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SCARCELLI Ivan

IL PENSIERO POLITICO DI UN LIBERALE MODERATO: DONOSO CORTES

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Università di Bari
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tesi
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IL PENSIERO POLITICO DI UN LIBERALE MODERATO: DONOSO CORTES

07-12-2001

sintesi

Il lavoro si propone di approfondire gli sviluppi del pensiero politico del “primo Donoso Cortés”, fervente sostenitore del liberalismo moderato.
Si parte da una considerazione preliminare, tutt’altro che secondaria: Juan Donoso Cortés sostiene, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, le ragioni del liberalismo per quasi vent’anni, dal 1829 (anno in cui avviene il suo debutto sulla scena pubblica spagnola) al 1847, quando difende le caute concessioni alle tesi liberali, che Pio IX si mostra disposto a fare, nei primi anni del suo pontificato. Non è, come si comprende, un periodo breve, ed è una stagione di capitale importanza non solo per la storia spagnola, ma anche per quella europea. In quest’arco di tempo, Donoso esercita un’influenza di primo piano sulle scelte della politica iberica: in primo luogo, egli è fra coloro che si attivano per far sì che entri in vigore la “Prammatica Sanzione”, in virtù della quale la Corona di Spagna passa nelle mani di Isabella II, scongiurando il rischio che il potere venga consegnato ai tradizionalisti, legati al pretendente Don Carlos, coi quali il Paese sarebbe tornato nell’alveo dell’ancien régime. Inoltre, Donoso scrive pagine ardenti contro gli equilibri di politica internazionale imposti dalla Santa Alleanza, che egli considera alla stregua di una camicia di forza imposta all’Europa, contro il volere dei popoli. Il giovane pensatore e uomo politico è un attento lettore di Guizot e dei teorici del cosiddetto liberalismo dottrinario francese, ma, esaminando i suoi scritti del periodo in questione, si nota anche l’influenza del pensiero di Rousseau e soprattutto non si può ignorare l’attenzione di Donoso Cortés per la peculiare tradizione politica spagnola, tipica certo di tutto il liberalismo moderato dell’epoca, ma che in Donoso si andrà accentuando col passare degli anni. Il primo capitolo della tesi prende in esame gli anni dal 1829 al 1837, durante i quali Donoso, pur aderendo al filone moderato, filocattolico e antigiacobino del liberalismo spagnolo, difende talune conquiste della Rivoluzione francese e accetta di collaborare col governo del progressista Mendizábal, il quale pone in opera la cosiddetta desamortización del clero, ovvero la requisizione pubblica dei beni ecclesiastici, onde rimetterli sul mercato vendendoli ai privati. Nel 1837, Donoso, con le Lecciones de derecho político, comincia a prendere le distanze dalle posizioni dei liberali più intransigenti: tuttavia, ciò non gli impedisce di criticare duramente le tesi di Bonald, uno dei massimi alfieri del tradizionalismo cattolico. Gli scritti dell’autore estremegno testimoniano la difficoltà di distinguere nettamente, sul piano ideologico, gli orientamenti delle principali correnti del liberalismo spagnolo del primo Ottocento: in effetti le ragioni dei moderati e dei progressisti – alleati nel combattere il carlismo e le tesi dei tradizionalisti nostalgici dell’ancien régime – si intrecciano in maniera inestricabile: tanto che il loro alternarsi al governo del Paese, pur segnato dalle feroci polemiche che le due ali del liberalismo si scambiano reciprocamente, viene letto da taluni studiosi in chiave di sostanziale continuità, come un periodo nel quale la Spagna, grazie ai liberali, tenta di spiccare il salto verso la modernità. Si nota tuttavia, e gli scritti di Donoso non mancano di registrarlo, che la classe dirigente liberale, nel suo complesso, fa fatica a dialogare con le classi popolari, che le rimangono sostanzialmente ostili (anche grazie alla propaganda dei carlisti e dei tradizionalisti in genere): il Paese, negli anni in cui Donoso Cortés opera, è solcato da profonde divisioni sociali e politiche, che sfociano in alcuni periodi in aperta guerra civile o in cruente sommosse popolari. Il pensatore sembra cercare incessantemente la chiave per sanare questa spaccatura che impedisce l’instaurarsi di un ordinamento stabile e dotato di una larga base di consensi. Nel decennio che va dal 1838 al 1847-48, e che è oggetto di analisi nel secondo capitolo della tesi, Donoso Cortés comincia a porre in discussione le certezze dei “dottrinari” e s’interroga, per così dire, sulle ragioni della storia: egli infatti sembra, in questo periodo, sottolineare la necessità di fare ricorso alla storia per comprendere a fondo le esigenze del proprio tempo. Donoso prende sempre più le distanze dalle posizioni radicali e intransigenti del liberalismo progressista, dall’“impazienza” di coloro che, in qualche modo ricalcando le orme dei giacobini, vorrebbero ignorare i dati oggettivi della realtà sociale e politica per modificare le leggi e gli usi del Paese secondo un piano di rinnovamento e di progresso inteso in maniera unilaterale e astratta. Lo studio della storia diventa dunque per Donoso un’esigenza primaria per superare l’impasse nel quale, a suo giudizio, si trovano i gruppi dirigenti liberali spagnoli, condannati a non poter tornare all’antico, per evitare la barbarie dell’ancien régime e, al tempo stesso, costretti a tener conto delle difficoltà che incontrano nell’ottenere il consenso di vasti settori della società coi quali non riescono, di fatto, a dialogare. Ancora una volta, è Guizot a tracciare la strada: non c’è dubbio, infatti, che siano state le ricerche storiche del pensatore francese – specialmente i corsi sulla Storia della civiltà in Europa e in Francia – a stimolare Donoso. L’autore spagnolo segue però una strada propria, che parte dallo studio di Vico – sia pure filtrato dalla lettura di Michelet, come taluni studiosi hanno evidenziato – per giungere a delineare l’ossatura ideale di una Filosofia de la Historia da contrapporre a un’idea del divenire che sia superficialmente inteso (o meglio frainteso) come progresso infinito e come bene assoluto. La filosofia della storia di Donoso Cortés ha una funzione fortemente polemica: pur riconoscendo i meriti di Vico, l’autore estremegno in effetti tende a negare la rilevanza dei mutamenti, che ritiene meramente superficiali, per concentrarsi invece sulla ricerca delle costanti, le quali rivelerebbero la presenza di leggi invariabili nella storia, e dunque l’incessante confronto della creatura col suo Creatore, del limite storico dell’umana attività con l’illimitata Provvidenza, sempre uguale a se stessa. L’attività dello storico è per Donoso una mera attività di ri-scoperta: le storie particolari devono dunque essere superate, quali apparenze fuorvianti, per indirizzare lo sguardo verso il vero oggetto della filosofia della storia, che non può che avere una dimensione universale. Se le istituzioni politiche sono legate alla contingenza storica (quindi ai “contesti” che prima le producono e poi le superano), la Chiesa rappresenta l’unica istituzione necessaria, poiché la sua genesi si situa al di là della storia, e dalla sua necessità discende anche la sua immodificabilità (corollario dell’insopprimibilità). È in questo periodo che Donoso comincia a ripensare non solo il proprio rapporto con la fede, ma soprattutto il legame fra storia e trascendenza, e pone in questo legame la chiave per il superamento della crisi politica della Spagna e dell’Europa tutta. Le conseguenze di tale riflessione non sono affatto scontate: e in effetti Donoso Cortés, ancora per un decennio, continua a percorrere la strada del liberalismo, cercando soluzioni politiche e istituzionali per il consolidamento dell’ordinamento costituzionale. Il pensatore estremegno s’impegna in prima persona, tra l’altro, nell’elaborazione e nel varo della Costituzione del 1845, con la quale una parte dei moderados – vicini al generale Narváez – pensa di porre le istituzioni spagnole al riparo dei colpi di mano tanto dei progressisti più intransigenti quanto dei reazionari nostalgici dell’ancien régime. Donoso offre dunque il suo sostegno al progetto politico di Narváez, e sarà proprio il Discorso sulla dittatura, col quale l’autore estremegno avallerà i metodi autoritari del generale, a rivelare non tanto l’avvenuta metamorfosi del pensiero di Donoso Cortés (non ancora antiliberale, ma ormai avviato a diventarlo), quanto, soprattutto, il travaglio del liberalismo spagnolo intorno al 1848 e le sue intime contraddizioni. Come si cerca di mostrare nel capitolo conclusivo della tesi, del resto, il famigerato Discurso sobre la dictadura (1849) va letto in relazione al suo contesto, poiché Donoso Cortés non fa – al contrario di quanto sembra ritenere Schmitt – un elogio incondizionato delle dittature, ma intende dimostrare, ad un’opinione pubblica e ad un Parlamento liberali, la necessità di una politica di emergenza in un momento storico che egli ritiene caratterizzato da una crisi profonda. Il richiamo che in questo discorso Donoso Cortés fa al ruolo dell’Inghilterra, la quale, a suo avviso, è destinata a moderare le spinte rivoluzionarie provenienti dall’inquieta Europa continentale, contiene echi del pensiero di Burke, e rivela un profondo ripensamento della cultura liberale da parte del pensatore spagnolo, che nei primi scritti svalutava o sottovalutava la portata e la funzione della tradizione di pensiero inglese nell’àmbito della storia della filosofia e delle idee. Queste considerazioni possono rinviare alla più generale questione delle radici del liberalismo spagnolo ottocentesco, in passato a torto considerato, da certa storiografia, una mera appendice del liberalismo (e del giacobinismo) francese, e che invece mostra caratteri suoi peculiari e, al tempo stesso, mostra di rivolgere la sua attenzione anche verso tradizioni politiche e orientamenti filosofici e ideologici diversi da quelli francesi. Per giungere ad una migliore comprensione del pensiero di Donoso Cortés, in sostanza, bisogna valutarlo nella sua complessa e complessiva evoluzione, tenendo conto delle questioni politiche e sociali con le quali l’autore si è misurato, e più specificamente del milieu liberale spagnolo dell’epoca, la cui analisi rappresenta a tutt’oggi un problema aperto per gli studiosi.

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