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SCHEPIS Maria Felicia

IL SILENZIO CHE RESTA. LA POLITICA TRA CRISI E MUTAMENTO NEL PARADIGMA EBRAICO

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Maria Felicia
SCHEPIS
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università
dipartimento
facoltà
Messina
Studi Politici e Sociali V. Tomeo
Scienze Politiche
ciclo e titolo del dottorato

XVII ciclo - Analisi e Teoria dei mutamenti delle Istituzioni Politiche, Sociali e Comunicative

tesi
titolo
relatore
data

IL SILENZIO CHE RESTA. LA POLITICA TRA CRISI E MUTAMENTO NEL PARADIGMA EBRAICO

Prof.ssa Domenica Mazzù

non specificata

sintesi

La tesi individua nel modello ebraico una prospettiva politica del tutto particolare all’interno della quale è riconoscibile la funzione soteriologica del silenzio. Per l’ebreo, infatti, il silenzio - il silenzio di un Dio che fa avanzare verso il suo mistero non ancora svelato - lungi dall’essere in opposizione negativa alla parola, è elemento costitutivo della Parola stessa, come uno iato scavato in essa che ne sospende la pienezza, rendendola intreccio di comunicabile e incomunicabile, di dicibile e indicibile. Il silenzio, secondo questo paradigma, mette in crisi ogni pretesa di compimento, trovando invece nell’incompletezza il segreto del durare. Tale prospettiva si riflette nella concezione non più spaziale della città, lanciata oltre ogni riposare, oltre ogni stare, e dunque, incompatibile con il modello statuale costruito secondo i canoni del moderno logos occidentale. Ciò emerge dalla riflessione, in chiave mitico-simbolica, su tre episodi biblici paradigmatici: 1) la distruzione dell’universo babelico, interpretato come il tentativo di costruire una totalità; 2) l’interruzione del cerchio danzante interno al vitello d’oro durante l’esodo nel deserto; 3) il crollo della monarchia israelita, primo esperimento “statuale” dell’antica comunità ebraica. Dentro questa prospettiva assume risalto la concezione nomade (spazio) e futuricentrica (tempo), peculiare dell'antica cultura ebraica, che ha nell'esodo, nell'esilio, nell'erranza, nella diaspora i simboli pregnanti della sua avventura nel tempo storico, e le categorie più esplicative della sua coscienza esistenziale e religiosa. Gli episodi paradigmatici analizzati mostrano nel loro esito l’impossibilità di arrestare – spazializzandola – la tensione tra realtà storica e idealità metastorica. Ogni sforzo di trovare una risposta semplicemente umana a questa tensione riporta il popolo ebraico di fronte al silenzio. Al silenzio di Dio. Dal quale tuttavia, riparte per ricostruire. Attraverso questo paradigma si tenta di interpretare - a partire dalle riflessioni di Hannah Arendt, Martin Buber, Zygmunt Bauman - il silenzio che resta nella nostra contemporaneità, caratterizzata da un’esistenza sempre più nomadica e incerta. Alla luce delle suggestioni offerte dalla spiritualità ebraica di questi autori, frutto di una cultura da sempre e consapevolmente erratica, viene riconosciuto al silenzio un valore categoriale, oltre che ermeneutico, anche rispetto a quell’ambito intersoggettivo che è la relazione politica. Non per chiuderla – diabolicamente – ma per aprirla – simbolicamente – all’altro da sé, ricongiungendola al proprio significato metapolitico, che ne è origine e nutrimento.
Il “silenzio” diventa così metodologico (da meta-hodos) “la via che conduce oltre”, oltre la tentazione nichilistica di ridurlo a mero sintomo di una generale insensatezza decretante la fine. Metodologico è il silenzio che non accetta di consegnarsi inerme all’ermeneutica delirante dei profeti dell’apocalisse, ma invoca uno spazio attivo, quale strumento e non soltanto oggetto d’indagine. E precisamente strumento privilegiato, forse unico, attraverso il quale la voce dell’assenza possa farsi strada e svelare all’uomo ciò che di volta in volta manca al suo essere. Di volta in volta, non una volta per tutte: non con la pretesa esaustività di un logos arrogante, prescrittivo, che ha consegnato l'individuo della modernità occidentale all’impossibilità di coniugare la sua interiorità soggettiva e privata alla sua esteriorità oggettiva e pubblica.

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