prospettive e risultati differenti) è presente una complessa relazione tra individuo e collettività, senza tener conto della quale non può comprendersi la sua scelta del modello democratico; questa infatti si basa sulla convinzione che la democrazia, essendo lo strumento migliore per evitare il malgoverno, consente di realizzare il principio della massima felicità per il maggior numero.

Nel Code Bentham delinea una democrazia rappresentativa nettamente scandita nel suo ordine interno, alla cui base è individuabile un rigido sistema di checks e securities nel quale riveste un ruolo insostituibile il concetto di sovranità popolare. L’intero sistema è reso possibile da una struttura piramidale tra le Authorities, che, semplificando, si potrebbero definire una rivisitazione molto libera, per un verso, dei poteri montesquieviani e, per un altro, di quelli emergenti dalla costituzione degli Usa. Le Authorities, che, per un complesso meccanismo di rapporti, racchiudono le funzioni statuali e governative, sono 4 e cioè, in ordine di importanza, «1. The Constitutive. 2. The Legislative. 3. The Administrative. 4. The Judiciary» (IV,1, p. 26). Sorvolando su queste ultime due, la relazione tra popolo e sovranità passa tra Costitutivo e Legislativo e il modo in cui tale relazione viene elaborata è il nucleo della teoria della democrazia benthamiana.

L’autorità costitutiva, precisa Bentham, «is in the whole body of Electors [...], in the whole body of the inhabitants» (V, 2, p. 29), con l’esclusione solo delle donne, dei minorenni, degli analfabeti e degli stranieri di passaggio (V, 3, p. 29): in questo senso va letto l’unico articolo del capitolo III del Code per il quale «the sovereignty is in the people» (III, 1, p. 25). Il popolo formato dai cittadini che votano, è, dunque, il sovrano e la sua funzione si definisce “costitutiva” perché esso, direttamente o indirettamente, assegna il ruolo loro proprio a tutti coloro che svolgono una funzione nello Stato: esso, precisa Bentham, fa in modo che tutti i detentori delle altre Authorities nello Stato «are what they are» (V, 1, p. 29). Tuttavia, per la struttura piramidale dei poteri, il Constitutive si relaziona in prima istanza con il potere legislativo, i cui membri sono scelti per via elettorale. Peraltro, questa dipendenza diretta è ciò che consente al Legislativo di essere sovraordinato rispetto alle altre Authorities.

Il popolo, come sovrano, svolge pochi compiti, ma quello «to depute and locate [...] the members composing the Legislative; and eventually [...] to dislocate them» (IV, 2, p. 26) è senz’altro quello principale e più significativo. Ciò comporta la contrapposizione di una funzione limitata, ma fondante, propria del Constitutive, a un’altra ampia, propria del Legislative, definito «omnicompetent», ma sottoposto a stretti controlli (VI, 1, pp. 41-42). Il popolo, così, è sovrano in prima istanza perché manifesta la propria volontà eleggendo e destituendo coloro che svolgono la funzione legiferante.

Secondo la concezione imperativistica e volontaristica da Bentham precedentemente teorizzata, la volontà sovrana ha la sua espressione nella legge; ciò potrebbe significare che nella sua filosofia siano avvenuti non irrilevanti mutamenti di paradigma. Infatti il detentore del supreme power del Fragment on Government (1776) o il sovereign di Of Law in General (1780 ca.) sembrano avere un rapporto più diretto e immediato con la funzione legiferante; ma è proprio la mediazione che si produce tra popolo sovrano e Legislativo a fare in modo che la democrazia, introducendo una forte e vasta attività di controllo, eviti il misrule. Si potrebbe quindi dire che, rispetto allo sviluppo interno della filosofia di Bentham l’elemento dirompente è quello dell’elaborazione del concetto di popolo cui viene attribuita la sovranità; infatti, questo, come corpo, non può volere il malgoverno che impedisce la realizzazione del greatest happiness principle: è in vista di questo fine che ci si sforza di trovare i modi migliori per organizzare la società; ciò secondo il Bentham della maturità è possibile solo se al popolo si assegni la funzione sovrana, che consiste nella scelta di chi tecnicamente lo governerà.

Un potere legislativo forte, ma subordinato al popolo implica un’accezione delle categorie di sovranità e potere legislativo che pongono in atto una sorta di “collaborazione” per rendere operativa la volontà popolare. Non credo che sia un caso, infatti, che Bentham definisca con il termine Authority sia il Costitutivo sia gli altri poteri dello Stato; in questo modo egli riesce ad assegnare a ciascuno di essi una valenza costituzionale precisa e priva di genericità; né è, per altro verso, un caso che, nella relazione tra le Authorities, il Constitutive si contrapponga alle altre tre, definite con il termine collettivo di Operative (IV, 6, p, 27).

Questa struttura di base della democrazia ha necessità, come si accennava, di un sistema di controlli atto ad evitare che chi governa approfitti del potere di cui è inevitabilmente investito; grande spazio è dedicato nel Code a una minuziosa elaborazione di tale sistema. Chi detiene il potere deve, cioè, essere sottoposto a un monitoraggio costante della sua condotta pubblica. Senza la democrazia dei controlli la felicità del maggior numero non sarebbe raggiungibile: questo è lo scopo del progetto benthamiano e spiega il suo modello di democrazia come strumento per un fine, dando ragione del fatto che la democrazia non possa essere intesa, in questa prospettiva, come dotata di una valenza normativa autonoma. Il sistema dei controlli utilizza un’ampia serie di meccanismi e strumenti. È però solo il Costitutivo, in quanto sovraordinato rispetto a ogni altro potere dello Stato, ad essere la base dell’intero sistema dei checks. Inoltre, i membri del Costitutivo, tramite il voto, aggiungono al sistema istituzionale dei controlli il giudizio sulle aptitudes, sulle capacità cioè dei governanti o degli aspiranti tali di svolgere correttamente e per il fine previsto i compiti loro propri.

Si può quindi concludere che la vera garanzia della democrazia sta, per Bentham, nella stretta relazione tra Constitutive e Legislative, nell’assegnazione al popolo di una precisa Authority e nella individuazione in esso della fonte primaria, originaria del sistema di checks e securities che consente la realizzazione del fine della democrazia stessa: il malgoverno può essere dunque evitato e la felicità del maggior numero perseguita solo se questa Authority è formata dal popolo quale corpo elettorale.

 

4. Le difficoltà della democrazia

In questo contributo non ho voluto ricordare il tema noto dell’opposizione teorica che passa tra la democrazia diretta di Rousseau e la democrazia rappresentativa di Bentham. Mi è sembrato più interessante invece sottolineare alcuni motivi che, ponendosi su piani di discorso paralleli e diversi piuttosto che divergenti, negli sviluppi successivi del dibattito sulla democrazia hanno forse offerto un contributo per riflettere sulle varie sfaccettature di questa complessa e contraddittoria categoria della filosofia politica.

I due modelli sono declinati in modo differente per una molteplicità di motivi, alcuni dei quali  ho già ricordato in apertura di questo contributo; ma ve ne sono anche altri che ho cercato di sintetizzare nella mia rapida analisi. In primo luogo, se per Rousseau le clausole del patto che fonda la Repubblica probabilmente non sono mai state «formellement énoncées» (I, 6, p. 360) e per questo il suo ideale di democrazia si pone su un piano normativo, per Bentham è importante che la sua proposta possa trovare anche una concreta realizzazione. Un altro motivo significativo è rintracciabile nel carattere “autodiretto” della democrazia rousseuaviana, la quale è di per sé un fine, un valore, che si contrappone al carattere “eterodiretto” di quella benthamiana, mezzo per il fine del greatest happiness principle. Inoltre i due filosofi pongono un’interessante relazione tra popolo e sovranità da un lato e individuo e collettività da un altro nell’esigenza, comune, di salvaguardare una prospettiva individualistica (più forte, senza dubbio, in Bentham, ma tutt’altro che assente in Rousseau) con la convinzione che la politica trova la sua realizzazione più efficiente (Bentham) o l’unica possibile (Rousseau) ove si tenga conto della comunità di riferimento. Tuttavia ciò che ho cercato soprattutto di porre in luce è che mentre per Rousseau, una volta che si stringe il patto, il popolo e il sovrano si formano contemporaneamente, cosicché essi  sono immediatamente la stessa cosa; per Bentham popolo e sovrano sono cose diverse che vengono a coincidere: il popolo, in altri termini, assume le funzioni della sovranità, non è necessariamente la sovranità.

Questo insieme di elementi mi sembra dimostri come il contributo offerto dai due filosofi alle successive teorie che si sono sforzate di chiarire il complesso concetto di democrazia e di discuterne le difficoltà passa fra e utilizza trasversalmente le categorie centrali di popolo e sovranità.

 

Annamaria Loche

 

 

 

 



[1] Dato il poco spazio concesso a questi contributi, dovrò sacrificare i riferimenti che sarebbero invece indispensabili alla letteratura critica; me ne scuso. Per lo stesso motivo non potrò neppure citare direttamente lunghi brani dei due filosofi. Le brevi citazioni saranno tratte esclusivamente da: Jean-Jacques Rousseau, Du Contrat Social, texte établi et annoté par R. Derathé, in Œuvres complètes, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Paris 1964, vol. III (indicherò il libro in numeri romani, il capitolo e la pagina in numeri arabi); Jeremy Bentham, Constitutional Code, vol. I, edited by F. Rosen and J.H. Burns, in The Collected Works, Clarendon Press, Oxford 1983  (indicherò il capitolo in numeri romani, l’articolo e la pagina in numeri arabi).



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