Strumenti personali
Tu sei qui: Portale Didattica - Teaching Tesi di dottorato Tesi di dottorato anni precedenti FABIANI Carla Maria

FABIANI Carla Maria

IL PROBLEMA DELLA PLEBE IN HEGEL

INFORMAZIONI COMPLETE
nome
cognome
indirizzo
e-mail
sito web
Carla Maria
FABIANI
carlamaria.fabiani@virgilio.it
università
dipartimento
facoltà
Lecce
ciclo e titolo del dottorato
XVII Etica e antropologia
tesi
titolo
relatore
data
IL PROBLEMA DELLA PLEBE IN HEGEL
prof. R.Finelli e prof. M.Signore

non specificata

sintesi

Il problema della plebe nel pensiero e nell'opera di G.W.F. Hegel. 1) ESPOSIZIONE DEL PROBLEMA NELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO DEL 1821 La ricerca che qui presentiamo prende le mosse dalla lettura della Filosofia del diritto hegeliana del 1821, e in particolare di quella parte, l'Eticità, che, ripartita da Hegel in spirito etico immediato, cioè naturale: la famiglia, società civile o Stato esterno, costituzione statuale o Stato interno, vede il sorgere della figura etico-politica della plebe. La plebe sorge nella sfera civile dell'Eticità, e precisamente al §244, dove leggiamo: Il fatto che una grande massa di individui scenda sotto la misura d'una certa modalità di sussistenza […:], e quindi il degrado di costoro fino alla perdita del sentimento del diritto, della rettitudine e dell'onore di sussistere grazie alla propria attività e al proprio lavoro, conducono al generarsi della plebe. Questa generazione reca a un tempo con sé, come contropartita, una maggiore facilità di concentrare in poche mani ricchezze sproporzionate. […:] Diviene qui evidente che, - prosegue Hegel nel §245 - nonostante l'eccesso di ricchezza, la società civile non è ricca abbastanza, vale a dire: nel suo patrimonio peculiare, la società civile non possiede abbastanza per ovviare all'eccesso di povertà e al generarsi della plebe. La genesi della plebe, tuttavia, risale ai paragrafi immediatamente precedenti (§235 e segg.): […:] Nei confronti dei poveri, la potenza universale [Die allgemeine Macht] [ossia l'azione della polizia, intesa qui come azione civile di politica economica] prende il posto della famiglia, e lo fa tanto rispetto alla loro indigenza immediata, quanto anche rispetto al loro sentimento di avversione per il lavoro, alla malvagità e agli altri vizi che sorgono da tale situazione e dal sentimento del proprio torto [dem Gefühl ihres Unrechts]. Ma la plebe, o meglio il punto di vista e la predisposizione propria dell'elemento della plebe tornano in sede propriamente etico-statuale, all'interno della Costituzione e della divisione dei poteri. Dice Hegel, a proposito della divisione dei poteri costituzionali, al §272 ann.: […:] prendere in generale come punto di partenza il negativo, ed eleggere a primo fattore politico la volontà che vuole il Male e la diffidenza nei suoi confronti, e poi, a partire da questo presupposto, escogitare furbescamente degli argini [i poteri dello Stato] che, in quanto attivi, avrebbero a loro volta bisogno soltanto di argini reciproci: ebbene, tutto ciò caratterizza, (1) dal punto di vista del pensiero, l'intelletto negativo, e, (2) dal punto di vista della predisposizione, l'opinione della plebe. E più avanti (§301 ann.) leggiamo ancora: Per quanto riguarda poi il secondo punto, cioè la volontà specialmente buona dei ceti [Stände] in vista del Bene comune, già sopra è stato osservato che la presupposizione di una volontà cattiva o meno buona nel governo appartiene al punto di vista della plebe, cioè al punto di vista del negativo in generale. E al §302 ann., a proposito dell'opposizione fra potere del governo e rappresentanza cetuale, Hegel puntualizza che: Se l'opposizione, nella misura in cui giunge a manifestarsi, non concernesse meramente la superficie ma divenisse un'opposizione sostanziale, allora lo Stato andrebbe incontro al suo declino [in seinem Untergange]. Il mondo civile della ricchezza, ovvero il mondo smithiano o mondo dell'utile e dell'economia politica moderna, fondato sull'etica del lavoro, produce necessariamente povertà. La contraddizione rilevata da Hegel (sulle orme della Ricchezza delle Nazioni di Smith) è innanzitutto una antinomia etica oltreché economico-politica. L'etica dell'uomo della società civile, ossia il complesso di diritti e di doveri che costituiscono il suo vivere sociale, ed anche la sua interna moralità, non sono realizzate nella plebe (il pauperismo di massa dell'età moderna), la quale è esclusa ed espulsa dalla produzione e dal consumo di ricchezza: in una parola è impedita di lavorare e per ciò stesso di partecipare al prodotto comune della società moderna, alla dignità di vivere del proprio lavoro. Essa è riprodotta come irriproducibile, ai limiti dell'umano sostentamento. I tentativi di politica economica (carità, aumento ed estensione della produzione, colonialismo) volti a ridurre il moderno pauperismo nella società civile non sono al dunque risolutivi, poiché, dice Hegel, costituiscono un margine momentaneo e precario o addirittura spostano semplicemente il problema in altre regioni del mondo. Ma la plebe non viene riassorbita neanche in sede politica, all'interno di quello che Hegel considera il centro di mediazione dello Stato monarchico-costituzionale , ovvero l'assemblea legislativa (bicameralismo): la divisione costituzionale dei poteri, e il loro reciproco rapporto, ha come termine medio la rappresentanza degli ordini o ceti (Stände), nei quali, dice Hegel, qualora dovesse prevalere il sentimento o l'opinione della plebe, lo Stato andrebbe incontro alla sua rovina. Dunque l'elemento della plebe costituisce la spina nel fianco del potere dello Stato moderno, un fattore di sovversione sociale, una fessura nella complessa e articolata ricostruzione che dell'organismo statuale Hegel ci ha restituito. Un'apertura colta in termini di difficoltà di cui l'autore stesso si mostrava pienamente consapevole. A proposito della mediazione che i ceti operano all'interno del potere legislativo Hegel sottolinea come essi evitano l'isolarsi del potere di governo da un lato e del popolo dall'altro […:] affinché i singoli non giungano a rappresentare una moltitudine e una turba e non pervengano quindi a opinioni e volontà disorganiche trasformandosi in mero potere della massa contro lo Stato organico[…:]una massa amorfa il cui muoversi e agire sarebbe appunto perciò soltanto elementare irrazionale selvaggio e terribile […:]si sente ancora parlare di popolo di questa complessità disorganica[…:] §§302-303 Bisogna a questo punto capire la portata del problema plebe, e cioè del fatto che secondo Hegel lo Stato moderno sia certo riuscito storicamente a porre rimedio istituzionalmente al problema dei particolarismi di natura economica, religiosa, politica, etc., rispettando la libertà di pensiero, parola e opinione, e contemporaneamente salvaguardando l'interesse pubblico, universale, il bene comune. Ma nel caso della plebe non sia proprio riuscito a istituire un termine di mediazione fra l'estremo della singolarità e quello dell'universalità. Lo Stato hegeliano è una moderna monarchia costituzionale-ereditaria, uno Stato-nazione europeo-cristiano: esso, deve essenzialmente contenere il momento della libertà quindi della libertà istituzionalizzata. Lo spirito è Gegenwart, presenzialità, si deve toccare con mano. Si capisce, credo, a questo punto quanto sia doloroso e intollerabile il problema della plebe dal punto di vista etico, innanzitutto perché si presenta come un particolarismo irrisolvibile pur essendo un prodotto moderno, civile e politico interno allo Stato. Dunque la plebe si presenta come un problema che Hegel sa di non poter convenientemente risolvere: un problema che rimane aperto nella modernità. 2) ASPETTI PSICOLOGICO-MORALI DEL FENOMENO DELLA FORMAZIONE DELLA PLEBE Ci riferiamo al mondo della ricchezza e alla figura diderotiana del nipote di Rameau presente nella Fenomenologia dello spirito di Hegel (VI capitolo). La lettura della Filosofia del diritto di Hegel, specificamente dei paragrafi sulla società civile e sul passaggio alla sfera statuale, ci rimanda a un altro testo hegeliano, la Fenomenologia dello spirito, nel quale il mondo della ricchezza viene descritto in termini strettamente smithiani, ma viene altresì restituito il carattere alienato e alienante del suo movimento, oltreché l'incapacità di questo mondo a superare la propria etraneazione. La figura del nipote di Rameau, ovvero del cliente diderotiano, il quale si esprime con un linguaggio disgregato, negativo (l'intelletto negativo della plebe è lo stesso), che rovescia i valori morali tenuti fermi dal filosofo illuminista (l'enciclopedico), può risultare analoga a quella della plebe della Filosofia del diritto, nella misura in cui anch'essa ha sentimento del proprio torto, della mancanza etica e morale nella quale vive, esprimendo tale condizione con la negazione in generale, e cioè con il semplice no usato dal personaggio di Diderot, e ripreso da Hegel, per rovesciare ogni stabile distinzione fra valori filosofico-morali, fra il bene e il male innanzitutto. Il rovesciamento dei valori, il confronto fra il linguaggio disgregato e il linguaggio filosofico, nella Fenomenologia dello spirito, sarà poi superato in parte dalla logica dell'utile, poi dalla Rivoluzione francese, dalla morale di Kant e infine dall'ordinamento napoleonico, nel quale lo Spirito, l'uomo moderno, potrà dirsi libero di pensare il vero, senza più alcuna paura dell'oggetto, dell'autorità o degli dèi. In questo quadro di uscita dell'uomo da ogni condizione di minorità, l'estraneazione del mondo della ricchezza non viene però affatto risolta, resta una realtà effettuale, così come, nella Filosofia del diritto, resta insuperato il problema della plebe. 3) RIFERIMENTO AGLI SCRITTI DI FILOSOFIA DELLO SPIRITO JENESE In queste lezioni tenute da Hegel a Jena tra il 1803-04 e il 1805-06 viene presentata l'a-concettualità della ricchezza e dell'economia-politica moderna. Viene inoltre individuata l' ottusità del lavoro di fabbrica e l'interna ribellione e l'odio nutrito da chi vi si vede necessariamente escluso. Qui Hegel riprende il tema smithiano della divisione del lavoro e il suo progressivo meccanizzarsi, cosicché l'uomo, liberato in parte dalla necessità materiale di produrre per soddisfare i suoi bisogni materiali e sociali, è al contempo legato al lavoro della macchina e da essa sostituito. La dimensione spirituale del lavoro (il riconoscimento reciproco fra soggetti etici) lascia così spazio a una progressiva meccanizzazione e alienazione della coscienza umana. La sostituzione dell'uomo con la macchina rende inoltre il lavoro umano superfluo e inutile. In questi scritti è già presente anche il tema del denaro, considerato da Hegel, anche negli scritti successivi, nella sua ambivalenza di liberatore dell'individuo da prestazioni di lavoro e rapporti di dipendenza a carattere personale, e al contempo elemento di massima alienazione e irrazionalità, ossia come una seconda natura, impermeabile e resistente a qualsivoglia tentativo di spiritualizzazione. D'altra parte, il mondo della ricchezza viene qui descritto da Hegel come bestia selvaggia indomita e indomabile da parte del concetto. Come la Natura è impotente di fronte al concetto - non sempre può essere pensata in termini rigorosamente logici - così anche il mondo economico-politico è una seconda natura per lo Spirito (pur essendo opera etica, spirituale), e più precisamente una natura selvaggia. Anche in questo caso dobbiamo notare come la modernità così descritta da Hegel mostri un nervo scoperto, una fessura e una difficoltà sostanzialmente insolubile. 4) QUESTIONE ETICO-GENERICA. La lettura di Eric Weil. In riferimento al problema della plebe in Hegel, Eric Weil sottolinea nel suo scritto La morale di Hegel quanto segue: Una delle tesi fondamentali della filosofia pratica di Hegel mira esattamente a mostrare che la società moderna, pur essendo in possesso delle idee di ragione e di giustizia, non è stata capace […:] di realizzare ciò che tutti possono esigere ragionevolmente e a cui ciascuno ha un diritto imprescrittibile. […:] una parte dell'umanità è esclusa dalla morale, dalla possibilità di una vita morale, di una vita orientata, vissuta nella coscienza del senso, organizzata da una probità che conosce il suo posto, perché ha il suo posto in un mondo ordinato da (e per) essa. Proviamo a interpretare come segue. Una parte del genere umano si riproduce a stento, a stretto rigore non fa parte del genere, che, in senso aristotelico (ghénos) è tale solo in quanto si riproduce nel suo insieme: Genere significa, in un senso, la generazione continua di esseri della medesima specie: diciamo, per esempio, fino a che esisterà il genere umano intendendo dire: fino a che ci sarà generazione continua di uomini. […:] Genere, dunque, si dice in tutti questi sensi: significa la generazione continua di esseri aventi la stessa specie, significa la serie degli esseri della stessa specie che deriva da un originario capostipite: genere significa ancora la materia: infatti, ciò di cui c'è differenza e qualità, è, appunto, il sostrato che noi denominiamo materia. La prima definizione aristotelica di genere è piuttosto la risposta alla domanda retorica: fino a quando esisterà il genere umano ?, fino a che vi sarà continua generazione di uomini. Il genere è una totalità in atto, è il divenire stesso della natura umana che ha, secondo Aristotele, la causa finale del suo movimento proprio al suo interno: la natura umana è tale per cui si riproduce come genere, come totalità vivente, come un'essenza comune, colta nel suo aspetto materiale, il sostrato delle differenze, il cui fine ultimo è la sua stessa continua riproduzione. Il genere è tale solo se si riproduce. Il ghénos aristotelico è il nocciolo anche più astratto di ogni possibile discorso etico-filosofico. L'irriducibilità del genere ad altro (o è pienamente se stesso o non è) costituisce la base essenziale di ogni possibile preoccupazione etica. Questo nocciolo etico, in età moderna, si presenta, in termini hegeliani, piuttosto come organismo etico-politico, proprio l'organismo civile e statuale, che presenta però nel suo processo riproduttivo delle rotture, le quali interrompono e inficiano inevitabilmente la sua stessa esistenza. Ciò che preoccupa Hegel, è prima di tutto l'apparire di questa folla, di questa massa, di questa plebe che conserva nei riguardi dello Stato il punto di vista del negativo, che costituisce un partito nel senso proprio del termine, una opposizione relativa non alle questioni particolari di tecnica amministrativa, ai problemi di persone, ma al fondamento stesso dello Stato. Ora, ed è questo il punto decisivo, la società produce necessariamente questa plebe. E la produce come irriproducibile. All'uomo della plebe, prodotto specifico della moderna società, non è dato vivere umanamente la sua condizione generica, cioè non è concesso vivere eticamente la sua stessa umanità. La plebe, potremmo così dire, ci conduce a una situazione-limite, per cui in età moderna, per quanto la nozione di uomo e di uomo-genere sia eticamente acquisita, anche da un punto di vista strettamente politico (certo con la Rivoluzione Francese, ma già con il Cristianesimo secondo Hegel), non lo è pienamente e una volta per tutte. CONCLUSIONE SINTETICA Sebbene, come si è visto, il tema percorra molti testi hegeliani, ci sembra che venga in ogni caso trattato omogeneamente dal filosofo. Inoltre, si potrebbe qui solo aggiungere una nota sulla considerazione strettamente antropologica che Hegel ci fornisce dell'uomo della plebe: una figura 'muta' ossia non pienamente consapevole del suo torto (e si noti l'ambivalenza-ambiguità dell'avere-subire il torto di non lavorare). La plebe ha sì il sentimento del proprio torto ma appunto non ha piena coscienza di esso, addirittura non ha un proprio linguaggio, etc. Certamente il linguaggio che le corrisponde sarebbe quello fenomenologico del cliente diderotiano, ma che riteniamo si trovi a un livello superiore, nella sistematica hegeliana, rispetto all'uomo della plebe. Non possiamo nemmeno dire che il suo linguaggio sia quello dell'economia politica classica, poiché esso semmai corrisponde a quello del filosofo enciclopedico. Ma, in questa sede, non andiamo oltre. Inoltre, più in generale, seguendo la lettura di E. Weil ma ancor prima quella di Karl Marx nel suo manoscritto di critica allo Stato hegeliano (1843) possiamo notare che il cosiddetto Stato etico hegeliano (ma Hegel non dice quasi mai Stato etico, piuttosto eticità nello Stato) presenta delle aperture, che potrebbero certo essere riguardate come difficoltà o aporie interne, ma anche come vere e proprie aperture hegeliane alla contemporaneità. Almeno per ciò che riguarda la critica che egli muove all'economia del suo tempo. Per ciò che concerne il metodo seguito nella nostra ricerca abbiamo inizialmente redatto una sorta di antologia ideale dei testi hegeliani in cui compare il termine e la nozione o il concetto di plebe (ma anche il mondo della ricchezza, il denaro, etc.) con l'intento di verificare se si possa o meno ricostruire un filo concettuale del problema. Per ora ci è parso che questo filo vi sia e che Hegel lo abbia presente fin dagli anni di Jena. In ogni caso ci sembra, al momento, che Hegel lo abbia presente in termini di problema, dunque in termini sostanzialmente critici. La letteratura critica da cui abbiamo preso le mosse è l'interpretazione di E. Weil e quella che in Italia ha dato F. Valentini.

Azioni sul documento