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Religione, politica, immaginazione

Chiara Bottici - 7 settembre 2007 Lo scopo di questo intervento è mostrare che al fine di comprendere il ruolo che la religione gioca nelle società post-secolari è necessario ripensare al nesso, a tratti trascurato dalla filosofia politica, tra politica ed immaginazione. Il nuovo ruolo assunto dalla religione all’interno della politica è legato ad una profonda trasformazione dell’immaginazione [...]

Abstract

Lo scopo di questo intervento è mostrare che al fine di comprendere il ruolo che la religione gioca nelle società post-secolari è necessario ripensare al nesso, a tratti trascurato dalla filosofia politica, tra politica ed immaginazione. Il nuovo ruolo assunto dalla religione all’interno della politica è legato ad una profonda trasformazione dell’immaginazione. Muovendo dalle riflessioni di Arendt e Castoriadis sull’immaginazione, si cercherà dapprima di mostrare che l’immaginazione è sempre stata centrale alla politica sia che la si intenda come quell’attività che riguarda il pubblico, la polis in senso più generale, sia che la si intenda, in un senso più ristretto, come quell’attività caratterizzata dal ricorso alla coercizione fisica legittima.

Il mutamento indotto dalla rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni sembra tuttavia aver prodotto un mutamento profondo di tale intreccio. L’aumento quantitativo delle immagini che entrano in politica sembra aver prodotto anche un mutamento qualitativo: le immagini che entrano come fiumi nelle case di miliardi di telespettatori ogni giorno non sono più solo ciò che media il nostro fare politica, ma anche ciò che rischia di fare politica al nostro posto. Ridotta a pura tecnica, da un lato, ed a vuoto spettacolo di se stessa, dall’altro, la politica nell’epoca della governance pare esser divenuta incapace di fornire risorse di senso. L’immaginazione politica, di conseguenza, preda del paradosso di una sua contemporanea ipertrofia ed essiccazione, si trova ad aprire le porte alla religione, la quale, in quanto sistema di credenze volto all’eliminazione della contingenza, rimane uno dei serbatoi di senso per eccellenza. L’avvento della riproducibilità mediatica delle immagini, lungi dall’aver prodotto quella perdita dell’aura con la conseguente critica radicale di ogni forma di tradizione annunciata da Benjamin, sembra aver prodotto l’esatto contrario. Le religioni hanno avuto quella resurrezione per mezzo dei film che Benjamin aveva enfaticamente negato come possibilità.

Il problema, tuttavia, è che se si guarda al crescente ruolo pubblico e politico della religione dal punto di vista dell’immaginazione esso pare più difficilmente conciliabile con il progetto di autonomia democratica. Una volta immessi massicciamente nell’immaginario politico, i contenuti religiosi sono difficilmente arginabili alla sola sfera pubblica informale, come prevede la soluzione habermasiana. Dal punto di vista del funzionamento dell’immaginario collettivo, è chiaro che gli individui non sono “uomini a due teste”, l’una che pensa religiosamente e l’altra che, una volta indossata sulla soglia dei parlamenti, traduce poi i contenuti della prima in ragioni secolari. Il pericolo è che l’immaginazione politica contemporanea, presa nella duplice morsa della sua tecnicizzazione e della sua spettacolarizzazione, aprendo incondizionatamente le porte alle risorse di senso religiose, rischi di esserne fagocitata.



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