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GENIALE Margherita

PARADIGMI ANTROPOLOGICI E PARADIGMI ETOLOGICI DELLA FONDAZIONE VIOLENTA DEL POTERE

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Margherita
GENIALE
via Sbarre Inferiori 120 - 89131 Reggio Calabria
mgeniale@unime.it
università
dipartimento
facoltà
Università degli Studi di Messina
Dipartimento di Studi Politici e Sociali V. Tomeo
Scienze Politiche
ciclo e titolo del dottorato

XVIII ciclo - Analisi e Teoria dei mutamenti delle Istituzioni Politiche, Sociali e Comunicative

tesi
titolo
relatore
data

PARADIGMI ANTROPOLOGICI E PARADIGMI ETOLOGICI DELLA FONDAZIONE VIOLENTA DEL POTERE

Prof.ssa Maria Stella Barberi

non specificata

sintesi

L’idea di sviluppare un progetto di ricerca su questi temi deriva dall’osservazione di alcune similitudini tra il comportamento animale e quello umano. Gli animali così detti “sociali” elaborano una serie di comportamenti che, in un processo di sviluppo filogenetico, divengono delle vere e proprie strategie atte a trarre vantaggio dalla vita di gruppo, secondo le teorie di K. Lorenz. Se si segue l’ipotesi che l’uomo sia l’unico fra gli animali ad essere ‘politico’, oltre che sociale, è necessario innanzitutto rinvenire le tracce della sua ‘politicità’. Politica è la sua abilità nel modificare le condizioni dell’esistenza. Politica è la sua accortezza nel gestire le relazioni sociali. Il piano ambientale in cui si esplicano tali qualità è doppio, è sia biologico, sia relazionale, ambiti tra di loro strettamente intrecciati. La questione della politicità riguarda proprio questo strano intreccio, riguarda il modo in cui l’uomo rintraccia e connette tra di loro i segni utili a seguitare la propria esistenza, a riconoscerle un’origine, a darle un senso (senso in quanto direzione e in quanto significato). Scoprire il doppio senso dei segni serve a dare significato alle azioni politiche di un gruppo d’appartenenza. L’elaborazione di tali significati, inseriti in un intreccio altamente simbolizzato, costituisce il metodo per “leggere” le dinamiche della dimensione politica in cui ci muoviamo. L’obiettivo della ricerca, quello cioè di dimostrare che le strutture fondamentali della politicità si ritrovano nei comportamenti animali, trova riscontro negli studi di E. Morin, secondo cui non è più possibile una netta distinzione tra natura e cultura. L’intreccio di natura e cultura permette la vita e non è solo la struttura fisica di un essere vivente che va considerata funzionale alla sopravvivenza della specie. Tanto è vero che struttura fisica e comportamento specifico sono intimamente armonizzati nel patrimonio genetico. Ogni creatura è la macchina che meglio di altre permette la vita e la perpetuazione dei geni di cui è, secondo Dawkins, portatrice e protettrice. Tuttavia, a differenza di quello degli altri animali, il patrimonio genetico umano è scarsamente specializzato, e quindi a priori poco adattato al contesto naturale. La mancanza di specificità degli strumenti sensoriali umani, unita alla straordinaria plasticità d’azione consentitagli dal possedere il cervello più potente che esista in natura, rendono l’uomo capace di comportamenti molto più versatili rispetto a quelli animali, dandogli così la possibilità, come scrive Gehlen, di esonerarsi dai bisogni e dalle necessità primarie. La categoria dell’esonero spiega come l’uomo viva nella così detta “seconda natura”, ovvero in un contesto eminentemente culturale. In esso le motivazioni del comportamento umano non sono sempre esplicitate e spesso i processi d’interazione ci appaiono come automatizzati, meccanicizzati, in quanto costruiti su una struttura originaria ormai nascosta, mascherata, mimetizzata, così come ci mostrano gli studi sui rituali di riconoscimento di Goffman. Un approccio etologico allo studio dei rituali sociali persegue l’intento di studiare i fondamenti dell’agire, in particolare dell’agire ‘politico’. Che vi siano delle affinità tra modalità e significati di alcuni rituali fondativi del potere, attuati sia da animali sia da uomini, ce lo dimostra, per esempio, la lettura che Canetti dà del rito della caccia. «L’individuazione e l’uccisione» della preda sono «i due atti decisivi» della muta di caccia, scrive Canetti. Ma ancor più decisivo, da un punto di vista culturale, è il rituale della ripartizione della preda uccisa. Presso gli scimpanzé sono addirittura noti casi di caccia intraspecifica, con successivo smembramento e divisione della vittima, operati secondo rigide regole gerarchiche. Le osservazioni condotte in natura sulle scimmie antropomorfe, sembrano perciò contraddire le convinzioni di quanti ritengono ancora che i rituali di fondazione violenta del potere siano prerogativa della cultura umana. Violenti sono per esempio i rituali animali di infanticidio e cannibalismo nel momento critico di scambio dei ruoli, di passaggio del potere, di esautorazione del vecchio a favore del nuovo capo-branco. Rituali che sono anche di simbolica sottomissione, ma non solamente, visto che perseguono lo scopo biologico di perpetuare una ben precisa linea genetica, così come documentano i primatologi Jane Goodall (per gli scimpanzé), Dian Fossey (per i gorilla) e Frans de Waal (per le scimmie antropomorfe in genere). Proprio ad evidenziare gli aspetti violenti e sacrificali della formazione del potere, secondo la teoria di René Girard, vorrei dedicare la seconda parte della ricerca. In questione è se la nascita del fenomeno del sacro, con i suoi rituali di vittimizzazione ed espulsione violenta, sia o meno tipica della nostra specie. Può la nascita del sacro essere ricondotta ad una dimensione preumana, ma che ha addirittura contribuito sostanzialmente al processo di umanizzazione? Il sacrificio violento, scrive Girard, è stato utile a controllare e regolare le periodiche crisi cui vanno incontro le comunità, specie nelle fasi cruciali di instaurazione di un nuovo potere. Una metodologia bio-antropologica mette a nudo alcuni aspetti che la cultura deriva dalla natura. L’osservazione etologica dei modi in cui tale rito è stato “officiato” nel corso dell’evoluzione, ci fornisce il terreno di studio e la base analitica sulla quale si intende procedere per un’ulteriore riflessione ed indagine sul fenomeno del potere politico nelle società umane. I processi di formazione della leadership, l’uomo occidentale li vive attraverso la mediazione via via sempre più spersonalizzata e, direi, quasi asettica, delle istituzioni democratico-rappresentative: mentre in realtà si tratta di processi che conservano sempre al loro interno una più o meno evidente ma indiscutibilmente originaria dimensione violenta.

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