Virgilio Mura
06.12.2008
Cari Colleghi,
intervengo – a tempo scaduto, ma, spero, non fuori tempo massimo - con alcune brevi (e sparse) considerazioni sulla questione della valutazione della qualità della ricerca, non prima di essermi congratulato con la presidenza e la giunta della SIFP per la rapidità con cui hanno predisposto la bozza degli indicatori e l’efficienza che hanno mostrato, compresa la consultazione on-line, nel gestire l’intero processo .
1. Ho l’impressione che l’incarico che il Ministero ha affidato al CUN riguardi non semplicemente il versante specifico dei concorsi, ma il problema più generale dell’individuazione di indicatori in base ai quali il CIVR (o l’ANVUR, se e quando sarà operativa) dovrebbero valutare la qualità della ricerca soprattutto in funzione della distribuzione della quota parte (oggi pari a 1/3) del fondo di funzionamento ordinario alle singole università e in relazione agli scatti biennali dei nostri stipendi che saranno ancorati alla qualità (con criteri ancora da stabilire con Decreto Ministeriale, sentiti CIVR e CUN)) della nostra produzione scientifica. Se è così, gli indicatori avrebbero una portata più ampia: riguarderebbero, in primo luogo, la qualità della ricerca scientifica dei potenziali commissari e poi, per ricaduta conseguente, anche quella dei potenziali concorrenti ad eventuali concorsi. E sarebbe bene tenerne conto.
2. La relazione del CIVR relativa all’area 14 (Scienze politiche e sociali) segnala una serie di punti di debolezza che non sono di facile (e immediata) soluzione. Il primo riguarda l’eterogeneità dell’area, all’interno della quale dovremmo armonizzare i nostri criteri, che comprende filosofia politica, storia delle dottrine politiche, storia delle istituzioni politiche, scienza politica, varie altre storie (delle relazioni internazionali, delle Americhe, dell’Asia, dell’Africa) e tutte le sociologie dall’a alla z. Questo quadro disciplinare molto variegato contiene altri due punti di debolezza, distinti ma connessi, che, a giudizio del CIVR, rendono l’intera area atipica rispetto alle altre: a) il 60% della nostra produzione scientifica è costituita da libri “monografici o curati”, il 22% da articoli in volumi collettivi o collettanei (sorvolo, per il momento, sulla sofisticata distinzione fra i due generi), il 18% da articoli su riviste, il tipo di prodotto più diffuso nella altre aree, specie in quelle delle scienze sperimentali, anche perché è il meno costoso e l’unico che consenta controlli di qualità ex ante nella forma della peer review e/o degli impact factor (ove possibili); b) il 61% dei prodotti sono scritti in italiano, il 32% in inglese, il restante 7% in altre lingue, ma il 90% dei libri sono editi in italiano, il 60% degli articoli in inglese.
3. La bozza proposta fa riferimento a indicatori meramente quantitativi e temporali ed è fin troppo dettagliata (e rigida) nel disciplinare gli incroci dei numeri (peraltro non del tutto privi di arbitrarietà). Se concordiamo – come non dubito - sui criteri qualitativi ricordati (e richiamati) da Gatti, perché lasciarli impliciti e non, viceversa, esplicitarli chiaramente in premessa?
4. Convengo sull’opportunità di dare qualche segnale di rinnovamento. Io comincerei col rivalutare la forma del saggio breve (20/30 pagine, asciutte ed essenziali) incentrato su temi e problemi specifici, un genere letterario più difficile da elaborare e dunque maggiormente indicativo delle qualità dell’autore di molte monografie, inutilmente logorroiche, che spesso si risolvono in diligenti (e per lo più acritiche) rassegne o in ripetitive (e scontate) compilazioni dell’opera di qualche classico del pensiero filosofico-politico. Se dobbiamo rinnovarci, iniziamo col liberarci da alcune tradizioni accademiche ormai anacronistiche (e fuorvianti). Proviamo a valutare non il numero delle pagine, ma il loro contenuto e il grado di difficoltà dell’approccio relativo al genere del prodotto.
5. Chi giudica della qualità della nostra ricerca è la comunità scientifica di riferimento. Chi pubblica in lingua straniera (tanto più se si tratta dell’inglese) amplia l’ambito della comunità scientifica giudicante. Tutto qui, ma non è poco. Tali pubblicazioni (soprattutto l’articolo o il saggio breve) vanno perciò incoraggiate, ma tenendo sempre presente che il lavoro prodotto (in genere tradotto) in una lingua straniera è requisito di internazionalizzazione della ricerca ed un indicatore della volontà (encomiabile) dell’autore di confrontarsi con un’area critica più vasta, ma di per sé non è garanzia di qualità superiore, neppure se l’editore opera sistematicamente attraverso la consulenza di referee qualificati. E’ un elemento di cui tener conto nel giudizio, non può essere però requisito necessario per la partecipazione al concorso.
6. Le riviste di “rilevanza nazionale”, per quel che riguarda la nostra disciplina, andrebbero individuate e censite. L’impresa non è impossibile, dati i numeri. Un requisito minimo potrebbe essere la certificazione ISSN. Case editrici: difficile distinguere. I nostri libri, pur con tiratura limitata (600-800 copie), non rappresentano un affare commerciale, a meno che l’opera non abbia un carattere divulgativo o l’autore non sia una star internazionale. Le case editrici – tutte le italiane, anche quelle più qualificate e/o rinomate - pubblicano tutto, naturalmente a pagamento, salvo che l’autore si impegni ad adottare il testo per un numero congruo di studenti (tale cioè non solo da coprire le spese, ma da garantire anche ricavi certi).
7. Va da sé che la nuova normativa, se e quando sarà adottata nel testo definitivo, non può avere carattere retroattivo.
Cordiali saluti
Virgilio Mura

