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PRESTIFILIPPI Angela

INTERAZIONI TRA SCIENZE BIOTECNOLOGICHE E SOCIETA'

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Angela
PRESTIFILIPPI
La Gardenia, 32 S. Lucia sopra Contesse- Messina
angela.prestifilippi@unime.it
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università
dipartimento
facoltà
Messina
Studi politici e sociali V. Tomeo
scienze politiche
ciclo e titolo del dottorato

XVII ciclo - Analisi e Teoria dei mutamenti delle Istituzioni Politiche, Sociali e Comunicative

tesi
titolo
relatore
data
INTERAZIONI TRA SCIENZE BIOTECNOLOGICHE E SOCIETA'
Prof.ssa Domenica Mazzù

non specificata

sintesi

Due figure, due miti, variamente ripescati nella cultura occidentale hanno animato le cronache giornalistiche e molti dibattiti scientifici negli ultimi dieci anni. Uno ha le fattezze dell’orrido, della creatura scientifica che sfugge di mano al suo creatore e, tra letteratura e cinema, ha costruito un immaginario simbolico variamente utilizzabile a seconda degli intenti. L’altro ha invece le sembianze leggiadre e perfette di quanto di meglio - magico equilibrio di colori, forme e delicatezza - possa offrire un’aiuola fiorita. Frankenstein e il tulipano sono tra gli oggetti o le figure (ma noi diciamo: i miti) più distanti che si possano immaginare. Uno è la sgraziata composizione d’una mente scientifica incapace di considerare i limiti della natura, che vuole creare in laboratorio una nuova forma di vita, assemblando pezzi da ciò che ritrova nel mondo. L’altro è tra i più graziosi, nobili, alteri e così perfettamente naturali tra i fiori. Che sia distante o irraggiungibile come Queen of the Night, il tulipano nero: oppure semplice e domestico come il tulipano nano da aiuola tappezzante, rosso, giallo o screziato: comunque resta un tulipano. Un fiore assolutamente accessibile a chiunque. In vaso, in terra, in aiuola, nei campi, per ornamento o da recidere. Nulla di più naturale d’un tulipano. Chiunque lo può coltivare. Frankenstein, al contrario, può essere creato solo nel laboratorio di uno scienziato pazzo. Ora, se Frankenstein, il mostro, riesce più o meno ad esprimere sentimenti profondamente umani, a seconda delle varie versioni letterarie o cinematografiche: il tulipano nasconde invece due segreti. Entrambi a loro volta celano profondissime manipolazioni. La prima è evidente a chiunque abbia la minima dimestichezza con floricoltura e giardinaggio: qualunque fiore, dalla rosa alla margherita, non si dà in versione “naturale”. Non esiste “la rosa”, come manca in natura “la margherita”. Esistono specie, esistono varietà: e tutte sono risultato di incroci, innesti, combinazioni. Detto crudamente: sono il risultato di manipolazioni genetiche. Perché i fiori, come gli alberi, come le piante da frutto, come le piante per l’alimentazione sono all’inizio il risultato di una selezione naturale, ma sono in seguito e da millenni l’oggetto di costanti interventi artificiali. Quindi di interventi artificiali compiuti, sulla selezione naturale, da un uomo che è forse un sofisticato e inconsapevole contenitore di geni egoisti che attraversano i secoli della Terra, o un’affascinante risposta della messa in opera di caso e necessità. Il tulipano poi, come ricorda chiunque abbia seguito le cronache sulla bolla della new economy a cavallo del passaggio di secolo, è stato forse il primo oggetto di speculazione finanziaria nella storia dell’economia moderna. Come i titoli delle società tecnologiche tra la metà degli anni Novanta e i primi due anni del nuovo decennio, nel diciassettesimo secolo il tulipano è stato l’innesco di una potentissima onda speculativa. Oggetto ambito in tutta Europa, i bulbi importati dalla Persia raggiunsero quotazioni folli ai mercati di Amsterdam e Anversa. Crollarono poi, come le azioni delle società high tech, trascinando alla rovina famiglie e speculatori, finanzieri e giardinieri. Tra le funzioni del mito c’è la sua natura paradigmatica. Nota o meno che sia, comunque la figura mitologica ha sempre il valore dell’esempio, spesso universalmente comprensibile. Nello stesso modo, tra i vantaggi del mito nell’analisi critica, c’è la sua funzione narrativa. Raccontare una storia è sempre vantaggioso dal punto di vista della comprensibilità, dell’efficacia, dell’immediatezza, della didascalicità. Da Socrate in poi, passando attraverso la scrittura di Platone e la sistematicità di Aristotele, il mito interroga non solo la coscienza dell’uomo, ma la sua storia e, con questa, la sua enciclopedia, la sua capacità di mettere in relazione eventi e teorie, fatti e contesti d’interpretazione, l’attualità e la memoria attraverso la quale s’interrogano gli accadimenti. Frankenstein e il tulipano pongono in discussione forse il primo tra i nodi attorno ai quali s’attorciglia e, talvolta, si dipana l’interrogarsi delle società post industriali. Naturale e artificiale. ~ ~ ~ Questo lavoro di tesi di dottorato ha un oggetto e un obiettivo precisi. Qui andiamo a indagare e inventariare materiali di provenienza differente, accomunati dall’essere concentrati attorno ad un unico tema: le biotecnologie e i processi di costruzione dell’opinione pubblica. Vogliamo capire come si sedimentino opinioni e memorie, dati e contesti, notizie e strumenti per interpretarli. Vogliamo comprendere come il tema delle tecnologie applicate alla vita umana e vegetale riesca o possa passare attraverso le figure, i meccanismi, le culture che la nostra società (quella italiana prima di tutto, quelle occidentali sullo sfondo) mette in campo per comprendere un dilemma nuovo, difficile, complesso e controverso. Abbiamo totale consapevolezza dell’urgenza, della complessità, della novità e delle implicazioni di questo argomento. Esattamente per queste ragioni abbiamo escluso alcune metodologie di ricerca che pure avrebbero potuto risultare salienti ed esaurienti. Le biotecnologie e il loro impatto sociale, culturale, economico (e poi etico, politico, filosofico, deontologico) sono materia viva d’attualità quotidiana. Non sono neppure tema recentissimo, poiché hanno attraversato tutto il secolo scorso, sia pure con livelli via via crescenti di consapevolezza. Stanno dunque a cavallo (e non da oggi) tra la cronaca e la storia, tra il dibattito politico e la riflessione critica. E’ quindi inutile illudersi di potere essere esaustivi scegliendo uno o l’altro filone di ricerca. E quale poi? Il dibattito scientifico, quello filosofico, le implicazioni economiche, l’impatto sull’opinione pubblica, il versante (pure decisivo) delle radici rinvenibili nella ricerca storico-filosofica sulla modernità? Noi abbiamo scelto, con consapevolezza, la posizione forse più scomoda: attraversiamo tutto questo. Con un’impostazione metodologicamente esplicita, noi andremo alla ricerca delle annodature e dei luoghi dove si formano le opinioni pubbliche nell’interazione tra i diversi sistemi o sottosistemi sociali che le compongono, e nel gioco combinato delle diverse culture o culture settoriali che le animano. Una prefazione non può essere troppo pesante. In questo caso è necessario, tuttavia, un inventario almeno approssimativo. Attorno alle biotecnologie il dibattito è oggi aperto in ambiti molteplici. C’è quello politico, chiamato sempre più spesso a regolamentare legislativamente una materia che muta con il progredire delle conoscenze e delle possibilità scientifiche o tecnologiche. C’è, appunto, quello scientifico, che è costantemente chiamato a giustificare scelte e opzioni, oppure a rendere conto (oppure a chiedere) di leggi e finanziamenti. C’è quello etico ed è decisivo, a partire dal fatto che proprio in quest’ambito i confini tra i diversi sottosistemi sociali si confondono, con il continuo e lacerante confronto tra le opzioni dei medici e le richieste degli assistiti. C’è quello, per noi decisivo, delle scelte, degli orientamenti, dei back ground culturali che giocano sotto traccia, oppure esplicitamente, a giustificare e motivare le differenti opzioni. C’è infine quello di capitale importanza che porta a investigare i modi in cui si formano le opinioni di massa, quelle che si esprimono attraverso i voti politici o refendari, quelle costantemente registrate dai sondaggi. Dopo una ricerca durata due anni, siamo arrivati alla convinzione che solo un apparato metodologico estremamente complesso e costoso potrebbe tentare di venire a capo di questioni tanto articolate. Il repertorio delle indagini possibili è velocemente intuibile: ricerche storiche, indagini sul campo (tanto tra le comunità scientifiche, quanto nell’arena dove si formano le opinioni pubbliche), correlazioni con le indagini sull’economia delle biotecnologie nei settori industriali e farmaceutici, verifiche politiche e legislative in particolare nelle comunità transnazionali come l’Unione Europea o quelle create dai trattati o protocolli mondiali. Per non dire poi dei due campi a noi più vicini: la ricerca sulle basi culturali e filosofiche, quella sui processi di costruzione sociale della realtà e delle opinioni pubbliche. Nell’arrendersi all’evidenza che una tesi di dottorato non è né la sede, né lo strumento per questo genere di risposte, siamo comunque giunti anche ad un’altra conclusione. Preliminare alla definizione d’un campo e d’una metodologia di ricerca come quella che s’intuisce possibile e necessaria da queste righe, è comunque un altro tipo di ricerca, quella che abbiamo realizzato in questo lavoro: un lavoro d’inventario, uno scavo a fini di catalogazione, il paziente recupero degli elementi di collegamento tra materiali di culture diverse, il faticoso rinvenimento dei fili che legano ambiti apparentemente disparati. Il tentativo di costruire una mappa. La mappa delle connessioni tra storia e cultura, tra ricerca, politica ed economia, tra cronaca e opinioni a proposito delle biotecnologie. Come tutte le mappe anche questa è arbitraria. Lo è nella misura in cui sceglie un filo di lettura, ovvero una prospettiva attraverso la quale leggere la cartografia del territorio che andremo descrivendo. Il nostro filo è quello delle narrazioni. Siamo convinti infatti che qualunque spiegazione, qualunque descrizione, qualunque analisi del nostro oggetto abbia bisogno di essere raccontata. Ha bisogno di narrazione (secondo i suoi codici) la spiegazione scientifica. Ha bisogno di racconto l’interpretazione storica. Ha necessità di dispiegarsi, anche affabulando, l’analisi filosofica. Non è estranea alla dimensione discorsiva la valutazione economica. Ed è infine intriso di recitazione narrativa, il sostrato mitologico del quale s’alimentano le rappresentazioni dell’opinione pubblica nel contesto mediatico. E allora il tema di questa indagine è chiaro: che cosa lega uno con l’altro tutti questi racconti? Che cosa c’è in comune tra quello che si raccontano gli scienziati nei laboratori e quanto argomentano i politici in Parlamento? Che cosa accomuna le cronache dei quotidiani alle valutazioni degli uffici d’analisi finanziaria? ~ ~ ~ Anticipiamo una conclusione e diciamo subito che in tutte queste dimensioni narrative si ritrova la stessa contraddizione di fondo. Si ritrova una forbice, una antinomia irrisolta tra ciò che viene ritenuto artificiale e quello che viene creduto ancora naturale. Come Frankenstein e il tulipano, nei diversi ambiti sociali e culturali abbiamo rinvenuto una costante: c’è qualche cosa che viene visto come totalmente artificiale (e, per ciò stesso, oggetto di diffidenza o entusiasmi preconcetti) e qualche cosa d’altro che viene percepito come naturale (e quindi, a maggior ragione, favorito da un preconcetto positivo). Anticipando un’altra conclusione, diremo poi che questa forbice riesce anche a scavalcare i confini tra naturale e artificiale quando il tema riguardi la salute delle persone. Le cure che possono modificare le grandi malattie della contemporaneità godono sempre d’un pregiudizio favorevole. Altrettanto, invece, non accade quando il tema riguardi la manipolazione della vita, foss’anche quella vegetale. Detto schematicamente: la ricerca biotecnologica per la cura delle malattie mortali dell’uomo gode di un vantaggio strategico rispetto a quella (scientificamente strettamente correlata alla prima) che investe le forme di intervento scientifico sulla vita vegetale o umana. Dove è chiaro, e su questo si concentreranno le conclusioni del nostro lavoro, che in questa dimensione entra in gioco un universo di valenze simboliche, strettamente apparentato a prospettive di interpretazione della vita e della condizione umana che richiamano con drammatica immediatezza archetipi e miti, che paiono curiosamente non avere ancora subito alcun logoramento nel procedere e nella scansione dei millenni. Poiché non tutto può essere esposto prima che il lavoro prenda concretamente l’avvio, conviene ora interrompere l’anticipazione dei contenuti a favore della presentazione della scaletta di questo lavoro. Nell’introduzione esploreremo alcune riflessioni che faranno da fil rouge per le connessioni con alcune tra le principali interpretazioni filosofiche del rapporto tra la contemporaneità e la dimensione scientifica e tecnologica. Nel primo capitolo entreremo invece a confronto con le ricerche che più da vicino hanno preso in esame le relazioni tra scienza, società ed etica pubblica. Nel secondo “andremo a visitare” i laboratori scientifici e biotecnologici, ripercorrendone vicende e dinamiche, anche e soprattutto nelle relazioni con i segnali della scienza che hanno oltrepassato gli stretti confini delle stanze scientifiche raggiungendo un vasto pubblico. Nel terzo cercheremo di recuperare quella dimensione simbolica a cavallo tra mito e narratività, alla quale abbiamo già più volte accennato. Nel quarto cercheremo di riportare a unità metodologica gli spunti raccolti, tentando una sistemazione epistemologicamente impostata dei diversi materiali che attraversano le narrazioni giornalistiche e la percezione pubblica delle biotecnologie. Nel quinto andremo ad affrontare il nucleo della forbice, o della contraddizione tra cura e manipolazione, facendo ancora i conti con la dimensione mediatica per giungere, però, al sesto capitolo in cui le argomentazioni faranno da intelaiatura terminale per le conclusioni del lavoro.

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