Strumenti personali
Tu sei qui: Portale Articoli, libri e interviste - Articles, books and interviews In memoria di Danilo Zolo

In memoria di Danilo Zolo

Pubblichiamo le parole di ricordo che Luca Baccelli ci ha inviato in memoria di Danilo Zolo, recentamente scomparso.

Danilo Zolo è arrivato a Firenze nel 1954, a 18 anni. Nato a Rijeka, aveva seguito il padre ufficiale dell’esercito a Tripoli e poi nel Friuli della madre, a cui è rimasto sempre legato. Dopo l’ultimo anno di liceo si è iscritto a Giurisprudenza dove ha approfondito i suoi studi con Pietro Piovani, mentre iniziava la sua partecipazione all’ambiente del cattolicesimo progressista. Con figure come Ernesto Balducci e Lorenzo Milani ha stabilito rapporti profondi e condiviso progetti, a cominciare dalla rivista Testimonianze, di cui diventerà direttore, per continuare con la battaglia a favore dell’obiezione di coscienza. La partenza del maestro per Roma ha segnato la prima discontinuità della carriera accademica di Zolo, che ha scelto di rimanere a Firenze per continuare nel suo impegno religioso e civile. Per alcuni anni ha insegnato nella scuola secondaria; come consigliere comunale è stato coinvolto nell’esperienza di governo della città del sindaco Giorgio La Pira, contribuendo alla sua visionaria attività di diplomazia dal basso per la promozione della pace e dell’autodeterminazione dei popoli, fra il Vietnam e il Maghreb.

La ricerca intellettuale di questi anni si inseriva nel paradigma del personalismo. In questa chiave Zolo ha interpretato il pensiero di Antonio Rosmini nella sua prima monografia: Il Personalismo di Antonio Rosmini (Brescia, Morcelliana, 1963). La delusione di molte delle speranze conciliari e l’irrigidimento della gerarchia fiorentina hanno finito per spingerlo ad allontanarsi dalla Chiesa cattolica; ma quelle esperienze giovanili lasceranno un segno profondo nell’esperienza esistenziale di Zolo, che negli ultimi anni citava Albert Camus nel definirsi un “cristiano senza Dio”.

Negli anni settanta si è confrontato con il pensiero marxiano rimettendo in questione la visione standard della teoria politica e giuridica marxista. La teoria comunista dell’estinzione dello Stato (Bari, De Donato, 1974) contestava che tale teoria sia effettivamente presente nell’opera di Marx e la attribuiva a una deriva della dottrina comunista. Stato socialista e libertà borghesi. Una discussione sui fondamenti della teoria politica marxista (Roma-Bari, Laterza, 1976) tornava ad affrontare con rigore filologico l’anello debole del marxismo ed è stato l’occasione dell’incontro con Norberto Bobbio. Con una lettera del 30 settembre 1976 è cominciato un rapporto da subito franco, basato sulla quella stima reciproca che riconosce il valore delle differenze di valutazione. Una conversazione sempre più confidenziale (“Danilo, dammi del tu. Sei anche tu un vecchio professore!” esclamerà Bobbio dopo molti anni) che può essere presa a esempio del modo con cui Zolo si rapportava ai suoi interlocutori, si trattasse appunto di vecchi professori o di giovani studiosi, o di figure carismatiche come Gino Strada o Tiziano Terzani. Zolo ne ha dato uno struggente e intenso resoconto in L’alito della libertà (Milano, Feltrinelli, 2008).

Negli stessi anni settanta il sodalizio umano e intellettuale con Lugi Ferrajoli si è espresso in Democrazia autoritaria e capitalismo maturo (Milano, Feltrinelli, 1978), una critica delle derive autoritarie connesse alla strategia del compromesso storico. Derive da ricondurre alle fallacie nell’analisi “delle forme complesse e capillari del potere tardo borghese” e che potevano essere combattute attraverso “un recupero scientifico del marxismo e una sua riconciliazione con la tradizione garantistica e libertaria del socialismo”. Sono temi che i due autori continueranno a declinare, pur in forme molto diverse, nei decenni successivi, riprendendo più volte i fili di una discussione intensa.

La crisi del marxismo ha rappresentato lo stimolo per la ricerca di nuove strade. Negli anni della fascinazione di parte di molti intellettuali di sinistra per Karl Popper e la sua teoria politica, nel saggio “La società aperta e i suoi amici” (Critica marxista, 1980, n. 3) Zolo ha contestato la pretesa di dedurre un modello di società da un approccio epistemologico. Sul piano accademico, diventato assistente ordinario all’Università di Firenze, aveva ottenuto un incarico nell’ateneo di Sassari. Di fronte all’ostilità di buona parte dell’accademia (fra i pochi a sostenerlo, Bobbio era stato vittima di un vero e proprio imbroglio concorsuale) ha rinunciato all’incarico per concentrarsi nella ricerca e aprirsi a quella che oggi si chiama internazionalizzazione: anno dopo anno ha trascorso periodi di studio e di insegnamento in università dell’Europa e delle due Americhe, da Cambridge alla Paraiba.

In questo periodo Zolo ha approfondito i suoi studi di teoria della scienza, concentrandosi su un’originale interpretazione della filosofia di Otto Neurath, militante socialista radicale e teorico di un “empirismo senza dogmi”. Il risultato è Scienza e politica in Otto Neurath. Una prospettiva post-empiristica (Milano, Feltrinelli, 1986), la cui versione inglese ha trovato collocazione nei prestigiosi “Boston Studies in the Philosophy of Science” (Reflexive Epistemology. The Philosophical Legacy of Otto Neurath, Dordrecht, Kluwer, 1989). Le traduzioni delle sue opere saranno da lì in poi una costante e lo renderanno uno filosofi italiani del diritto e della politica più presenti nel dibattito internazionale.

Sulla soglia dei cinquant’anni è arrivato il titolo di professore ordinario in Filosofia della politica all’Università di Siena. Zolo si è impegnato per contribuire al rafforzamento epistemologico e accademico della disciplina. Da un lato ha scritto pagine fondamentali sullo statuto della scienza politica e della filosofia politica, esprimendo scetticismo sulla rigida separazione fra le due e criticando le pretese di avalutatività della prima. Dall’altro lato si è impegnato nell’organizzazione dei seminari annuali di Pontignano – il primo nel 1990, aperto da Bobbio. Negli stessi anni insieme a Furio Cerutti e Raimondo Cubeddu ha promosso il Seminario interuniversitario di Filosofia politica, che ha coinvolto i dipartimenti di Filosofia e di Scienze politiche delle università toscane e si è rivelato una palestra di approfondimento teorico e di dibattito spregiudicato e – non ultimo – un’occasione di incontro personale per una gruppo di allora giovani studiosi e studiose.

Nel frattempo Zolo aveva contribuito a introdurre in Italia il funzionalismo sistemico di Niklas Luhmann, di cui ha proposto un’interpretazione originale: “un’analisi sistemica liberalizzata” che metta in grado di affrontare la “sfida della complessità” nelle società contemporanee valorizzando “la forza corrosiva di un’eresia”. D’altra parte Zolo si è opposto al tentativo di attribuire della teoria sistemica valenze filosofiche generali e non esiterà a prendere le distanze da quella che considererà un’involuzione teorica e politica connessa all’adozione del paradigma dell’autopoiesis (cfr. Complessità e democrazia, Torino, Giappichelli, 1987). Il confronto con il funzionalismo luhmanniano ha comunque costituito la base teorica per la riflessione di Zolo sui “rischi evolutivi” della democrazia, che ha prodotto un capolavoro: Il principato democratico. Per una teoria realistica della democrazia (Milano, Feltrinelli, 1992). Ispirandosi al realismo politico machiavelliano, Zolo sosteneva che le disincantate analisi dell’elitismo democratico, da Schumapeter a Dahl allo stesso Bobbio, che hanno via via abbassato la soglia delle aspettative nei confronti dei sistemi politici democratici, si rivelano fin troppo ottimistiche. Le trasformazioni dei sistemi sociali contemporanei e in particolare la pervasiva presenza dei media, che finiscono per definire che cosa nel flusso soverchiante di informazioni è rilevante e al limite che cosa è “reale”, mettono in questione la stessa possibilità di scegliere fra proposte politiche differenti. Una diagnosi, formulata alcuni anni prima dell’ascesa di Silvio Berlusconi, che esprimeva già un lucido scetticismo verso le forme di consultazione elettronica con decenni di anticipo rispetto all’affermazione dei nuovi media digitali. Zolo non voleva proporre un “nuovo modello di democrazia”, vedeva nel “modello Singapore” un possibile destino delle società occidentali, eppure affermava “l’esigenza di una ricostruzione della teoria democratica” (p. 205). “Oltre l’idea di rappresentanza”, ai sistemi politici democratici (in realtà “autocrazie differenziate e limitate” [p. 209]) è affidata la decisiva funzione di ridurre la paura, mentre “la conservazione della complessità sociale contro l’egemonia funzionale di un particolare sottosistema […] è la promessa che la democrazia deve mantenere se intende distinguersi in termini non puramente formali dai regimi dispotici o totalitari” (p. 210).

Nel frattempo lo scenario internazionale era mutato. Nel 1991 si è scatenata la Guerra del Golfo, con la partecipazione dell’Italia. In quel contesto è stata rilanciata la categoria di guerra giusta, ripresa fra l’altro dallo stesso Bobbio. Zolo, da sempre pacifista, si è impegnato nella battaglia politica e intellettuale contro l’intervento, ma Desert Storm è diventata anche l’occasione per un ripensamento delle categorie del diritto internazionale. Mentre gran parte degli intellettuali progressisti chiedevano un rilancio del pacifismo giuridico e un rafforzamento delle Nazioni Unite, Zolo è arrivato a un’elaborazione radicale e originale, espressa nel modo più compiuto in Cosmopolis. La prospettiva del governo globale (Milano, Feltrinelli, 1995). La tesi è che le Nazioni Unite replicano il “Modello Santa Alleanza”: come nel 1814-15 si cercò di rispondere alla crisi dell’ordine westfaliano con l’imposizione di un governo delle potenze che avevano vinto le guerre napoleoniche, così dopo la Seconda guerra mondiale si è riproposto un sistema gerarchico basato sul predominio dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. La guerra all’Iraq è vista non come la negazione, ma come l’affermazione di questo modello e la diagnosi sulle Nazioni Unite è impietosa: secondo Zolo non sono riformabili, e d’altra parte il diritto internazionale non è sufficiente alla costruzione della pace, visto che il ricorso alla guerra ha radici profonde, da quelle economiche a quelle antropologiche ed etologiche. L’alternativa alle illusioni e ai rischi del cosmopolitismo è vista in un “pacifismo debole” basato sul riconoscimento della pluralità e delle differenze fra i popoli. Intanto Zolo era tornato all’Università di Firenze, dove rimarrà fino al pensionamento nel 2008; si è impegnato soprattutto nella riflessione sulla filosofia del diritto internazionale aprendo in Italia un nuovo campo di ricerca (I signori della pace, Roma, Carocci, 1998).

Nel 1999 la Nato, con il sostegno dei governi europei di centrosinistra, ha avviato una campagna di bombardamenti contro la Federazione Jugoslava. Gran parte degli intellettuali progressisti sosteneva che la guerra ha “buone motivazioni etiche”, è una risposta dell’Humanität alla Bestialität dimostrata dai serbi in Kosovo, come si è espresso Jürgen Habermas. Zolo è stato uno dei più radicali fra i pochi che si sono opposti a quella che ha denunciato come “una guerra contro il diritto” e ha qualificato nei termini di un’aggressione. Ancora una volta, i suoi interventi militanti sono stati l’occasione di una profonda riflessione teorica, che si è espressa in Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale (Torino, Einaudi, 2000), dove vengono ricostruite le radici storiche dei conflitti balcanici, indagate le “ragioni della guerra” e le sue conseguenze. Viene esaminato in particolare l’operato del Tribunale internazionale dell’Aia, che “rientra sostanzialmente entro il modello dei Tribunali militari degli anni quaranta”. Come quelli di Norimberga e di Tokio “asseconda le grandi potenze occidentali nella loro guerra contro un nemico […] la cui sconfitta militare è del tutto scontata e che si intende annientare anche dal punto si vista morale e giuridico” (p. 147). Contro l’ideologia del “globalismo giudiziario”, più o meno ispirata a Hans Kelsen, Zolo giocava alcuni aspetti del pensiero di Carl Schmitt. La critica del diritto penale internazionale che finisce inesorabilmente per produrre una Giustizia dei vincitori (Da Norimberga a Baghdad, Roma-Bari, Laterza, 2006) partiva dai tentativi di processare il Kaiser dopo la Grande Guerra e arrivava all’istituzione della Corte Penale Internazionale e alla condanna a morte di Saddam Hussein. In questo periodo Zolo ha partecipato al grande movimento di opposizione alla guerra all’Iraq del 2003 e ha continuato a denunciare il Terrorismo umanitario (Dalla guerra del Golfo alla strage di Gaza, Reggio Emilia, Diabasis, 2009).

Già in Comopolis Zolo aveva introdotto il tema della globalizzazione con un approccio critico, opposto all’entusiasmo che negli anni novanta aveva coinvolto intellettuali e governi progressisti. Ha fornito una lucida mappa dei problemi in Globalizzazione (Roma-Bari, Laterza, 2004). L’analisi della dimensione economica, della rivoluzione informatica, dell’“occidentalizzazione del mondo”, della guerra globale si ricollegava alla critica di quelle metamorfosi del diritto transnazionale che stavano suscitando acritici entusiasmi fra molti giuristi. Auspicando una saldatura fra i movimenti diffusi in Occidente e “una rivolta politica in molte altre parti del mondo” (p. VIII), Zolo considerava irreversibili i processi di globalizzazione “nel loro nucleo tecnologico-informatico”, ma tutt’altro che irreversibili la totale liberalizzazione del movimento dei capitali finanziari, la distruzione del Welfare State, l’occidentalizzazione della cultura, la concentrazione della sovranità nelle grandi potenze, la privatizzazione del diritto, il Washington Consensus: “il sigillo imperiale della negazione della bellezza e della complessità del mondo” (p. 139).

Fino qui sono state citate una parte delle innovative monografie scritte da Zolo. Ma egli ha dedicato un impegno analogo nella cura di volumi collettanei, risultato di un autentico e approfondito lavoro collettivo. La cittadinanza. Appartenenza identità diritti (Roma-Bari, Laterza, 1994, postfazione di Stefano Rodotà), insieme a pochi altri testi dello stesso periodo ha introdotto nel dibattito italiano la complessità di un concetto con profili giuridici, sociali, culturali e rimanda alla dimensione storica e alla proiezione sovranazionale. Lo Stato di diritto. Storia, teoria, critica (Milano, Feltrinelli, 2002, curato insieme a Pietro Costa con la collaborazione di Emilio Santoro) è il tentativo ambizioso di ricostruire la genesi storica e i problemi teorici del paradigma del Rechtsstaat/Rule of Law radicato nell’esperienza europea e nordamericana e insieme di coglierne potenzialità, limiti e reinterpretazioni in contesti diversi, in particolare le culture islamiche e quelle dell’estremo oriente. I contributi dei cinque continenti enfatizzano il significato innovativo di un libro che è stato tradotto in Inglese, Portoghese e Cinese.

Mentre La cittadinanza era un prodotto delle discussioni del Seminario Interuniversitario di Filosofia politica, Lo Stato di diritto si è collocato entro un nuovo progetto avviato da Zolo nel 2001: Jura gentium. Centro per la filosofia del diritto internazionale e della politica globale. È un’associazione finalizzata alla ricerca teorica, alla discussione e alla formazione che ha subito realizzato un sito web (www.juragentium.eu) di documentazione e discussione su cui si basa la rivista elettronica Jura gentium: Zolo è stato anche capace di anticipare lo potenzialità dell’Internet per il dibattito pubblico e l’approfondimento teorico, mantenendo sempre la scelta dell’open access. Uno dei più prestigiosi collaboratori di Jura Gentium è Franco Cassano, con il quale Zolo ha curato un’altra opera collettiva: L’alternativa mediterranea (Milano, Feltrinelli, 2007): autori delle diverse sponde del “mare fra le terre” (da Serge Latouche a Predrag Matvejević) lo proponevano “come un ‘pluriverso’ di civiltà, di culture, di lingue, di universi simbolici ed espressivi” e lo contrapponevano “alle derive ‘oceaniche’ della globalizzazione”. Al centro del volume è l’oppressione del popolo palestinese, cui Zolo ha dedicato molto del suo impegno intellettuale e della sua passione civile.

Negli anni 2010 Zolo ha pubblicato ancora importanti testi teorici, in particolare Tramonto globale. La fame, il patibolo, la guerra (Firenze, Firenze University Press, 2010) e Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere (Milano, Feltrinelli, 2011). La denuncia del terrorismo delle potenze egemoni, delle disuguaglianze crescenti che caratterizzano la società globale, della strumentalizzazione del diritto e dei diritti, della regressione “dallo stato sociale alla società penitenziaria” diveniva sempre più radicale. Zolo ha sostenuto che “l’ottimismo è viltà” e “il pessimismo è coraggio”. Ma se le denunce sui rischi della democrazia, sulle aporie del diritto internazionale e delle istanze cosmopolitiche, sulle modalità della globalizzazione, negli anni precedenti si concludevano con valutazioni lucide e realistiche che tuttavia lasciavano aperta la speranza della possibilità di un cambiamento, questa prospettiva sembra perdersi negli ultimi testi.

 

 

Danilo Zolo ci ha appena lasciato ed è presto per interrogarci sul significato complessivo della sua opera. Abbiamo l’immagine di una serie di fasi in cui la sua ricerca si è indirizzata verso nuove questioni, aprendo pioneristicamente campi inediti, pressoché sconosciuti alla cultura italiana mainstream. E anche l’impressione che, esaurito ciò che pensava di poter dire di originale, si sia di volta in volta dedicato ad altri temi e ad altri autori. Forse si può parlare di successive rotture epistemologiche, oppure alludere a passioni intellettuali che poi si esauriscono e si riaccendono in altre direzioni.

Ci si può allora chiedere se ci sono continuità nella sua ricerca. Molto opportunamente, Pietro Costa ha fatto riferimento alla categoria del realismo politico, che trova le sue premesse metateoriche nell’epistemologia riflessiva (l’antitesi del “realismo” in senso gnoseologico) e si declina nella concezione del diritto, nella teoria della democrazia, nella visione dell’ordine internazionale (http://www.juragentium.org/topics/thil/costazolo.html). Più in generale Zolo ha dimostrato come lo studio approfondito, il rigore teorico e la precisione filologica non sono incompatibili con un pensiero incarnato nella realtà, consapevolmente “di parte”. Forse, piuttosto, nella sua ricerca le due dimensioni si alimentavano reciprocamente esprimendosi nella cura rigorosa della parola che produceva una prosa insieme preziosa e leggibile, mai banale ma lontana da toni oracolari: Zolo, fra l’altro, ci ha insegnato a scrivere. Così come ci ha insegnato che l’accademia è un mezzo: il fine sono la ricerca teorica radicale, libera e aperta e la formazione dei giovani presa sul serio, attraverso un dialogo che ne riconosce la dignità e le ragioni. E tutto questo si è espresso in una proiezione sociale del lavoro intellettuale e della didattica; basterebbe pensare alle molte occasioni in cui i suoi studenti sono stati condotti a incontrare i detenuti e alle attività didattiche in carcere, esperienze da cui è nato L’altro diritto. A ben vedere, si tratta della ricerca, della didattica e della “terza missione” dell’università nella loro espressione autentica.

Per rendere la cifra filosofica del pensiero di Zolo si potrebbe fare riferimento alla metafora, che ha tante volte ripreso da Otto Neurath, sulla condizione dei marinai che devono riparare la propria nave in mare aperto, senza poterla trarre in secco in un porto sicuro. E’ l’immagine di un pensiero che non si illude sulla possibilità di attingere fondamenti assoluti ma si impegna con estremo rigore a offrire argomenti solidi, documentati, accuratamente formulati. Un pensiero originale e aperto, non inquadrabile in schemi, come molti hanno sottolineato. Ma non si deve eccedere nel vedere Zolo come un libero pensatore solitario. Perché se c’è una costante nel suo itinerario intellettuale ed esistenziale è una scelta di campo: stare dalla parte delle persone e dei popoli che soffrono la violenza, l’oppressione, la povertà, l’emarginazione.

 

Luca Baccelli

Azioni sul documento