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LUCE Sandro

"CRITICA" SENZA SOGGETTO. PER UN'ANALISI DEL CONCETTO DI POTERE IN MICHEL FOUCAULT

INFORMAZIONI COMPLETE
nome
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sito web
Sandro
LUCE
Via Ponte Don Melillo Fisciano
sluce@unisa.it
università
dipartimento
facoltà
Salerno
Teoria e storia del diritto e della politica
Scienze Politiche
ciclo e titolo del dottorato

III Ciclo - Nuova Serie - Etica e filosofia politico-giuridica

tesi
titolo
relatore
data

"CRITICA" SENZA SOGGETTO. PER UN'ANALISI DEL CONCETTO DI POTERE IN MICHEL FOUCAULT

prof. Bazzicalupo

non specificata

sintesi

La scelta di tracciare una traiettoria che segua le suggestioni ricavate dal percorso foucaultiano, si giustifica con la capacità offerta dal suo lavoro di consegnarci un complesso di ‘attrezzi’ che ci permette di comprendere, o quanto meno problematizzare, una serie di dinamiche del potere che fuoriescono dagli assetti codificati, formalizzati propri della filosofia politico-giuridica moderna. Il pensiero di Foucault permette di cogliere, ben prima che l’avvento della globalizzazione producesse un profondo mutamento delle relazioni politiche e comunicative, la trasformazione dei dispositivi di potere e di governamentalità che definiscono una dimensione reticolare del potere contemporaneo che rende assai più sfuggente la tradizionale opposizione tra dominanti e dominati.
Il problema politico fondamentale della modernità non è, dunque, quello di una fonte di potere unica e sovrana, ma quello di una moltitudine di forze che inducono per la loro disparità situazioni di potere, sempre localizzate e instabili. Ci troviamo, nella prospettiva foucaultiana, di fronte ad ambiti o campi di potere diversi, ma che si sovrappongono servendosi l’uno dell’altro, ambiti in cui il potere produce, immanente ai singoli soggetti, campi disciplinari in cui si esercita attraverso una molteplicità di tecniche. Questa rappresentazione ci induce ad una riflessione sul ruolo che, ancora oggi, assume ‘l’immanenza delle discipline’ di fronte alla ‘trascendenza’ di progetti politico-istituzionali. Questi, a nostro avviso, rischiano da un canto di elaborare modelli che, pur adeguati alla nuova realtà globalizzata, non si distaccano tuttavia dalle forme istituzionali tradizionali, replicando la sintassi fondamentale dell’ordine politico moderno pur pretendendo di esserne il superamento; dall’altro rimuovono costantemente la questione del potere, almeno al di fuori della concezione tradizionale di rapporto comando-obbedienza. Il rischio è proprio quello di una ‘elusione’ della questione del potere o, al più, di una sua rappresentazione di tipo tradizionale, quella che Foucault definisce “giuridico-discorsiva”, cioè influenzata dalla modalità logica del diritto e della filosofia ossessionate entrambe dal tema dell’unicità verticale e, dunque, capaci di pensare la relazione di potere solo nei termini di sovranità, legge, comando e obbedienza, oscurando così tutta la sua efficacia produttiva, la sua complessità strategica e non permettendo di comprendere la positività intrinseca dei suoi meccanismi generativi di agire.
In tal senso comprendere come egli proceda alla decostruzione del concetto tradizionale di potere fino alla sua frantumazione molecolare in forme relazionali, pluralizzate che passano attraverso differenti soggettività, ci ha posto, innanzitutto, di fronte alla necessità di analizzare il metodo di analisi e ricerca da egli utilizzato.
Il nostro tentativo è di mostrare la sotterranea linea di continuità che percorre l’approccio metodologico foucaultiano: il ‘passaggio’ dall’archeologia alla genealogia non è tanto il frutto di un fallimento quanto di una ‘torsione’ interna prodotta da un’esigenza ben precisa. Questo ‘spostamento’ permette a Foucault di dislocare l’attenzione dai processi di costituzione delle ‘formazioni discorsive’, descritti essenzialmente attraverso la definizione di quelle regole che supportano e governano ogni enunciato e il modo in cui si reggono gli uni agli altri per costituire un insieme di proposizioni scientificamente accettabili e suscettibili, conseguentemente, di essere verificate o falsificate, all’analisi degli effetti di potere che circolano fra gli enunciati scientifici. L’obiettivo è quello di analizzare la formazione effettiva dei discorsi, avendo ben presente come questi, lungi dall’essere trasparenti e neutri, rappresentino invece uno dei luoghi privilegiati del potere. Il distacco da una prospettiva orientata unicamente sul discorso e sul linguaggio conduce al conseguente aprirsi di un campo d’azione dove le pratiche e gli eventi non sono più prettamente discorsivi, ma vere e proprie pratiche sociali. L’obiettivo è di diagnosticare e cogliere il significato delle pratiche sociali all’interno di esse: ciò che viene tralasciato è il tentativo di elaborare una teoria dei sistemi delle pratiche discorsive soggette a regole. La ‘decifrazione’ di questa ‘torsione’ è ciò che ci permette di giungere al fulcro della questione: in che modo Foucault descrive e de-costruisce il concetto di potere.
In questa direzione ci siamo avvalsi dell’utilizzo di alcune griglie interpretative - guerra, norma, governamento – che vanno ad incrociare momenti essenziali della speculazione foucaultiana, offrendo spunti sui momenti di tensione interni alla sua opera. Il ‘modello-battaglia’ ci riconduce ad un ‘discorso intr-agonistico’ fondato sulla molteplicità conflittuale dei rapporti di forza che consente di descrivere un concetto di potere che si ‘sostanzia’ nella sua capacità di ‘agire sulle azioni altrui’, collocandosi così al di fuori di qualsiasi sua concezione meramente economicistica o giuridica. Il potere ha altresì un’essenza ‘regolativa’: la norma esprime il tratto amministrativo-protettivo proprio della governamentalità caratterizzata dalla produzione di un complesso di tecniche e strumenti necessari al governo della popolazione e alla regolamentazione della vita. Ci troviamo di fronte alla creazione di ‘dispositivi’ che non vincolano ma che, più che obbligare a tenere determinati comportamenti, persuadono e orientano. Questi processi di governamentalizzazione si pongono in profonda contiguità con il concetto di biopolitica, diretta espressione di quel ‘déplacement’ da una nozione di politica incentrata sulla morte, sul potere sovrano di dare la morte, ad una politica che ha incentrato la propria attenzione sulla regolazione, sull’incremento e sull’istruzione dell’esistenza. L’attualità di questo paradigma, sorto con l’affermarsi di un complesso di discipline e di correlati apparati istituzionali a partire dal XIX secolo, trova un drammatico riscontro in una molteplicità fenomeni che investono il presente – dal terrorismo biologico alle guerre preventive fino alle questioni più prettamente bioetiche - e che finiscono per collocarlo sempre sul crinale di un instabile equilibrio che ne produce un continuo rovesciamento in tanatopolitica.
L’analisi di queste griglie ci permette di focalizzare l’attenzione su un elemento che costituisce una sorta di sostrato, che si perpetua lungo tutto l’arco della ricerca foucaultiano: la verità o per usare un espressione di Foucault i ‘giochi di verità’. Questi si legano ad una questione che non è di ordine esclusivamente epistemologico, ma anche e soprattutto politico-strategico: il problema non è quello di stabilire il grado di verità di una determinata scienza, quanto di comprendere perché quella determinata pratica si è costituita in quel momento e in quel modo, perché si è affermata a dispetto di altre. La verità è, dunque, quella ‘partigiana’ del discorso storico-politico contrapposta alla verità teoreticamente fondata sul giusto è quella che si impone attraverso l’affermazione di un discorso contro altri discorsi, rivelandone la sua ‘materialità evenemenziale’, ossia il suo essere non in possesso di qualcuno quanto piuttosto un ‘bene’ e al tempo stesso ‘un’arma’ limitata e strategica per cui, e attraverso cui, si lotta.
D’altra parte ciò che abbiamo cercato di evidenziare è l’importante divaricazione che si apre nel discorso foucualtiano nel momento in cui ri-definisce la verità come, non solo ciò che si impone ‘dall’esterno’ all’individuo, ma anche come ciò a cui il soggetto accede, attraverso un continuo lavorio su se stesso. Per la prima volta in Foucault la soggettività non viene riconosciuta come il prodotto del potere, nella misura in cui ‘soggettivazione’ significa la medesima cosa di assoggettamento. Il soggetto non più l’elemento che si ‘disperde’ all’interno delle strutture epistemiche, piuttosto si presenta come ciò che si può costruire a partire da un cambiamento che gli individui opereranno su se stessi, una prassi, una presa di coscienza che non si dissocia mai da un autoriconoscimento ontologico di sé come soggetto autonomo.
Di fronte alla molteplicità dei rapporti di forza locali, asimmetrici ed instabili si apre una sorta di onnipotenza del potere che induce Foucault ad operare non un tentativo di ‘affrancamento’, quanto di ‘curvatura’ che lo riporta agli ‘antichi’ e al contestuale recupero, in chiave positiva, il Kant politico. Il suo interesse teorico si rivolge all’analisi dell’insieme di pratiche, compendiabili nel termine cura di sé, che mirano ad una stilizzazione della propria condotta. Esse si offrono non come modello, quanto come segnale della possibilità di pensare diversamente la soggettività, non legata ad una ‘verità data’, ma attraverso strategie che coniugate con l’atteggiamento critico, inteso come arte della disobbedienza volontaria ovvero come ciò che continuamente si interroga sul proprio presente nei termini di una messa in discussione, possano permetterci di ‘sottrarci’ alle differenti pratiche del potere.
Questa fase teorica, che sembra operare un importante ‘scarto’ rispetto alla ‘tensione decostruttiva’ dei lavori precedenti, ci offre stimolanti sollecitazioni per una riflessione su possibili aporie nel percorso teorico foucaultiano. Innanzitutto egli, presentando la critica come una pratica strategica intellettuale che ‘disassoggetta’ dalle eterogenee forme del potere, si ritrova in un rapporto inevitabilmente ambivalente con il progetto della modernità. Da un canto è nel corso della modernità che nascono e si consolidano quei processi anonimi di disciplinamento e di controllo dell’uomo, presentato essenzialmente come ‘luogo di oggettivazione’. Dall’altro, attraverso l’edificazione di nuove forme di soggettività, che usufruiscono dei nuovi spazi di autonomia etica e che utilizzano la critica come specifica volontà di condursi, sembrano aprirsi spazi e prospettive nuove rispetto al presente. Il tentativo è quello di ridefinire il soggetto come ‘l’elemento resistente’ all’interno delle dinamiche di potere ed in questa direzione si cerca di recuperare tutto lo spessore di un’eticità non universale, ma ‘propria’, individuale, particolare.
Questa esigenza di collocare il soggetto, prima ‘assente’ ed ora in grado di autocostituirsi e di accedere alla verità, in una dimensione etico-estetica dell’esistenza diviene il momento di importante verifica di una scelta che vuole essere un tentativo estremo di sottrarsi all’insuperabile micrologicità dei meccanismi di potere fino ad allora descritti. Su questo sforzo, rimasto purtroppo incompiuto ci siamo soffermati nell’ultima parte del nostro lavoro sottolineando quelle perplessità che, tuttavia, non minano l’insegnamento di una costante problematizzazione del presente che non prescinda da un’attenzione critica verso noi stessi.

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