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MORABITO Pasquale

LUOGHI FISICI E TRASFORMAZIONI SIMBOLICHE DELLA SOVRANITA' NELL'OPERA BAROCCA DI GRACIAN

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Pasquale
MORABITO
Via V. veneto 2a
pmorabito@unime.it
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università
dipartimento
facoltà
Università degli Studi di Messina
Dip. di Studi Politici e sociali V. Tomeo
Scienze Politiche
ciclo e titolo del dottorato

XIX ciclo - Analisi e Teoria dei mutamenti delle Istituzioni Politiche, Sociali e Comunicative

tesi
titolo
relatore
data

LUOGHI FISICI E TRASFORMAZIONI SIMBOLICHE DELLA SOVRANITA' NELL'OPERA BAROCCA DI GRACIAN

Prof.ssa Maria Stella Barberi

non specificata

sintesi

La presente ricerca vuole analizzare il momento di passaggio dal Medioevo all’Età Moderna, considerato attraverso la figura sovrana, allegoria e paradigma del potere in epoca barocca. La ricerca verterà su alcuni luoghi teorici ed iconografici della rappresentazione del sovrano nell’età barocca, simbolo del percorso di trasformazione che porterà alla nascita ed affermazione della grande macchina giuridico-razionale dello Stato Assoluto in epoca moderna. Nella figura e nell’opera del gesuita spagnolo Baltasar Graciàn si ricercheranno gli elementi tipici di questo passaggio epocale, transizione tra due epoche storiche, avvenuto nel XVII secolo, considerato vera e propria “data di nascita” dello Stato Moderno. Questo percorso – dalla staticità culturale antica e medioevale alla mobilità propria del potere nell’età barocca – sarà studiato, nei suoi caratteri essenziali e negli elementi distintivi, attraverso: le manifestazioni artistiche, teatrali, architettoniche e letterarie: il rapporto tra natura (la dimensione antropologica) e la cultura (la dimensione trascendente del potere): il teatro delle passioni (il segreto, la solitudine, la maschera, il travestimento, l’inganno del potere barocco): la nascita della psicologia sociale. Forma e sostanza sono, per Graciàn, “due maniere differenti di essere del reale, essere e apparire sono due modi di mostrarsi della stessa realtà” ( Ayala, 1981). Così, la metodologia si può identificare in un aspetto di carattere formale, legato alle modalità compositive e contestuali delle opere barocche prese in esame, ed un aspetto di carattere sostanziale, connesso agli elementi concettuali concernenti le opere stesse. L’approccio metodologico della presente ricerca è quello della teologia politica proposta da Carl Schmitt (1972, 1992): si tenta di cogliere i caratteri dominanti di un’epoca usando i concetti teologici come strumenti analogici. Ad esempio, alla luce dei concetti teologici del Seicento, la lettura analogica aiuterà a sistematizzare i concetti propriamente politici della legittimità del potere: sia essa intesa come l’apertura alla trascendenza del potere assoluto, oppure come un ordine convenzionale, di relazione e conflitto, ovvero di riconoscimento reciproco, tra persone sovrano-rappresentative. Al contrasto elementare tra terra e mare, evidenziato nel conflitto tra l’Inghilterra, isolana e protestante, e la Spagna continentale e cattolica, corrisponde quello dei concetti teologici, oggetto delle dispute del tempo, Riforma e Controriforma. Le problematiche “tecniche” del governo degli spazi coinvolgono quindi, su tutti i piani della rappresentazione del potere, tanto la teologia quanto la scienza giuridica e politica (C. Schmitt, 1987). 1. Lo Stato assoluto: tra rappresentanza e rappresentazione. La metafora del teatro svolge una funzione primaria nella definizione della figura del sovrano barocco, come “essere altro” rispetto alla naturalità: attore di autori “altri”. Questa metafora è ripresa da Hobbes nel XVI libro del Leviatano: la persona sovrana è “attore”, alla persona sono imputate parole e azioni altrui. “Persona in latino significa travestimento o sembiante esteriore di un uomo camuffato sul palcoscenico […]. Dal palcoscenico il termine è stato trasferito a chiunque parli o agisca in rappresentanza di altri.” (Th. Hobbes, 1651). L’artificio hobbesiano (il Leviatano come Homo artificialis) non soltanto istituisce la giustizia e la pace come un ordine convenzionale basato sulla giustizia distributiva ed il potere di fare le leggi del Sovrano, ma è, secondo un’immagine barocca, sempre on a public stage. Come nella rappresentazione teatrale, persona (l’attore) è chi impersona, chi dà corpo alle parole di un altro (l’autore) interpretandone la parte e agendo in suo nome: ma agire “al posto di” significa anche dare presenza ad un’assenza. Allo stesso modo, nel frontespizio del Leviatano di Hobbes, il Sovrano leviatanico presta il suo volto a coloro che, senza il suo stare sulla scena non hanno volto. Questo stare al posto di, è sì un artificio, ma artificio da cui dipende la realtà del vivere comune. L’attributo “public” spetta allora solamente al Sovrano, che rappresenta l’unità statuale, e alla cui auctoritas – non alle convinzioni teologiche o ai sentimenti dei sudditi, né ai princìpi di verità morale, di giusto o sbagliato – si deve l’istituzione dello stato di pace che garantisce il buon funzionamento della cosa pubblica. 2. L’educazione di un principe cristiano. La percezione dell’assenza di ogni fondamento razionale sensibile, istanza tipica di un momento di crisi diffusa come quello del Secolo Barocco, induce a costatare come “ogni possibile criterio d’ordine, ogni costruzione logica, ogni insieme di valori e di sentire, ogni prospettiva o suggerimento di fondamento, in una parola ogni oggetto di credibilità, indipendentemente dalla propria natura, non possono apparire mai in grado di dare provata ed indiscutibile sicurezza su ciò che li legittimi” (Chiodi, 1993). In una prospettiva epocale che, simbolicamente, si sintetizza nell’ossimoro tra la curva e il diritto, tra la ricerca di una linearità del potere ed il carattere eversivo proprio del Barocco (Predieri, 2003), l’unico punto fermo da opporre all’inafferrabilità della ragione e delle visioni dell’intelletto e ala centrifugazione delle passioni è l’autorità, nella sua concretezza istituzionale e carica di questa “dinamica del provvisorio” (Chiodi 1993). Si assiste così al parallelo processo che vede, da una parte, la secolarizzazione della ragione (a cui seguirà, inevitabilmente, la secolarizzazione delle Istituzioni, della politica, della società), e ad una conseguente sacralizzazione del principe in terra. Lo sforzo dei pensatori e dei commentatori del tempo sarà perciò quello di conciliare tradizione e modernità, conservazione e mutamento. La letteratura politica spagnola dei secoli XVI e XVII considera che l’ars regendi o l’ars gubernandi si possa insegnare e apprendere. Si assiste alla proliferazione delle opere il cui fine è la formazione dei futuri governanti, proponendosi di plasmare la personalità del principe perfetto en una struttura tecnica comune a tutte queste opere di carattere formativo e pedagogico. In questo contesto sorge e si elabora la política come ars regendi o ars gubernandi: scientia da una parte, virus dall’altra: una struttura razionale che, a metà tra la sapientia e la prudentia, faciliti una dottrina che guidi la pratica governativa. In particolare, nell’opera di Baltasàr Gracian, si cercherà di trovare la forma più generale possibile di espressione della realtà politica, utilizzando tutti gli strumenti che forniscano la capacità di massima universalizzazione, quali “el arte de ingenio”, il “concetto”, “l’acutezza”, “la prudenza”, elementi predominanti nell’estetica e nella retorica barocca. Nell’opera El Politico Don Fernando el Catolìco, che sarà presa a paradigma, Graciàn disegna la figura del Politico ideale modellandolo sulla storica personalità del ‘re Cattolico’ Ferdinando di Castilla, già definito da Machiavelli “figura del principe nuovo”. Politico è qualcosa di più – e di diverso – del semplice aggettivo che accompagna la figura di Ferdinando: è il “contrassegno di un tipo, di una figura storica e ideale insieme, che proprio come l’Eroe e il Saggio degli altri trattati deve designare una completa antropologia, quale l’Oracolo Manuale si incaricherà di tratteggiare nella sua sintetica e aforistica complessità” (Dini, 2003). 3. Fra terra e mare. Il frontespizio manierista dell’opera di Hobbes raffigura il Sovrano come un uomo artificiale il cui corpo è formato da una folla e che tiene in una mano la spada e nell’altra il bastone pastorale. La figura, che sovrasta una città pacifica, richiama l’animale biblico del Libro di Giobbe, immagine della spaventosa potenza di Dio. Lo stesso Hobbes, come si sa, è autore di Behemot, libro sulla guerra civile inglese del 1642. Spostando la contrapposizione tra il mostro-Leviatano e il mostro-Behemoth dal rapporto tra natura e cultura - ovvero tra stato di natura e società civile - al confronto tra potenze di terra e potenze di mare, Carl Schmitt riammette le figure bibliche di Behemot e Leviathan nel contesto storico, dove esse diventano paradigma di una mutazione epocale: Behemoth cerca di squarciare il Leviatano con le corna, mentre Leviatano con le sue pinne ottura la bocca e le narici di Behemoth, uccidendolo, il che tra l'altro è una bella immagine dello strangolamento di una potenza terrestre con un blocco navale (2002). In questo senso, le figure mitiche illustrano una metodologia ed un criterio storico interpretativo: l’Inghilterra è protagonista della rivoluzione tecnico-spaziale che segnerà una trasformazione complessiva di rapporti di forza tra Stati europei: conseguenza della conquista degli oceani, questa trasformazione è la vera e propria leva storica del passaggio da un’epoca politica ad un'altra. (C. Schmitt, 1991). Questo è il Leviatano: una grande macchina che solca gli oceani. Il suo funzionamento neutrale anticipa quella che nei secoli seguenti si rivelerà essere una progressiva “neutralizzazione e spoliticizzazione” dei concetti e dei rapporti politici (C. Schmitt, 1972). Al contrasto tra terra e mare corrisponde quello dei concetti teologici, oggetto delle dispute del tempo, Riforma e Controriforma. Le problematiche “tecniche” del governo degli spazi coinvolgono quindi, su tutti i piani della rappresentazione del potere, tanto la teologia quanto la scienza giuridica e politica. (C. Schmitt, 1987). E’ su questo punto che l’immagine del Leviatano assolve al suo compito di rappresentare le risposte che l’epoca stessa ha dato al problema dell’organizzazione conflittuale degli spazi. (C. Schmitt, 1986). Tuttavia, in un famoso saggio sul Leviatano di Hobbes (1986), Schmitt parla di fallimento di un simbolo politico, imputando tale fallimento essenzialmente a due fattori: a) il prevalere sulla dimensione pubblica della separazione tra “foro interno” e “foro esterno”: b) lo “sbriciolarsi” in una pluralità di poteri indiretti dell’unità teologico-politica dello Stato. L’operare convergente di questi due fattori avrebbe così ridotto lo Stato a “vuoto meccanismo”. La crisi, a noi contemporanea, dello Stato Moderno e la fine dello Jus Publicum Europaeum, sarebbero allora dovuti non solo al cambiamento dei rapporti di forza tra le potenze e ai nuovi assetti dell’ordine globale, ai nuovi spazi ed alle nuove sfide del tempo, ma, anche, all’inadeguatezza del simbolo del Leviatano a rappresentare l’anima della persona sovrano-rappresentativa. Su entrambi questi versanti il simbolo del Leviatano dovrà essere oggetto di studio. Il rapporto storico tra poteri spirituali e poteri temporali all’inizio dell’età moderna si presenta, infatti, sotto forma di una necessaria regolamentazione della lotta mortale tra potenze di terra e di mare. Al tempo stesso, non si può sfuggire all’interrogativo schmittiano sul significato mitico (sempre fondativo) che viene ad assumere la figura del Leviatano, giacché da essa dipende il passaggio dalla natura alla cultura, dallo stato di natura allo stato civile.

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