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SCIUTO Cinzia

CITTADINANZA COSMOPOLITICA. TRA KANT E IL NOVECENTO

INFORMAZIONI COMPLETE
nome
cognome
indirizzo
e-mail
sito web
Cinzia
SCIUTO
cinziasciuto@yahoo.it
università
dipartimento
facoltà
La Sapienza-Roma
Studi filosofici ed epistemologici
Filosofia
ciclo e titolo del dottorato
XXI - Filosofia
tesi
titolo
relatore
data
CITTADINANZA COSMOPOLITICA. TRA KANT E IL NOVECENTO

non specificata

sintesi

La ricerca che propongo ha l’obiettivo di analizzare i principali problemi concettuali - che sono anche problemi politici e giuridici - che sono implicati dall’idea di diritto cosmopolitico. La tesi che si tenterà di sostenere è che sia possibile pensare una cittadinanza cosmopolitica degli individui senza dover necessariamente pensare ad uno Stato mondiale. La ricerca avrà come riferimento teorico principale Immanuel Kant, che è stato il primo ad usare l'espressione “diritto cosmopolitico” in una accezione propriamente giuridica e politica. A questa precisa accezione, lontana da un'idea vagamente filantropica di cosmopolitismo, è nostra intenzione tenere ancorato questo lavoro. La prima parte della ricerca avrà come oggetto il diritto cosmopolitico in Kant. Si porrà particolare attenzione al ruolo sistematico che il diritto cosmopolitico occupa nella dottrina del diritto kantiana. Nella prospettiva teleologica propria di Kant il diritto cosmopolitico è non già semplicemente una parte del diritto, parallela ad altre dalle quali si distingue per campi di applicazione, ma il concetto stesso di diritto pienamente dispiegato. Non si potrà dunque fare a meno di analizzare l’intera struttura della dottrina del diritto, rilevando le relazioni che intercorrono tra diritto innato, diritto privato e diritto pubblico: quest’ultimo, che si realizza pienamente nel diritto cosmopolitico, è il prodotto della sussunzione del primo (universalità della legge) nel secondo (il fatto della coazione reciproca). Il ruolo sistematico del diritto cosmopolitico nella dottrina del diritto kantiana ha delle importanti conseguenze giuridico-politiche: a) innanzitutto il diritto cosmopolitico non si pone come una semplice opzione giuridico-politica tra le altre ma come la piena (e l’unica possibile) realizzazione del concetto stesso di diritto: finché non si avrà una costituzione cosmopolitica, il diritto non avrà pienamente realizzato se stesso: b) in secondo luogo il diritto cosmopolitico, in quanto massima espressione del diritto pubblico, si costituisce come una sintesi tra il diritto innato e – si ponga attenzione a questo punto – il diritto privato. Il che significa che, per Kant, l’influsso reciproco tra arbitri, la reciproca coazione tra libertà sono condizioni necessarie dello stesso diritto cosmopolitico. Assumendo la prospettiva kantiana dunque, diventa problematico limitare il diritto cosmopolitico all'ambito di quelli che oggi chiamiamo diritti umani, i diritti soggettivi inviolabili dell'uomo in quanto tale, ma esso deve tenere conto necessariamente dei rapporti di forza materiali tra individui (della coazione tra arbitrî, in termini kantiani). Il fondamento della necessità di questo rapporto tra diritto cosmopolitico e diritto privato è radicato nella nozione stessa di diritto. Il diritto è reso necessario da una circostanza empirica che è allo stesso tempo contingente (priva cioè di una necessità metafisica) ma inaggirabile: la terra è rotonda. Lo spazio fisico in cui si muovono gli arbitri è limitato e dunque il loro influsso reciproco è inevitabile. L’atto giuridico primordiale è la presa di possesso del suolo. La prima relazione giuridica tra arbitrî si costituisce, inevitabilmente, nel diritto privato. Si noti che Kant, già nel definire lo spazio giuridico tout court, e non lo spazio specifico del diritto cosmopolitico, prende in considerazione la terra tutta e tutti gli arbitri che su di essa inevitabilemente si incontrano. Il diritto non può non essere cosmopolitico, diritto dell’intero spazio giuridico. Dopo aver messo a fuoco il ruolo e il significato del diritto cosmopolitico nella dottrina del diritto di Kant, la ricerca si concentrerà su quello che a noi sembra essere il nodo concettuale più problematico: chi è il soggetto politico del diritto cosmopolitico. Seguendo la lezione di Kant non si può che affermare che i soggetti del diritto cosmopolitico, come del diritto tout court, siano gli arbitrî, cioè gli individui in quanto liberi. E’ stato Kant il primo ad intuire, con grandissimo anticipo rispetto al processo storico che ha portato oggi ad una globalizzazione senza precedenti, la necessità di introdurre gli individui, in quanto persone - cioè soggetti morali - come soggetti delle relazioni internazionali. Il terzo articolo del trattato Per la pace perpetua definisce il diritto cosmopolitico come “un diritto di visita, che spetta a tutti gli uomini” , cioè come un diritto della persona fondato sulla originaria comunanza del possesso della superfice della Terra. Nella Rehctslehre, opera dottrinaria e sistematica e non scritto politico d’occasione come il progetto Per la pace perpetua, gli individui sono considerati soggetti di diritto già nel diritto delle genti: “nel diritto dei popoli si considera non semplicemente un rapporto di uno Stato intero verso l’altro, ma anche di singole persone di uno Stato verso singole persone dell’altro così come verso l’altro intero Stato stesso” (corsivo mio). E’ il diritto delle genti che prevede un “congresso permanente degli stati” , una unione che “non deve comportare alcun potere sovrano (come una costituzione civile) ma invece solo un’associazione (federalità): una lega che può essere sciolta in ogni momento” . Mentre il diritto cosmopolitico si configura come la “possibile unione di tutti i popoli, in vista di certe leggi universali del loro possibile commercio”. Centrale è l’idea che gli uomini siano soggetti del diritto internazionale in quanto persone, e non in quanto individui naturali nè in quanto cittadini di uno Stato. La soggettività cosmopolitica, quindi, non è una soggettività mediata dallo Stato di appartenenza. Il principale problema è se e come si possa essere persone a prescindere da un ordinamento statuale. In altri termini se si possa essere soggetti di diritto, cioè persone, senza essere cittadini di uno Stato. Oppure se bisogna pensare piuttosto ad una cittadinanza cosmopolitica. Ed infine se una tale cittadinanza cosmopolitica possa fare a meno della forma statuale. Si farà ovviamente riferimento alle recenti elaborazioni teoriche di Jürgen Habermas che suggerisce l’idea che “lo Stato non è affatto un presupposto necessario per gli ordinamenti costituzionali” (L’Occidente diviso, p. 132) e ipotizza una costituzione cosmopolitica a multilivello. Sul piano strettamente teorico ci avvarremo di alcuni strumenti concettuali elaborati da Hans Kelsen. Innanzitutto la demistificazione operata da Kelsen del concetto di “persona giuridica”: la persona giuridica non è un ente naturale ma un insieme di relazioni giuridiche. Dunque la persona è costituita da un ordinamento giuridico, non c’è soggetto di diritto senza un ordinamento giuridico che lo costituisce. D’altro canto però - sempre sulla scorta di Kelsen - non è affatto necessario che un tale ordinamento giuridico sia quello di uno Stato. Lo Stato, per Kelsen, è semplicemente un ordinamento giuridico con un alto grado di accentramento e non è certamente l’unico che ha la possibilità di conferire capacità giuridica ai soggetti. Queste considerazioni di Kelsen aprono la strada alla possibilità di una soggettività cosmopolitica degli individui, fondata certamente su un qualche ordinamento giuridico positivo, che però non implica necessariamente la costituzione di uno Stato mondiale. La convivenza di una soggettività giuridica cosmopolitica non mediata delle persone con quella degli Stati nazionali così come li conosciamo oggi implica poi una revisione della nozione di sovranità. Anche su questo fronte sarà utile l’opera di demistificazione operata da Kelsen a proposito della presunta sovranità assoluta degli Stati, giudicata dal giurista esclusivamente un pretesto ideologico per il mantenimento del potere. La soggettività internazionale delle persone non contraddice la sovranità degli Stati per il semplice motivo che una tale sovranità non è un attributo reale dello Stato ma uno strumento ideologico.

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