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CUCCINIELLO Antonio

ORDINE NATURALE E LIBERTÀ POLITICA: UN’ANALISI DEL LESSICO MONTESQUIEUVIANO

INFORMAZIONI COMPLETE
nome
cognome
indirizzo
e-mail
sito web
Antonio
CUCCINIELLO
Via Ponte Don Melillo Fisciano (SA)
università
dipartimento
facoltà
Salerno
Teoria e storia del diritto e della politica
ciclo e titolo del dottorato

II Ciclo - Nuova serie - Etica e filosofia Politico-Giuridica

tesi
titolo
relatore
data

ORDINE NATURALE E LIBERTÀ POLITICA: UN’ANALISI DEL LESSICO MONTESQUIEUVIANO

L. Bazzicalupo

12-05-2004

sintesi

La ricerca è incentrata sull’analisi di alcuni dei principali elementi della concezione giuridico-politica di Montesquieu, considerati alla luce della visione complessiva del pensatore francese, e, dunque, tenendo presente anche, in particolar modo, le assunzioni epistemologiche che fanno da sfondo alla concezione montesquieuviana.
Per quanto attiene all’orientamento ermeneutico individuato è utile prospettare le principali interpretazioni che la dottrina ha elaborato in proposito; in tal modo sarà possibile inquadrare il modo in cui l’interpretazione adottata si colloca nel dibattito dottrinale e quali sono gli elementi di specificità che intende avere. Il riferimento sarà eminentemente alla letteratura giuridico-politica, poiché è in questo ambito (quello giuridico-politico per l’appunto) che le formulazioni montesquieuviane incrociano le questioni più stringenti relative al tipo di organizzazione da stabilire al fine di garantire la libertà, ed inoltre, poi, è su questo terreno che si sono concentrate le maggiori dispute relative al tipo di modello al quale ascrivere la concezione montesquieuviana. E tuttavia, malgrado la centralità del profilo giuridico-politico, occorre dire che esso costituisce, nell’ambito della ricerca svolta, la risultante di un percorso che ha un suo riferimento essenziale, come accennato, nella chiarificazione delle assunzioni epistemologiche che sono alla base della concezione montesquieuviana. Tali assunzioni rivestono una portata esplicativa dei dispositivi istituzionali, così come concepiti da Montesquieu, e l’interpretazione sostenuta è interamente incentrata sulla connessione esistente tra i presupposti epistemologici e gli aspetti politico-giuridici della visione del pensatore francese.
Per quanto riguarda, dunque, le interpretazioni elaborate in relazione alla concezione montesquieuviana, il dibattito dottrinale si caratterizza in questo modo: per lungo tempo è invalsa l’interpretazione secondo la quale Montesquieu avrebbe elaborato la dottrina della separazione dei poteri configurantesi in questi termini: postulazione di tre poteri (potere legislativo, esecutivo, giudiziario) tra loro intangibili (indipendenza funzionale) ed esercitanti ciascuno una delle tre funzioni (specializzazione delle funzioni). Si tratta di una interpretazione discendente in particolar modo dalla giuspubblicistica ottocentesca, la quale ha visto appunto in Montesquieu l’assertore per eccellenza della separazione assoluta e inderogabile che deve intercorre tra i poteri dello Stato esercitanti ciascuno la propria determinata funzione. Tale interpretazione, peraltro, infirmata sul piano scientifico, ha avuto una perdurante vitalità: in particolare, la dottrina del diritto pubblico, nelle sue trattazioni, nelle sue sistemazioni, di fronte alla definizione di un modello di organizzazione statale basato sulla separazione dei poteri e di fronte alla definizione classica dello stato di diritto facente perno, appunto, su tale separazione, ha continuato a far riferimento a Montesquieu. Il pensatore francese, nell’ambito, dunque, di questa dottrina, e, ancor di più, conseguentemente, nell’opinione corrente (anche nell’opinione colta non specialistica) è stato continuamente associato al modello di organizzazione statale fondato sulla separazione dei poteri.
Nella letteratura specialistica, tuttavia, tale interpretazione, come anticipato, è stata sottoposta ad una incisiva revisione. Già negli anni 30, e poi successivamente nel corso degli anni 50 del Novecento, Charles Eisenmann ha evidenziato come nella visione montesquieuviana non vi sia affatto la postulazione della separazione dei poteri intesa attraverso i criteri della indipendenza funzionale e della specializzazione delle funzioni. Attraverso un esame attento dei testi (di questo si è nella sostanza trattato) Eisenmann ha posto in rilievo come nella concezione montesquieuviana sia stabilita non la indipendenza fra i poteri, ma bensì la loro interazione reciproca, ed ha inoltre sottolineato come nella visione del pensatore francese non sia stabilito il principio della specializzazione funzionale. In tal modo Eisenmann ha sostenuto come l’interpretazione più congrua della dottrina montesquieuiana sia quella che sottolinea come nella visione del pensatore francese sia stabilita la opposizione fra i poteri (nella formulazione anglosassone tale modello di opposizione fra i poteri, legato, indubbiamente, in una certa misura, all’intepretazione di Montesquieu, è, come noto, qualificato come il modello dei checks and balances). Nel corso degli anni più recenti, poi, (gli anni 80 e 90) Michel Troper ha ripreso l’interpretazione di Eisenmann arricchendola; in particolare ha mostrato come nel lessico politico settecentesco, comprendente, dunque, anche le formulazioni montesquieuviane, la separazione dei poteri fosse intesa non nel senso dell’indipendenza fra i poteri stessi, ma nel senso del non cumulo dei poteri; a partire da tale istanza condivisa, ha poi sostenuto Troper, si ripartono due modelli di organizzazione dei poteri: il primo, basato su una interazione reciproca tra i poteri e sulla compartecipazione nell’esercizio delle funzioni, ed è il modello di Montesquieu, ed il secondo basato, invece, sulla separazione intesa attraverso i criteri della specializzazione e della indipendenza, ed è il modello, come sottolinea Troper, per quanto strano possa sembrare, facente capo a Rousseau.
Infine, poi, sempre nel corso degli anni 80 e 90 Bertrand Manin è venuto elaborando una categoria specifica per qualificare una concezione relativa all’organizzazione dei poteri come quella montesquieuviana; ha parlato di un modello dei contropoteri, e tale categorizzazione è stata ripresa e sviluppata in Italia da Mauro Barberis.
Ora, di fronte a tale costellazione del dibattito e degli orientamenti dottrinali, come si colloca l’interpretazione sostenuta, e quali sono gli elementi di specificità che intende affermare?
Ebbene, l’interpretazione sostenuta tiene conto, senza dubbio, della rilevanza euristica dei recenti indirizzi interpretativi, e tuttavia, intende apportare dei significativi elementi di differenziazione. Innanzitutto va precisato che l’analisi che ha contestato e sconfessato l’interpretazione tradizionale che vedeva in Montesquieu il teorico della separazione dei poteri, si è limitata ad una esegesi dei testi (l’interpretazione di Eisenmann consta di alcuni articoli e anche Troper non ha dedicato all’argomento una trattazione specifica) e a far emergere, sulla base di essi, come nella prospettazione dei vari dispositivi istituzionali, da parte di Montesquieu, non vi sia separazione ma concatenazione fra i vari poteri e come non vi sia, inoltre, una ripartizione rigida ed esclusiva di essi. In queste interpretazioni non vi è, dunque, un’analisi delle categorizzazioni sottese alla concezione montesquieuviana postulante la interazione, la concatenazione, appunto, dei poteri. L’analisi, pertanto, ha cercato di analizzare tali categorizzazioni, non tematizzate dalla dottrina, e di mostrarne la assoluta irriducibilità rispetto ad un discorso e a un paradigma moderno. Si è cercato di mostrare come la prospettiva montesquieuviana sia estranea, in ogni suo elemento, alle categorie che sono alla base della fondazione dell’ordine moderno.
Si è messo in rilievo, dunque, come nella concezione montesquieuviana non vi sia il contrattualismo, né un processo di soggettivazione, né l’individuazione di un interesse economico con una valenza euristica, né la fondazione della libertà come sviluppo di pretese intrasoggettive. Anche per quanto attiene, poi, alla definizione degli ambiti istituzionali, le categorizzazioni di Montesquieu hanno una connotazione eccentrica rispetto ad un discorso moderno: nella concezione montesquieuviana lo stato non è concepito come un’istanza fondativa, non abbiamo la sovranità intesa come un potere supremo risolutivo, alla rappresentanza non è associato nessun tratto euristico tipico del mondo moderno, ed anche la definizione dei caratteri dei tre poteri, che pure si potrebbe pensare rinvii ad elementi oggettivi condivisi con altre concezioni, in realtà rivela ancora una volta la specificità dell’argomentazione montesquieuviana (differenza Montesquieu-Locke).
Dunque, una parte della ricerca è rivolta all’analisi di queste categorizzazioni, analisi tesa a mostrarne la specificità, e ciò si è rivelato di grande importanza poiché ha consentito di pervenire, in qualche modo, alla messa a punto di una sorta di grammatica istituzionale attraverso la quale decifrare la conformazione e l’articolazione dei dispositivi istituzionali così come concepiti da Montesquieu. E qui viene in questione il rapporto tra l’orientamento interpretativo sostenuto e le interpretazioni di Eisenmann e Troper. Tali interpretazioni, dal momento che non intraprendono un’analisi critica delle categorizzazioni in questione, finiscono inevitabilmente per basarsi, nel loro carattere esplicativo, su delle assunzioni irriflesse, apparentemente neutrali, che in realtà scontano ancora ipoteche moderne, e che dunque, in quanto tali, sono insuscettibili di essere applicate all’argomentazione montesquieuviana. La messa a fuoco, invece, delle categorie di cui detto, e, naturalmente, poi, l’individuazione dei presupposti epistemologici nell’ambito dei quali quelle categorie si inquadrano, consente di individuare fino in fondo la logica che è alla base dei dispositivi istituzionali, e consente, poi, prima ancora, un’apprensione della natura stessa delle istituzioni, così come concepite da Montesquieu. Si tratta di un elemento di fondamentale importanza: le assunzioni epistemologiche che sono alla base della concezione montesquieuviana, e, conseguentemente, le categorizzazioni ad esse correlate, conferiscono alla dottrina montesquieuviana una posizione di assoluta specificità che investe i presupposti di fondo, di natura ontologica, relativi alla natura delle istituzioni politiche, e si tratta di una specificità che non è catalogabile attraverso il rinvio ad antitesi predefinite, come per esempio l’antitesi moderno-premoderno, ma bensì di una specificità che va ricondotta alla peculiarità dei presupposti ontologici di fondo. La definizione di tali presupposti e la connessione che è possibile stabilire tra essi e la dimensione politico-istituzionale, costituisce per l’appunto, come accennato, la chiave ermeneutica avanzata per la comprensione della concezione montesquieuviana.
Orbene, l’elemento qualificante dell’epistemologia montesquieuviana è costituito dalla nozione delle leggi concepite come “rapporti necessari derivanti dalla natura delle cose”; nella visione del pensatore francese la realtà ha dunque un carattere relazionale: essa è concepita, appunto, come un insieme, come una struttura di rapporti tra le cose. Ora, da tale carattere relazionale della realtà discende una conseguenza di straordinaria importanza che investe la forma stessa del giuridico così come essa si configura nella concezione montesquieuviana, e cioè: il fatto che le leggi siano concepite come rapporti tra le cose fa sì che la dottrina montesquieuviana non possa essere interpretata, come pure avviene, come se le leggi, nella visione del pensatore francese, potessero essere intese in termini normativi, come delle prescrizioni che dall’esterno sono volte a svolgere la loro azione regolamentatrice. Ciò non è possibile per una ragione di carattere ontologico: una tale configurazione delle leggi presupporrebbe un doppio livello ontologico, un livello della realtà e un livello normativo regolativi di essa, doppio livello che non esiste nella visione montesquieuviana, nell’ambito della quale le leggi non si collocano su un piano normativo, ma, al contrario, in quanto rapporti tra le cose, strutturano l’unico livello della realtà, che è il livello relazionale. Come si evince, dunque, è la forma stessa del giuridico, con i suoi tratti moderni, con la scissione nei confronti della realtà, che è messa in questione nella concezione montesquieuviana, la quale, quindi, non è intelligibile facendo riferimento ad una forma del giuridico declinata in termini normativi.
È evidente, dunque, che sulla base di questa prospettiva ermeneutica che sottrae la forma del giuridico al suo carattere predeterminato e comunemente condiviso, è possibile sviluppare e “radicalizzare” in qualche modo le interpretazioni di Eisenmann e Troper: nella visione montesquieuviana non soltanto non è rinvenibile il modello formalizzato di separazione dei poteri attribuitole dalla giuspubblicistica ottocentesca e contestato, giustamente dagli autori indicati, ma, vieppiù, ogni elemento delle formulazioni montesquieuviane non è interpretabile attraverso schemi e qualificazioni formali sulla base di una sensibilità e di una logica moderne, ma, al contrario, esso va interpretato fedelmente ai presupposti ontologici, i quali sono, appunto, alieni da qualificazioni formali e fanno riferimento, invece, esclusivamente alla struttura di rapporti esistenti tra le cose. In tal modo, dunque, attraverso questa prospettiva ermeneutica è possibile reinterpretare alcune questioni nodali della dottrina montesquieuviana. Per esempio, per quanto riguarda la questione del veto, e cioè la questione volta a stabilire se il potere esecutivo, attraverso la sua facoltà di veto, concorre oppure no alla formazione delle leggi, occorre dire che si tratta di una questione la cui impostazione è ispirata ad una logica tutta moderna (alla quale non si sottraggono nemmeno Eisenmann e Troper); una logica, cioè, che tende modernamente ad individuare quali sono gli elementi ( e se fra questi rientra quindi il veto) che costituiscono la forma del giuridico, quali sono gli elementi che partecipano al crisma della giuridicità quale criterio regolativo che dall’esterno qualifica normativamente la realtà. Tuttavia questa non è la prospettiva montesquieuviana: nell’ambito di essa non rilevano in alcun modo le qualificazioni discendenti da un punti di vista formale e non si tratta, dunque, di andare a verificare gli atti che rientrano all’interno della forma della legge, all’interno del procedimento formale che porta a varare le leggi; al contrario, ciò che rileva, su un piano strutturale, è l’insieme di rapporti di cui si compone la realtà, e il veto va appunto considerato come un elemento di questa trama di rapporti, come un anello di congiunzione all’interno di questa struttura, senza che rilevi affatto la sua qualificazione formale, la quale rinvia alla questione della forma del giuridico che nella visione montesquieuviana non si pone in alcun modo. Il veto, come qualsiasi altro dispositivo istituzionale, va considerato in una prospettiva basata sulla struttura di rapporti esistenti alla base della realtà. Ciò è tanto vero, che a rigore, anche il lemma veto è improprio, risentendo di una qualificazione formale: Montesquieu non parla di veto, ma di facoltà di impedire, e utilizza la stessa espressione per designare sia tale facoltà che l’esecutivo ha nei confronti del legislativo, sia la stessa facoltà che ciascuna camera del legislativo ha nei confronti dell’altra. Il pensatore francese non stabilisce, dunque, alcuna differenza, differenza che invece vi sarebbe naturalmente all’interno di una logica formale nell’ambito della quale vi è, verosimilmente, distinzione tra un atto che blocca una legge e un atto, invece, attraverso il quale si blocca soltanto la risoluzione di una camera; e Montesquieu non stabilisce alcuna differenza proprio perché, dal suo punto di vista, su di un piano, quindi, strutturale, si tratta di atti non dissimili dal momento che entrambi si caratterizzano, in termini strutturali, per il fatto di arrestare le risoluzioni di un altro corpo.
Dunque, ciò che rileva, nella prospettiva montesquieuviana, è, come detto, su un piano strutturale, l’insieme di rapporti che sono alla base della realtà; e, pertanto, l’organizzazione giuridico-politica con i suoi dispositivi volti a limitare il potere, non può che basarsi sulla struttura di tale realtà, attraverso l’individuazione di una trama di rapporti oppositivi tra le diverse entità, in modo che il potere sia limitato dall’interno (e non normativamente dall’esterno) attraverso la sua stessa articolazione. È questo, per l’appunto, il modello dei contropoteri che prevede la limitazione del potere stabilendo una opposizione tra i diversi poteri; tuttavia, occorre precisare che la tipizzazione di tale modello è stata, in sostanza, formulata in termini generali (Manin) per indicare qualsiasi filosofia politica o organizzazione giuridico-politica in cui il potere è limitato attraverso il potere. È necessario, invece, precisare le determinazioni relative alla natura del potere, ai suoi fondamenti, alle sue dinamiche, che consentono, poi, di stabilire un’organizzazione nell’ambito della quale, nella visione montesquieuviana, il potere sia effettivamente in grado di limitare il potere; ciò significa, in altri termini, che occorre ancora una volta tener presente i presupposti ontologici sui quali si basa il discorso in questione: il potere che limita il potere, inquadrandosi, nella prospettiva montesquieuviana, nell’ambito dei rapporti che sono alla base della struttura della realtà, non può in alcun modo essere collegato ai fondamenti euristici, ai fondamenti concettuali che hanno invece un ruolo fondante nell’ordine giuridico moderno di carattere normativo. Nella visione montesquieuviana non vi è spazio per fondazioni di carattere euristico-concettuale; pertanto, concetti come quello di sovranità, di legittimazione, di autorizzazione ecc… non hanno alcuna valenza e sono, di conseguenza, inutilizzabili all’interno dell’organizzazione giuridico-politica così come concepita dal pensatore francese, organizzazione fondata sull’articolazione di rapporti esistenti alla base della realtà. È questo il costituzionalismo per legem (è la denominazione prescelta per specificare ulteriormente il modello dei contropoteri); con tale locuzione si intende indicare che il potere, nella prospettiva montesquieuviana, è limitato sì attraverso leggi, ma si tratta di leggi concepite non normativamente come disposizioni regolative esterne, ma bensì come rapporti che strutturano la realtà delle cose; non abbiamo, dunque, un costituzionalismo sub lege fondato su criteri normativi esterni, ma, al contrario, un costituzionalismo che fa riferimento al piano strutturale dei rapporti di cui consta la realtà.
Sulla base, quindi, degli elementi di specificità della concezione montesquieuviana, così come delineati, è possibile pervenire a delle categorizzazioni che, immediatamente, esprimono la peculiarità dei dispositivi teorici che operano alla base della visione del pensatore francese. Su queste basi è possibile, per esempio, affermare che quella montesquieuviana è una prospettiva anticoncettualistica. Con ciò si intende significare che, come detto, le fondazioni concettuali esulano del tutto dall’universo montesquieuviano; quest’ultimo non funziona affatto attraverso dispositivi che si collocano sul piano astratto delle concettualizzazioni, ma, al contrario, rinvia, come visto, agli elementi che strutturano la realtà, al di fuori di qualsiasi dimensione fondativa. Ed è questo il motivo per il quale il costituzionalismo montesquieuviano, un costituzionalismo per legem, come l’abbiamo definito, si colloca su un sentiero del tutto diverso rispetto al modello di gran lunga prevalente del costituzionalismo basato sulla fondazione dei diritti soggettivi e sul rinvio allo stato per la garanzia di essi, in un rapporto, quindi, di coimplicazione fra stato e diritti sulla base di una prospettiva fondativa: nella concezione montesquieuviana non vi sono istanze teorico-concettuali, non vi sono principi che, fondati su un piano teorico, vanno poi costituzionalizzati; ciò implicherebbe una dissociazione fra un livello normativo ed un livello della realtà che, come abbiamo visto, non esiste nella prospettiva montesquieuviana.
Specularmente al carattere anticoncettualistico che caratterizza la prospettiva montesquieuviana, abbiamo, poi, in relazione al funzionamento dei dispositivi istituzionali basati sulla struttura della realtà, quella che possiamo definire la sostanzializzazione connessa all’esercizio del potere: nella visione del pensatore francese ogni potere tende a costituirsi in corpo, tende, cioè, a costituirsi come un’entità differenziata sulla base di una logica di gruppo correlata all’appartenenza; l’interesse del gruppo costituisce il criterio attraverso il quale si esercita il potere. Da ciò discende che l’ordinamento deve tener conto di tale dinamica associata, inevitabilmente, all’esercizio del potere; così, per esempio, per quanto riguarda il potere di giudicare, esso, nella visione montesquieuviana, non può essere concepito come il potere esercitato da giudici che, in maniera neutrale, applicano le leggi; e ciò non è possibile perché nella prospettiva del pensatore francese i giudici tendono a costituire un corpo che agisce, appunto, sulla base di una logica di corpo a danno di chi è sottoposto ai giudizi. Per evitare ciò, dal punto di vista montesquieuviano non si tratta di stabilire, astrattamente, il principio secondo il quale i giudici debbono applicare, in maniera imparziale, le leggi, ma, al contrario, occorre tener conto delle dinamiche associate all’esercizio del potere, e, nella fattispecie, è necessario, secondo Montesquieu, desostanzializzare il corpo dei giudici attraverso la loro nomina temporanea da parte del popolo. In questo modo è possibile che il giudice sia la bouche de la loi, ma ciò non è il portato del razionalismo giuridico, come spesso si afferma, ma bensì il risultato di una logica volta ad individuare, su un piano strutturale, le dinamiche correlate all’esercizio del potere.
Alla luce di quanto detto, è possibile, dunque, affermare che la prospettiva montesquieuviana, lontana, come visto, dall’edificazione di un ordine moderno, è volta, invece, all’individuazione di una sorta di institutiones di diritto pubblico: nella visione del pensatore francese è possibile individuare un insieme di dispositivi istituzionali i quali, in virtù del loro carattere strutturale insuscettibile di qualificazioni concettuali, definiscono invariabilmente il funzionamento dei sistemi politico-istituzionali.

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