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LENCI Alessia

I DIRITTI UMANI SONO DIRITTI SESSUATI

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Alessia
LENCI
alenci@sssup.it
università
dipartimento
facoltà
Scuola S.Anna
ciclo e titolo del dottorato

Corso di Perfezionamento in Diritti Umani - aspetti filosofico-politici e storici

tesi
titolo
relatore
data
I DIRITTI UMANI SONO DIRITTI SESSUATI

non specificata

sintesi

In un mondo in cui disuguaglianze socio-economiche e politiche, combinate con dissimmetrie sul piano simbolico e culturale, continuano a gravare sulle vite di moltissime donne dentro e fuori l’Occidente (sempre che sia ancora possibile parlare di un dentro e di un fuori), a scapito del loro valore come persone, io credo che la riflessione femminista non possa disconoscere il linguaggio dei diritti umani. Anche se, usando le parole di Rosi Braidotti, esso puzza di metafisica. Ed anche se oggi questioni di cultura e di riconoscimento delle differenze sono all’ordine del giorno, più dell’universalismo in sé. Infatti, la figura chiave dell’attuale costellazione postmoderna è data dall’esplosione di molteplici, contraddittorie e ingestibili differenze - che, è bene sottolinearlo, non sono solo differenze infra-culturali ma soprattutto intra-culturali. Tuttavia, proprio il fatto che chi rivendica la propria differenza lo fa ricorrendo all’universalismo – col risultato paradossale che l’esplosione delle differenze è anche l’esplosione di una rete di universalismi situati - richiede a mio avviso di ripensare insieme all’etica e alla politica anche il linguaggio dei diritti. Scopo della mia ricerca è quindi quello di indagare una forma di strategic essentialism (nel senso teorizzato da Gayatri Spivak) nell’uso del linguaggio dei diritti umani, da una prospettiva femminista. Ciò richiede due mosse teoriche, che costituiranno l’oggetto della prima parte della tesi: primo, ridefinire il soggetto dei diritti: secondo, ricollegare il discorso sui diritti a quello sulla giustizia sociale. A questo livello della mia analisi introdurrò il concetto di politics of location che può essere intesa come la risposta della teoria femminista contemporanea alle questioni epistemologiche ed etico-politiche connesse al fatto dell’intercultura. Per quanto riguarda il primo punto, mi soffermerò solo brevemente sulle critiche che sono state mosse all’universalismo egemonico, da parte femminista e non, e mi concentrerò invece su alcune ridefinizioni femministe della soggettività. Argomenterò in favore di quella che Braidotti definisce una concezione nomadica(non unitaria) ma sostenibile della soggettività incarnata, in cui il momento della “finzione dell’io” resta fondamentale a fini etici e politici. Rispetto al secondo punto, cercherò di ricollegare il discorso sui diritti ad una teoria della giustizia sociale intesa non solo e comunque non principalmente come distribuzione, ma piuttosto come abilitazione. Qui entra in gioco “l’approccio delle capacità” di Amartya Sen, dove l’attenzione è centrata su ciò che le persone sono in grado di fare, essere, agire (o meno) in ambiti della vita ritenuti essenziali. Prendendo le distanze dalla versione neoaristotelica e kantiana di Martha Nussbaum, vorrei cercare di combinare tale approccio con la concezione nomadica e sostenibile della soggettività etico-politica cui ho accennato prima. Credo che ciò apra la possibilità alla realizzazione di molteplici e contingenti etiche e politiche (anche dei diritti umani). Nella seconda parte del mio lavoro tenterò di realizzare un case study sulle mutilazioni genitali femminili (FGM), concentrandomi su un dibattito recentemente emerso in Toscana riguardo alla possibilità e opportunità di introdurre una versione soft di sunna (una delle varianti di FGM) in una struttura ospedaliera pubblica. Circoscriverò quindi la mia analisi sui diritti umani al diritto all’integrità fisica e morale della persona ed il mio contesto di riferimento sarà quello di una società liberal-democratica occidentale alle prese col fatto dell'intercultura. Politics of location qui significa superamento dell’arroganza e/o del senso di colpa per il proprio essere occidentali e assunzione critica della responsabilità per questa location. Tale responsabilità è un requisito indispensabile per acquisire il diritto alla critica (Spivak). Sul piano metodologico politics of location significa saperi situati nel senso teorizzato da Donna Haraway.

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